
Qualche mese fa parlai con Alberto Ponticelli a proposito del suo Blatta. Gli chiesi a cosa stesse lavorando in quel periodo e, tra le altre cose di cui spero avremo presto notizia, mi ha parlato di Unknown Soldier. La notizia mi era sfuggita, più per distrazione che per disinteresse. Tanto che, non appena ne ho avuto l’occasione, vi ho posto rimedio.
l'inferno grafico reso da Alberto Ponticelli in Unknown Soldier #1
Il primo volume di Unknown Soldier (Vertigo, DC Comics) costa meno di 10 dollari e contiene sei storie, ovvero l’intero primo ciclo. Alla sceneggiatura c’è Joshua Dysart, che leggo per la prima volta ma che trovo davvero centrato. I disegni di Ponticelli sono un nuovo passo avanti nel suo percorso stilistico, recuperano qualcosa di vecchio mettendo da parte inutili esasperazioni grafiche (e lasciandole riposare nella polvere degli anni ’90, ormai lontani), e sposano senza perdere in personalità un certo stile sporco ma diretto che ha fatto la fortuna della Vertigo, sviluppando una crudezza non effimera e non inutilmente decorativa che ben si sposa con le tematiche della serie.
Il mix scelto da Dysart trova un felice equilibrio tra horror, storia di guerra e realismo socio-politico, portandoci in Uganda, all’ombra lunga di una delle guerre civili più tremende e lunghe e taciute degli ultimi anni. I protagonisti del primo ciclo di storie sono i bambini, vittime e carnefici, sfruttati e cresciuti con i fucili al posto dei giocattoli, spietati ma incoscienti. L’occhio di Dysart e Ponticelli è vitreo ma mai patetico. C’è una cupezza che sprofonda nel cuore pagina dopo pagina, di pari passo con la nascita e l’evoluzione del Soldato Fantasma, lacerato tra una vocazione pacifista e un destino violento.
La buona riuscita della serie sta nella capacità degli autori di utilizzare i fatti storici piegandoli perfettamente ai fini della narrazione. La verosimiglianza e l’attenzione al contesto socio-politico non sono pretesti né l’obiettivo principale della serie, quanto piuttosto l’impalcatura narrativa che permette di dare senso agli avvenimenti.
Il naturale dinamismo e la capacità di sviluppare un disegno propriamente narrativo, confermano il talento di Ponticelli, che si aggiunge agli altri autori italiani che già hanno lasciato e stanno lasciando il proprio segno nel fumetto statunitense. La solidità della preparazione tecnica italiana, che spesso conduce a una consapevolezza del medium maggiore rispetto a quella di molti autori statunitensi, quando si reinventa per adattarsi al mercato di oltre oceano, sa dare spesso buoni frutti, perché originale e meno derivativa.
Unknown Soldier, in questo primo ciclo di storie, mostra una perfetta sinergia tra sceneggiatore e disegnatore e offre una nuova, efficace interpretazione del fumetto d’avventura, confermando una libertà esplorativa delle potenzialità del fumetto che negli Stati Uniti c’è, è presente, e che in Italia sembra ancora mancare, sia per scelte editoriali che per (in)capacità degli autori.
Basta prendere a puro titolo di confronto il terzo numero della serie Rourke di Memola (e Fontana) per comprendere di cosa parlo. Tanto è caratterizzato, diretto e viscerale Unknown Soldier, tanto è superficiale, prevedibile e meccanico Rourke. In quest’ultimo, dove la vicenda si sposta improvvisamente in Africa, non vi è nulla che coinvolga emotivamente il lettore, né sul piano delle dinamiche relazionali tra i protagonisti (il battibecco iniziale tra Rourke e la figlia, con la sua conclusione, è quanto di più automatico si possa leggere); né sul piano degli avvenimenti (non appena messo piede in territorio africano, e avvisati i lettori in modo piuttosto didascalico del pericolo di quei territori, Rourke e la figlia finiscono in un agguato, dove la violenza è semplicemente utile all’evoluzione della storia o, ancora peggio, alle “regole” del genere avventuroso). Anche i disegni di Fontana, per quanto perfettamente professionali, per quanto perfettamente codificati all’interno di un certo modo italiano di intendere il fumetto, si muovono nel puro anonimato, senza certezze e senza intenzioni concrete.
L’Africa di cui leggiamo è assente, impersonale, lontana dal mondo; terra di finzione narrativa sterile, almeno quanto quella di cui si legge in Unknown Soldier è reale, terribile, sconvolgente, vicina, nonché esemplificativa di mille altri scenari di guerra.
Cosa manca in Rourke? Una volontà di fondo, una precisa attenzione alle vicende, un approfondimento per quello che si vuole raccontare. La serie è progioniera di una superficialità che è un male, un profondo male di certo fumetto popolare e che, forse, agli occhi degli stessi autori è giustificato dal genere (avventura, horror, …), sinonimo di disimpegno e di leggerezza. Il tutto risulta come un’amara, ennesima opportunità persa.
Harry.
in queste tavole di Fontana manca un'intenzione precisa
