mercoledì 27 luglio 2011

A livello superiore - Videogiochi, intrattenimento e senso di colpa (1)


Ho già parlato di intrattenimento. E del rapporto tra intrattenimento e (mancanza, consumo di) tempo.

Se tale riflessione interessa senz’altro il fumetto, al giorno d’oggi credo che riguardi ancor più il mondo dei videogiochi. Questi sono senza dubbio il modo per occupare il tempo più comune all’interno di una specifica fascia di età, per quanto sospetto che tale fascia si stia progressivamente allargando, sia verso l’alto che verso il basso. Ma qui un’avvertenza. Tutto quello che so dei videogiochi risale alla mia esperienza di adolescente e a quel che mi permetto di osservare in giro. Non utilizzo videogiochi da anni, non sono aggiornato sulle sue uscite, sul suo sviluppo tecnologico, sulle sue narrazioni.
Credo che esista tuttavia ancora oggi il paradigma per il quale l’intrattenimento videoludico sia il massimo della perdita di tempo, qualcosa di strutturalmente ideato e realizzato per catturare la mente e l’attenzione umana per ore, dimenticando quel che ruota attorno, e lasciando le persone in qualche modo svuotate, intontite. Prima che esperti attori dell’attuale scena videoludica mi saltino al collo, specifico che questo paradigma rappresenta solo una parte, non so dire quanto grande, di tale fenomeno. Eppure, nella mia osservazione quotidiana, ne vedo esempi continui, in metropolitana, nei grandi magazzini, attraverso le conversazioni con le persone. C’è una continua, ossessiva ricerca di distrazione, che il videogioco sembra assecondare pienamente. E si collega una domanda insidiosa, di tipo psicodinamico: cosa succede al nostro equilibrio psico-fisico nel tempo che passiamo a (video)giocare? Ma andiamo oltre.

So che una delle direzioni in qui i videogiochi si stanno evolvendo (con grande successo, a giudicare dal fenomeno wii e successivi) è quello dell’immersione totale nell’esperienza digitale (coinvolgendo il più possibile tutto il corpo, attraverso il movimento e un consumo sinestetico), nell’irrealtà della matrice. Insomma, cose vecchie come il mondo (concettualmente), ma che trovano costantemente nuove forme grazie all’enorme sviluppo tecnologico e all’innovazione dei controller. Immagino quante persone si stanno godendo in questo momento una bella partita a tennis, con tanto di movimenti e sudore, all’interno del proprio appartamento, faccia immersa nel monitor, ecc.
Se non è intrattenimento questo?!

Ebbene, come per ogni segmento dell’esperienza umana, anche in questo caso il puro divertimento può trasformarsi in carriera. Il sogno di molti appassionati di fumetti è di entrare professionalmente nel campo (da autori, editor, promotori, editori, ecc.). Da ragazzino, questo desiderio per me si declinava nell’aspirazione a possedere un’edicola. Quando si dice l’ingenuità. Oggi, che di fumetto mi occupo solo e volutamente a tempo perso, ho abbandonato ogni insana aspirazione in quel senso; perché rovinarsi un piacere?!
Per i videogiochi, la professione può configurarsi come programmazione, ideazione, designer, ma anche tester (che è un compito non certo banale) e agonista. Questi due ultimi casi, per il vero amatore, rappresentano forse il vero sogno: guadagnare soldi non facendo altro che giocare ininterrottamente per ore (e so di banalizzare). È il sogno della pura immersione in una realtà polisegnica e multi-dimensionale, dove reale e virtuale si fondono costantemente. Si vive per il gioco, si gioca per vivere. Che è poi il paradigma classico di qualunque disciplina sportiva agonistica, con l’unica differenza che in questo caso l’esperienza è costantemente mediata da una matrice, è intangibile, è indiretta.
Difficile non perdersi.
Soprattutto perché passando dal solo divertimento alla professione cambia il paradigma. E la passione può crollare sotto il peso delle necessità.
E ancora, perché a dialogare con i nostri desideri e sogni non siamo soli, ma sempre in compagnia dei nostri antenati, come ho già raccontato a proposito di Trama.

È a questo punto che diventa utile parlare di Level Up, di Gene Luen Yang e Thien Phan.

Harry
(continua)

lunedì 25 luglio 2011

Luna Park e la memoria


Memoria sempre uguale a sé stessa.

La guerra come un grande luna park.
Il sogno americano, il sogno comunista, il sogno indipendentista, … sempre violenza.
Approccio letterario di Baker: troppe parole, per le illutrazioni vive di Zezelj.
Bisogno di sottrazione.
Baker leggerà fumetti?

Fine del telegramma estivo.
Harry
 
 

sabato 23 luglio 2011

Autori che non leggono fumetti

Ho sentito più di un autore di fumetti dichiarare che lui... non legge fumetti.
In alcuni casi non è chiaro se non li ha mai letti, o se non li legge più.
Qualcuno si è stufato. Qualcuno non ha tempo. Qualcuno non è semplicemente interessato.

Un autore mi disse un giorno la cosa più buffa: non leggo fumetti per non farmi influenzare.

Per un autore, lo ammetto, non è strettamente necessario leggere fumetti. Eppure, è quel tipo di atteggiamento di sufficienza con cui ne ho sentito più volte parlare che mi lascia perplesso. Quello sbuffo, quel sorriso, come a dire, non ci sono fumetti abbastanza interessanti per me. Che immagino sott'intendano che nessuno è alla sua altezza. Oppure, oppure che si fa un lavoro nel quale non ci si crede pienamente.

In ogni caso, sono convinto che sia bello farsi influenzare, conoscere quello che si muove, apprezzare le scelte tecniche ed espressive di colleghi, amici e nemici.
Essere presenti al mezzo di comunicazione che si è scelto come proprio.

Harry

venerdì 22 luglio 2011

Il peso della sopportazione

Riprendo una striscia del grande Jules Feiffer che ho pubblicato durante la mia pausa estiva, per una breve riflessione espressiva.
Ognuno di noi sa e vive quotidianamente il peso del non detto, dell'inespresso. Quella necessità a volte socialmente indotta, più spesso (molto più spesso) autoimposta di trattenere, di ingoiare, come si dice, le nostre emozioni, le nostre parole, la nostra espressività, la nostra frustrazione e via dicendo.
Sappiamo bene che tutto ciò che non esprimiamo e non siamo in grado di trasformare in qualche modo, non scompare, ma si affossa nella nostra coscienza, e si trasforma in un peso. Spesso trova una nuova via di espressione nel corpo, nelle dolorose (e a volte mortali) somatizzazioni. Mi viene in mente l'espressione del "peso allo stomaco".
Ecco, tutta questa cosa, questa dinamica così frequente e così umana, che ho solo provato a descrivere superficialmente, di cui abbiamo esperienza ma, spesso, poca consapevolezza, viene rappresentata in modo efficacissimo da Feiffer con questa sequenza meravigliosa.


Osserviamola passo a passo.
C'è un uomo triste. Feiffer usa un tratto semplicissimo, un po' tremolante, ma fortemente iconico. C'è tutto il linguaggio espressivo e figurativo che si impara da bambini, la bocca verso il basso, gli occhi languidi, la schiena curva... Feiffer dimostra capacità di sintesi e un'ottima conoscenza del linguaggio del corpo.
Osserva le mani incrociate sul petto. Lì c'è un dolore. Una fatica. E poi l'uomo incontra un sasso.


Guarda il ritmo, guarda il dinamismo. L'uomo triste si sveglia, improvvisamente, la sua espressione corporea muta, riprende energia, un'energia mista di gioia e rabbia (guarda il ghigno dell'ultima vignetta qui sotto). Ed ecco che l'uomo è pronto a lanciare. Il lettore partecipa di questo senso di liberazione improvviso.


Ma improvviso arriva anche il dubbio. In questo istante, in quella mano sulla bocca, in quella perdita di slancio, Feiffer rappresenta tutta la problematica esistenziale ed emotiva dell'uomo. Tutto è racchiuso in questo gesto. Questa è la vignetta cardine. Quella che tiene insieme tutto il meccanismo narrativo. Da qui in poi, il lettore lo intuisce, si precipita.


Le quattro scene successive rafforzano la vignetta precedente. Guarda come cambia il ritmo. Qui Feiffer mostra il senso del rallentamento del movimento. In questi passaggi è racchiusa simbolicamente tutta la frustrazione di una vita.


E infine il gesto estremo. Ingioiare, e portare in giro il proprio peso sullo stomaco. Il cerchio si chiude. L'ultima vignetta, che riprende l'inizio, spiega al lettore la prima vignetta.
Feiffer mette in scena il circolo vizioso della malattia e della sofferenza.


Ora pensa a quanto è efficace e rappresentativa questa sequenza; immediata, intuitiva ed emotivamente coinvolgente rispetto alle parole che ho usato a inizio post per descrivere questo stato d'animo.
Questa è la forza del fumetto. Questa la sua essenza più meravigliosa. Ti viene in mente un altra forma di comunicazione che sarebbe stata altrettanto efficace? A me no.

Harry

Strip estiva programmata #18


walt & skeezix

giovedì 21 luglio 2011

mercoledì 20 luglio 2011

Il fumetto come ricordo e testimonianza


                                                                           tavola di claudio calia


Le ferite democratiche del G8 di Genova sono ancora aperte.
L'attualità si ripiega nella sua coda.
Le crisi di varia natura che si susseguono mettono in dubbio tutto.
La politica mondiale ha paura mentre alza la voce.
Mancano idee e lungimiranza.

Il fumetto ne è testimone.
In modi anche piccoli. Ma non elusivi.

Quello di Radio Sherwood è solo un punto di vista. Ma lo segnalo con piacere.

Harry

Strip estiva programmata #16




maakies

martedì 19 luglio 2011

L'impossibile critica (4)



Ma manca davvero un nuovo sito di critica sul fumetto in Italia?
E ammesso che sì, intuitivamente, e d’istinto, e per le buone ragioni, accettiamo questo bisogno, ecco, a chi appartiene veramente?

Ai lettori di fumetti?
Ai lettori generalisti?
Agli autori?
Agli editori?
Ai loro uffici stampa?
Ai distributori?
Ai critici stessi?

Ammettiamo anche che un buon sito di critica serva all’insieme comune di questi interlocutori. E fingiamo anche che esista un punto di equilibrio capace di accontentare i molteplici bisogni di tutti loro.
Allora mi chiedo, quale tipo di critica serve? È un tipo di critica che manca? O il perfezionamento (la fusione, la mediazione, lo sviluppo) di qualcosa che già esiste?

Seguendo il buon senso della concretezza, dovremmo allontanarci dai principi e dai poeti, e ritornare alle persone, ché la critica è anche (e soprattutto) una prassi, realizzata appunto da singole persone sole o associate (aggregate, coagulate, … le metafore potrebbero essere molte). Esistono molteplici motivazioni che spingono le persone a fare critica, e se ne è parlato a dismisura. Ma non si parla mai, o quasi, delle funzioni (umane) cui tale esercizio risponde e che sono, in qualche modo, sottostanti. Le funzioni cui mi riferisco sono eterogenee, e hanno a che fare con: il piacere di condividere interessi e idee; la bellezza di confrontarsi su opere di ingegno umano; più prosaicamente, la voglia di occupare tempo durante lunghe e noiose ore di lavoro al pc; la determinazione ad affermare la propria idea, il proprio io nell’ossario egoico della rete; la convinzione di saper aggiungere qualcosa di nuovo a quanto già è stato detto; la volontà belligerante di attaccare e sconfiggere presunti antagonisti (ideologici o professionali); il desiderio di ottenere più potere, all’interno di un contesto circoscritto e fortemente personalistico; l’amore per l’esercizio della parola scritta; …

Tante, troppe le funzioni sottostanti all’esercizio critico. Costituiscono il non detto di un’attività umana complessa. E allora serve onestà. Prima di pensare a quali obiettivi o finalità un sito di critica sul fumetto debba avere, è fondamentale che il critico per primo comprenda le funzioni che lo guidano e ne riveli i meccanismi. Solo in questo modo, credo, sarebbe possibile per la critica diventare più seria, adulta, credibile.
Altrimenti, ogni espressione critica risulta impossibile, perché strumentale e, in definitiva, irreale.

Harry

Strip estiva programmata #15


mutts & jeff

lunedì 18 luglio 2011

Nuoto a rana




La mia mancanza di perizia nel nuoto mi fa preferire lo stile a rana. Non è solo un problema muscolare. Principalmente di ritmo respiratorio. Hai presente? Ti alzi sopra all’acqua, un bel respiro, e giù. Buttare fuori e di nuovo su. C’è un istante nel quale, ovvio, non stai né salendo né scendendo. È il momento che amo di questo nuotare pigro, un attimo di pura distensione.

Questo ritmo binario, su la testa, giù la testa, simmetrico, equilibrato, è lo stesso che ricerco quando nuoto in un nuovo fumetto. Un equilibrio sempre in movimento tra noto e ignoto, tra ragionamento e pura sensazione, tra analisi e apprezzamento acritico. Ed è in quell’istante statico, già proiettato verso l’analisi, abbandonata la passione, e nel suo speculare, non analisi e non (già) passione, che riesco a vedere tra le pagine, tra le linee e i colori, e rilassarmi, nel pieno godimento dell’immersione.

Harry

Strip estiva programmata #14


little orphan annie

domenica 17 luglio 2011

La lunga lunga saga di Nathan Never



Ammettiamolo, non poteva iniziare peggio.
Per ora, soltanto noia e ripetizione.
Fine del telegramma estivo.

Harry

Strip estiva programmata #13


llittle orphan annie

sabato 16 luglio 2011

Sintesi estiva su Lilith di Luca Enoch



Ho recuperato. Ero fermo al tre.
Non lo capivo. La sua formula è troppo meccanica.
Dal cinque accade qualcosa. Le storie prendono spazio. E vita.

La guerra attraversa le storie. Come la Storia.
Ma Lilith mi sembra ancora troppo un compromesso editoriale.
A metà di un guado.

Anche se apprezzo l'ironia di una protagonista di una serie Bonelli quasi sempre nuda.
La miglior storia, quella dei vichinghi.
In attesa che qualcosa di nuovo accada.

Luca Enoch non è un talento puro del disegno. Lo sappiamo bene. Ne conosciamo l'evoluzione stilistica.
Ma è uno che studia, elabora, sviluppa, ... tutto quello che un vero professionista con una vocazione deve fare.

Abbandonata Lilith, tra qualche tempo, spero in un nuovo, vero salto in avanti.
Ma mi convinco che da Lilith ci sia ancora qualcosa di importante a venire.
Fine del telegramma.

Harry

Strip estiva programmata #12


king aroo

venerdì 15 luglio 2011

giovedì 14 luglio 2011

mercoledì 13 luglio 2011

martedì 12 luglio 2011

Strip estiva programmata #8


explainers

Trama, il peso dell'eredità e degli antenati




Un lungo preambolo e poi la sintesi. Devi avere pazienza.

Un dilemma ideologico proprio della nostra modernità è quello della ricchezza economica. In un mondo sempre più nettamente diviso tra ricchi e poveri, la nostra esistenza di figli del benessere si colloca in un buco nero della coscienza che difficilmente esploriamo, che ha a che fare con il debito e l'eredità personale e sociale. Non è difficile immaginarlo come un ottimo spunto narrativo per un fumetto horror.
Ma di quale ricchezza sto parlando?


Ognuno di noi si porta con sé un’eredità personale stratificata, fatta di elementi materiali e oggettivi, e di elementi immateriali e soggettivi; è inoltre legata a due tipi di antenati: quelli della propria famiglia d’origine (di generazione in generazione) e quelli della propria famiglia spirituale (l’insieme di ispirazioni etico-religiose alle quali possiamo liberamente ricondurci, in positivo o in negativo e che, in un modo o in un altro, ci appartengono). Ogni eredità genera un debito personale per certi versi insanabile. Non è possibile ripagare il debito della vita direttamente ai nostri genitori, né rispetto al dono della nascita, né agli altri infiniti doni successivi (protezione, sostentamento, studio, cultura, ecc.). L’unico modo per ripagare pienamente questo debito personale è nel proseguimento della linea generazionale: procreare, dare a nostra volta la vita, estendere il debito alle successive generazioni, è l’unico modo che la natura ci ha dato.
Ma esiste anche un debito per così dire sociale, ovvero tutte le ripercussioni più o meno grandi che la nostra esistenza ha provocato sulla società (estesa) che ci circonda: ogni cosa che possediamo, che abbiamo fatto, che abbiamo mangiato, … ha una contropartita sociale. Il nostro esistere è composto di interconnessioni e di interdipendenze. Esistono diversi modi per ripagare questo debito, dal francescano ed estremo abbandono di ogni bene materiale in nome di una vocazione spirituale; a un più percorribile e prosaico aiuto agli altri. Ma in primo luogo, credo che il debito sociale debba essere pagato attraverso la consapevolezza, la comprensione dei collegamenti, di questa inter-esistenza con il mondo che ci circonda. Uscire dal solipsismo, dall’egoismo esistenziale.


La ricchezza materiale è un demone potente, per ogni generazione, e soprattutto per chi la eredita. E in qualità di demone è un ottimo oggetto per la narrazione horror. I figli del benessere, che attraversano profondamente la società occidentale in modo trasversale, spezzandola in due, sono la manifestazione più potente della stregoneria dell’incoscienza. Il denaro è un’allucinazione collettiva, e i figli del benessere ne sono gli stregoni, appunto. Vittime e carnefici della loro stessa condizione, sono portatori della colpa prima ancora di nascere, quella della mancanza di sacrificio personale per l’ottenimento di una condizione, di una posizione… dell'elusione del principio di sopravvivenza. Qualcosa che è proprio della sola specie umana, quell’accumulare al di là delle proprie necessità fondamentali, della propria sopravvivenza in termini di durata della vita. Da qui, da questi meccanismi spesso inconsapevoli, nascono disagio, sradicamento, anomia, senso di vuoto.
Implicito, in tutto questo, un moralismo netto e volgare (nel senso di popolare) per cui la ricchezza è in qualche modo un male. Un demone, appunto. Eppure una condizione agiata è anche, spesso, la base sicura dalla quale poter sviluppare un percorso personale di profonda trasformazione, dell'espressione artistica, di sviluppo di una consapevolezza che, al contrario, nella profonda povertà, nella mancanza dei beni di sussistenza, risulta quasi impossibile.


Di questa vulgata, di tutto questo implicito, ci suggerisce Trama, il peso di una testa mozzata, di Rathiger,  alla prima prova con un racconto lungo.
Trama è un horror che pesca a piene mani dai luoghi comuni del genere di cui ho già parlato: il bello come il bene; il brutto e il corrotto come il male. Solo che, all’ombra del demone del benessere, il bene può diventare il suo opposto, perché dominato dai pregiudizi, dall’ottusità e della sordità della propria condizione; il male può rivelarsi il motore di un cambiamento, per lo meno di punto di vista.




La condizione che pone Trama al lettore è basata su due delle regole dell’horror: la storia deve finire in una carneficina, e deve fare molta paura. Ma il giovane Ratigher è attento in entrambi i casi: la carneficina c’è, ma non viene mostrata, perché esterna al meccanismo che interessa all’autore; la paura (dei protagonisti) si traduce in una strana inquietudine per i lettori.
Se dovessi fare un paragone fumettistico, in termini di sensazioni e clima, mi vengono in mente certi lavori di Miguel Angel Martin così come un certo horror underground giapponese, che faccio fatica a identificare in un autore specifico, vuoi per la mia difficoltà a ricordare i nomi dei mangaka, vuoi per le mie letture disordinate e non sistematiche in quell’ambito.

Per giungere a una sintesi: Trama è figlio del pregiudizio volgare (popolare) che vuole il ricco colpevole di ignoranza (mancanza di conoscenza) esistenziale, e che troverà una forma incompleta di redenzione nella follia e nel totale sradicamento della violenza. E questo è, a mio avviso, il suo difetto più grande, per quanto socialmente comprensibile. Un difetto il cui rischio Ratigher conosce bene. L’autore tenta infatti in più parti di smarcarsi da esso, senza però riuscirci realmente, prigioniero com’è della Trama (appunto!).
Ma oltre questo moralismo indotto, che non mi appartiene né emoziona, c’è una ricerca tutta fumettistica per la narrazione, il segno e il simbolo che fanno di Trama una prova preziosa. Sono elementi che esaltano le potenzialità del fumetto, che ne ridefiniscono per l’ennesima volta i confini, facendo un piccolo, nuovo salto in là, e che raggiungono sottopelle l’immaginario del lettore, scalfendone soprattutto la corazza intellettuale, per arrivare alla parte molle delle emozioni inconsce. Soprattutto attraverso i dettagli: l’idea del titolo del peso di una testa mozzata (e non semplicemente di una testa); la geometria di certi visi; la ricorsività della narrazione; la bruttezza delle ferite; la fragile impalcatura dei cerotti a tenere insieme a stento le coscienze; l’inutile brutalità di un amplesso. Cose che fanno paura.

Harry

(e qui si chiude la parentesi horror di harrydice…,  al netto di una riflessione obliqua su Ford Ravenstock e a meno di sorprese inaspettate)


tutte le immagini sono tratte da trama, il peso di una testa mozzata di ratigher (ed.grrrzetic), diritti riservati.







lunedì 11 luglio 2011

domenica 10 luglio 2011

Stria e il popolare autoriale di Simeoni


Spero di uscire presto dal tunnel orrorifico in cui mi sono cacciato.
Ammetto di sviluppare solo ora la consapevolezza di quanto di quello che leggo abbia una più o meno chiara convergenza con il genere horror.
Naturalmente, per un lettore di fumetti, l’orrore più nero è quello di leggere storie mal scritte appiattite da disegni anonimi, non evocativi e totalmente derivativi. A questo proposito, oggi è più facile trovare disegni che rimasticano certo linguaggio visivo della rete (sexy-fotografico, per riassumere in un termine) e dei telefilm, che di altri fumetti. In questo, ahimé, si può leggere una grande pigrizia autoriale, e necessità editoriali spesso controproducenti.

Per fortuna, Gigi Simeoni non è posseduto né da pigrizia autoriale né mentale. Reputo Simeoni uno dei migliori autori a fumetti dell’ultima generazione (che è ormai diventata la penultima, a guardare il tempo che passa), e non tanto, o solo, per le sue indubbie capacità di narratore, ma soprattutto per la sua chiarezza. Simeoni ha infatti definito una strada narrativa netta, che da un lato potremmo dire completamente popolare, dall’altro e specularmente, colta nella perizia, nella ricerca e nella cura con cui realizza le sue opere.
Il suo talento è stato consacrato da Gli occhi e il buio, che ha appunto esplicitato a tutti questa scelta stilistica, e si conferma nell’ultimo Stria. Il formato del cosiddetto romanzo a fumetti Bonelli sembra perfetto. La graphic novel Bonelli è per certi versi un ossimoro ideologico, perché si pone in un limbo a metà strada tra la strategia seriale e la vocazione popolare tipica dell’editore milanese; e la narrativa autoriale e più propriamente personale. In questo luogo non-luogo editoriale e narrativo abbiamo visto muoversi alcuni autori che, inutile negarlo, non hanno saputo marcare alcuna differenza rispetto ad altri prodotti Bonelli più consolidati (i maxi, gli –oni, ecc.), perdendo totalmente un’occasione, e fallendo nel dare una chiara connotazione all’operazione editoriale.
L’unico che a mio avviso ha saputo dare senso a questo prodotto è proprio Simeoni, per quel suo chiaro approccio di cui ho detto.

Stria è un horrror dall’impianto talmente classico, da superare il tempo. E non è analizzandolo da questo punto di vista che è possibile definire, in senso critico, l’efficacia dell’opera. Tutt’altro.
Quello che si rivela sorprendentemente efficace, proprio come per Gli occhi e il buio, è la scelta dei ritmi narrativi, l’equilibrio del segno (mai troppo popolare, mai troppo ricercato), la cura nell’impostazione delle tavole, e la passione che si rivela nella caratterizzazione dei personaggi.
C’è molta intelligenza in Stria, mai spocchiosa, mai furba. Semplicemente Simeoni decide di utilizzare al meglio le proprie capacità, di lavorarci con costanza e di offrire un prodotto tradizionale perfettamente realizzato. È di questo tipo di lavori che si nutrono i generi.

L’horror di Stria funziona perché è evocativo, perché tocca quel piccolo luogo oscuro dentro di noi, che si alimenta nei ricordi (della nostra infanzia felice), nelle paure (di certi luoghi dell’immaginazione) e nei sensi di colpa (per i tanti, troppi errori che ci accompagnano lungo la nostra esistenza). Da questo punto di vista, il doppio finale che Simeoni offre al lettore non richiede certo risoluzioni, perché è soltanto rappresentativo dell’ambigua e inadeguata presa che abbiamo sulle nostre emozioni, sui nostri ricordi, sulla nostra vita. Ma a quei personaggi, così popolari, così schematici (iconici) ma mai banali, finisci per affezionarti, e le loro esistenze abilmente condotte dall’autore toccano reali emozioni. Di questi, la strega, presenza-assenza di tutta la narrazione, è l’emblema e il manifesto: la scelta stessa del topos narrativo infatti è una dichiarazione di intenti dell’autore, sul solco di una tradizione millenaria che non smette di essere rappresentata.
Insomma, siamo nel pieno scorrere del flusso vitale del genere horror. E dove c’è vita, si sa, c’è sempre anche morte e terrore.

Harry

Strip estiva programmata #6


calvin&hobbes

sabato 9 luglio 2011

venerdì 8 luglio 2011

Strip estiva programmata #4


barney & googles

giovedì 7 luglio 2011

mercoledì 6 luglio 2011

martedì 5 luglio 2011

lunedì 4 luglio 2011

Strip estive



Da domani, una serie di strisce varie, per accompagnare l'estate e la mia assenza.


Harry

(anteprima con sam's strip)

p.s. i post sono stati programmati oggi, 4 luglio 2011. ogni sovrapposizione con altri blog o siti è del tutto casuale. si chiama sincronicità. è un fatto della vita. ed è una cosa bella trovare condensazioni con le idee di altre persone.


Tutti i testi di questo blog sono (c) di Harry Naybors, salvo dove diversamente indicato.
Puoi diffonderli a tuo piacere ma esplicitando sempre l'autore e/o la fonte.

La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.