Ho conosciuto
Yeti a circa sei, sette anni. Si chiamava
Barbapapà e nasceva dalla terra. Era un gioco creativo divertente e dolce, che mostrava una perizia grafica del racconto immaginario davvero particolare.
L'ho ritrovato da adulto, nei disegni di
Alessandro Tota, in un libro che non funziona come si vorrebbe. Perché se della dolcezza e ingenuità di barbapapà Tota utilizza solo alcuni temi grafici e
ornamentali, è nella capacità evocativa che si esaurisce l'efficacia del racconto.
Uscendo dal riferimento grafico più evidente e lasciando i barbapapà a mio figlio, ammetto che Yeti (Coconino Press), a fronte di molti apprezzamenti della critica, è stato per me una vera delusione.
Il protagonista muto, pagina dopo pagina, non supera l'effetto zuccherino del
Tenerone di
Gianfranco D'Angelo, per colpa di una storia condotta in modo banale, senza vette e senza aggiungere nulla a un quotidiano e sterile qualunquismo nazional-popolare.

Strano, ma comprensibile, vista l'esperienza di emigrato in Francia dell'autore, che non si riesca a recuperare il senso di una globalità culturale che sempre più ci appartiene, pur con poca consapevolezza.
Riconosco in Tota talento e intelligenza. Ma
Yeti non mostra il cuore, non mostra profondità, solo un senso di isolamento intellettuale che neppure i quadretti più ornamentali riescono a edificare, perché derivativi e obbligati.
Si avanza verso un prevedibile finale con un ritmo costante, ripiegato su protagonisti poco interessanti e meccanici.
Ma Yeti è qualcosa di più, perché pur non avendolo assolutamente apprezzato, ne colgo il fascino per molte persone. In questo, trovo un'ambivalenza che prima ancora che narrativa è probabilmente culturale e sociale. Se dovessi usare una definizione, lo direi
conformista dell'anticonformismo.
Ma non confondere la mia durezza per disprezzo. Tota ha davanti a sé un buon futuro da autore di fumetti, se saprà approfondire di più il suo linguaggio e la sua voce.
Harry