Pochi o nessuno conoscono
Gustav Kuntz, Gus per gli "amici".
Gus Kuntz è un autore di fumetti statunitense di origini tedesche che ha fatto alcuni lavoretti qua e là, senza mai salire sul serio alla ribalta. Di suo avevo letto anni fa una storia breve che riprendeva il tema dell’olocausto trasformandolo in una sorta di favola moderna grottesca e incredibile, talmente incredibile da risultare non-credibile. Lo stile era acerbo, derivativo e poco espressivo. Non brillava né per contenuto né per qualità tecnica e originalità.
Kuntz, da quanto sono riuscito ad appurare, è un personaggio schivo e maniaco, esponente di quello strano fenomeno che passa sotto il nome di negazionismo. Secondo l’autore, l’olocausto è davvero soltanto una favola moderna. Per quello che ne so, Gus è ossessionato da tale idea al punto da non saper raccontare altro.
Tempo addietro rimasi colpito da una notizia riportata velocemente sul
Comics Journal, nella quale si diceva che Gus Kuntz era impegnato nella riscrittura di
Maus di
Art Spiegelman. Non veniva spiegato molto, nel trafiletto, se non che l’autore aveva intenzione di
realizzare ex-novo Maus copiandone in modo esatto il tratto, i testi, le singole vignette, fino all’ultimo dettaglio, al punto che il lettore non sarebbe stato in grado di rilevare alcuna differenza tra le due opere. L’idea in sé mi sembrava assurda, oltre a porre una serie di importanti questioni in merito ai diritti d’autore. Kuntz sosteneva che stava studiando Maus in ogni sua componente, che lo stava memorizzando e che solo a processo terminato avrebbe iniziato a riscriverlo da capo, identico, ma con un significato completamente differente. A testimonianza del suo metodo di lavoro, che avrebbe rifuggito totalmente il ricalco e la copiatura, avrebbe filmato ore e ore di lavoro e tenuto i bozzetti e tutti gli studi preparatori.
Ebbene,
Maus di Gustav Kuntz
è uscito a metà del 2009, sotto silenzio, pubblicato in poche centinaia di copie da un’etichetta indipendente diretta dallo stesso autore, dal nome significativo,
Holo Comics Production. Ieri ho finalmente avuto l’opportunità di sfogliarlo, leggerlo e confrontarlo con l’originale. Il risultato è sorprendente.
Maus è identico a Maus, proprio secondo le intenzioni dell’autore. Eppure, laddove gli animali antropomorfi di Spiegelman ispiravano partecipazione, pietà e un senso di avvilente impotenza di fronte alla tremenda sofferenza dell’olocausto, in Kuntz quegli stessi personaggi appaiono grotteschi, sterili e inaccettabili. Kuntz lavora per contrapposizione, con la finalità di sottolineare l’impossibilità dei fatti e degli avvenimenti narrati da Spiegelman.
L’autore si identifica con Spiegelman, diventando egli stesso una rappresentazione ironica della follia e della schizofrenia, unica evidente motivazione che muove una tale forma di “allucinazione collettiva”. Come si può osservare dalla pagina qui sotto, la narrazione degli incontri e delle disavventure di
Vladek, a partire da quelli personali e banalmente quotidiani, servono all’autore per mettere in scena un concetto semplice quanto perverso e aberrante:
i topi sono tali proprio in quanto topi. Ragionano e si comportano da topi in trappola perché è questo ciò che sono. Un’accusa xenofoba e razzista che l’autore negazionista non esplicita, ma che rimane sottotraccia per tutto il lavoro. In una parola,
l’olocausto sarebbe un’allucinazione collettiva determinata dalla cultura aggressiva e parassitaria della comunità ebraica.
qui e nel resto dell'articolo le tavole di spiegelman ridisegnate da kuntzDa un’altra pagina del lavoro di Kuntz è possibile comprendere come, secondo l’autore, si è diffusa la “favola” di Auschwitz e degli altri campi di concentramento. Si evince un chiaro senso di ossessivo pessimismo tra la popolazione di origine ebraica, dovuta, ci sembra di capire, dalla sensazione di mancanza di controllo, di perdita di potere e di riferimenti all’interno della società tedesca. La persecuzione sarebbe figlia dell’ossessione per il profitto e per il controllo tipico della comunità ebraica. Da questo punto di vista, gli attacchi pubblici di Hitler e della propaganda nazista sarebbero una difesa e non un’aggressione, proprio come starebbe avvenendo oggi da parte dello stato di Israele nei confronti dell’Islam.
La riscrittura di Maus è anche un gioco di specchi. Se Spiegelman è Kuntz, sembra dirci l’autore, allora il movimento negazionista è il gruppo di topi segregato e deriso. In un ribaltamento inquietante, le presunte vittime di allora, agli occhi di Kuntz, diventano i carnefici di oggi. L’autore pone in questo modo la questione
sionista, strumentalizzando l’opera di Spiegelman e mutandone il senso originale,
da testimonianza a strumento di propaganda.
È attraverso questo meccanismo, percettivo, psicologico e culturale che l’autore negazionista tenta di mettere in discussione le nostre convinzioni, tanto da arrivare a dare forma a una nuova storia, identica all’originale, ma dal contenuto opposto. È una fantasia perversa, il Maus di Kuntz, una sfida ideologica diabolica, che sembra avere radici profonde, nell’odio e nell’ingarbugliata e poco limpida relazione tra i governi degli Stati Uniti e di Israele.

Appare più difficile comprendere come interpretare i fatti strettamente biografici che riguardano Art Spiegelman e la sua famiglia nel nuovo affresco di Kuntz, al di là cioè del valore culturale e storico. La mimesi e l’identificazione sembrano spiegarsi solo in relazione all’atteggiamento ossessivo e nevrotico dell’autore, che non è privo tuttavia un certo fascino.
Gus diviene Art, si appropria di un pezzo di vita altrui, dei meccanismi che l’hanno governata e determinata, delle relazioni personali con il padre, con i parenti prossimi e lontani. Mantenendo il punto di vista negazionista, un tale processo sembra comprensibile solo in quanto tecnica di “immersione”, si potrebbe dire, in qualcosa di totalmente estraneo, in modo da poterne comprendere le dinamiche e,
dall’interno, deriderle, metterle alla luce come incongruenti e inconsistenti.
Non esistono precedenti del genere che io conosca nell’ambito del fumetto.
Si avvicina forse in alcune premesse la realizzazione di
Persepolis 2.0, di cui avevo già parlato, laddove alle vignette identiche all’originale venivano riscritti testi nuovi, per raccontare la storia delle rivolte in Iran durante le ultime, discusse elezioni del 2009. La riscrittura della parte testuale modifica totalmente fatti e contenuto, mantenendo però una coerenza sostanziale con le intenzioni e la sensibilità dell’opera originale. In entrambi i lavori, Persepolis e Persepolis 2.0, è più che esplicitata una critica aperta all’attuale regime iraniano. La
Satrapi, autrice dell’opera originale, ha d’altronde avvallato e sostenuto l’operazione, prodigandosi per la sua diffusione.
Dubito che Spiegelman sarà disposto a fare lo stesso. Anzi, credo che non tarderà a muovere azione legale contro Kuntz. Sarà per questo, d’altronde, che Maus di Kuntz risulta al momento pressoché introvabile, se non all’interno del movimento negazionista che l’autore rappresenta. Venire in possesso di una copia, seppur temporaneamente, per il sottoscritto è stato davvero complesso.
L’opera di Kuntz rappresenta un’azione concettuale e creativa limite, che mette in discussione tutto quello che pensiamo in merito all’idea di plagio e di diritto d’autore. È bene sottolinearlo ancora:
per quanto nella forma le due opere siano identiche, nella sostanza hanno motivazioni, dinamiche produttive e contesti totalmente differenti e distonici. Privando per un attimo l’operazione di Kuntz degli intenti strettamente ideologici, la provocazione culturale appare perfettamente riuscita, manichea certo, ma non per questo meno disturbante e stimolante.
A questo punto, non ci resta che vedere se e come deciderà di muoversi Art Spiegelman. Ogni azione legale sarebbe legittima e sacrosanta. D’altra parte, rischierebbe di puntare un riflettore enorme sull’opera di Kuntz. Questa eventualità, per quanto onerosa, temo sia proprio quello che l’autore negazionista spera e si aspetta.
Harry.