lunedì 20 aprile 2009

Blatta economy


Condensazioni.
Per ragioni che ci sfuggono, ci troviamo a fare collegamenti logici e accostamenti inediti stimolanti.
Mi è capitato recentemente leggendo in parallelo due lavori apparentemente lontanissimi ma per molte ragioni incrociati.
Si tratta di Shock Economy di Naomi Klein e di Blatta di Alberto Ponticelli.
Il primo è un libro inchiesta in lingua inglese (ma tradotto in Italiano da Rizzoli), il secondo un fumetto italiano (pubblicato da Bloom).
Partiamo da Shock Economy.

Naomi Klein è una delle poche mie connazionali giornaliste (è vero, è nata in Canada, sarà per questo!) che sa scrivere in modo non sterile ed evocativo. Già autrice del best-seller mondiale No Logo, che ha segnato un’epoca vicinissima che sembra remota, in questo nuovo libro, frutto di tre anni di ricerche sul campo e di consultazione di documenti CIA de-secretati e di libri di ogni tipo, mette in luce un tema raccapricciante: la “missione” della scuola degli economisti di Chicago, figli di Milton Friedman e appoggiati per ultimo dal governo di Bush Jr., che consiste nello sfruttare eventi drammatici (imprevisti o provocati) per le popolazioni del mondo al fine di modificare lo status quo economico-politico in direzione del liberismo più sfrenato. L’idea, in due parole, è quella di approfittare dello spaesamento delle popolazioni dopo un tale evento per ridurre o azzerare diritti conquistati in anni e imporre delle scelte che mai, in un contesto normale, sarebbero passate. L’esempio più recente, forte e drammatico è la Guerra in Iraq, che è stata per gli Stati Uniti e altre potenze mondiale un’occasione economica favorevole e florida. Le vite perdute in quella guerra sono solo un prezzo necessario e sgradevole. Alla popolazione irachena, dopo la conclusione formale della guerra, sono state imposte condizioni economiche proprie dell’ “integralismo liberista”, favorendo lo sfruttamento delle ricchezze territoriali da parte delle potenze estere, impoverendo e umiliando un popolo e una società che già, con l’oligarchia di Saddam Hussein, erano tremendamente schiacciati. Dalla padella nella brace, come si dice.
Mentre leggo e rifletto su queste nefandezze, che Klein ha l’abilità di collegare ai metodi shockanti delle torture attuate dalla CIA a Guantanamo e altrove, mi ritrovo a leggere la vita del signor nessuno contenuta in Blatta. Ponticelli inventa una società nichilista e liberticida, dove in nome della vita eterna sono stati sacrificati tutti i diritti umani, anche i più semplici e comuni, come la sessualità, la famiglia, le relazioni sociali.
L’idea non è certo nuova. Ma il libro funziona grazie alla prosa asciutta ed evocativa, e soprattutto grazie a un disegno forte, sporco, espressionista, claustrofobico. Ponticelli mette in scena tutta la sua abilità grafica in un modo per nulla scontato e per nulla esibito. Le scelte, dalle inquadrature, al tratteggio, alla caratterizzazione dei personaggi, sono mirate e funzionali al racconto. Si nota una perfetta sinergia tra conduzione della storia e forza del disegno, tanto che mi sono convinto del fatto che sceneggiatura e realizzazione delle tavole sono andate avanti di pari passo, senza una specifica soluzione di continuità. Un lavoro da autore di razza, insomma. E una delle sue prime prove da autore completo, tra l’altro.
Ecco, il dubbio che avevo alla base del racconto, mi è stato in qualche modo spazzato via dal libro della Klein. Mi chiedevo cosa avrebbe permesso una totale perversione del sistema culturale, politico ed economico come quello descritto in Blatta. La risposta è in Shock Economy: è accaduto uno shock che non so descrivere né immaginare, ma al quale la scuola di Friedman e le sue frattaglie politiche sono state pronte a sfruttare in quel preciso momento. Si allenano tutta la vita per essere pronti.
Insomma, nella mia mente, un'opera rinforza l’altra, e sono da oggi per me inscindibili. Un plauso all’immaginazione, quindi, nella giornata in cui si piange la morte del meraviglioso, inarrivabile James Ballard. Sarebbe troppo lungo elencare quante cose l’autore ha saputo anticipare con i suoi racconti. Lascia una società che ha compreso, forse, come nessun altro.
E che appare ben rappresentata nelle sue estreme conseguenze da Blatta e da Shock Economy.

Harry.

mercoledì 28 gennaio 2009

Fumetti e concetti


Ci sono autori di fumetti che non sanno cosa dire della loro arte.
Di fronte a un fuoco di domande sul significato di certe scelte si sentono in imbarazzo. Nel migliore dei casi dicono non ci avevo pensato. Nel peggiore dicono non mi interessa.
Non per questo sono autori meno bravi. Anzi!
Il loro approccio è molto utile per ricordarci che prima ancora che un lavoro concettuale, quello del fumettista è un lavoro che ha molto più a che fare con il fare. Le sperimentazioni partono spesso da tentativi ed errori realizzati direttamente sulla carta. Molto meno da astrazioni e riflessioni anteriori.
Il lavoro di Gipi ne è un esempio. Come ammette brevemente nel suo blog, di fronte alla mia recensione (e a quella del valido Oliva su UBC) si sente quasi impreparato. Il nostro lavoro è concettualizzare, quello degli autori è fare. In effetti, diffido molto degli "artisti" che parlano più di quanto fanno. Giovanni Allevi è uno di questi. A sentirlo parlare sembra il nuovo Beethoven, a sentirlo suonare sembra l'Eros Ramazzotti del pianoforte (con tutto quel che di negativo si può accostare al nome Ramazzotti).

Quindi, il fumetto si fa. Quindi, il mestiere lo si impara in "strada", sporcandosi le mani.
Per questa ragione, parlando con diversi autori, troverete che hanno cercato di risolvere gli stessi problemi narrativi ognuno con modalità diverse, proprie. Ognuno con il proprio ingegno e la propria fatica. Una bella dispersione di energie, no?
Ma anche una bella sfida sempre nuova. Credo sia anche per questo che il fumetto presenta così tante possibilità espressive diverse, perché è ancora un territorio poco esplorato sul piano concettuale. Certo, c'è alla base un problema legato all'insegnamento del fumetto, così come una latitanza evidente di parte della critica specializzata. Ma sono convinto che si tratti di una caratteristica genetica del fumetto.

Mi ricorda un po' il jazz. Fino agli anni '70 le cose stavano proprio nello stesso modo. L'approccio dei musicisti era prevalentemente espressivo. Le esplorazioni nascevano dal suonare, dalle alchimie di esperienze diverse che si fondevano per creare qualcosa di imprevedibile e unico. E poi?
Lo sviluppo di scuole specializzate, di modelli espressivi riconosciuti, di una critica sempre più affermata e preparata e la stratificazione delle esperienze ha portato un forte inaridimento. Tutto sembra già fatto, suonato, sperimentato. Concettualizzato.
E chi prova ad esprimere qualcosa di originale e sentito, nel jazz, sembra spesso muoversi per differenze o per contrasto rispetto a precisi modelli.
Succederà lo stesso nel fumetto? Mi auguro di no. Le due forme espressive hanno molti aspetti comuni ma molti più aspetti che le differenziano.
Forse un giorno approfondirò le assonanze, potrebbe essere un buon esercizio.

In ogni caso, se qualcuno fosse interessato a leggere una (non)intervista che ben rappresenta un autore della categoria di cui sopra, consiglio quella contenuta nel numero 294 del Comics Journal al grande autore norvegese Jason. L'intervistatore ci prova in ogni modo e Jason risponde continuamente non so, l'ho fatto e basta. Diventa quasi snervante! Non avrei voluto essere nei panni dell'intervistatore.



Ultima nota: anche Gipi ha l'onore (e l'onere) di essere intervistato dalla più importante rivista di critica statunitense. La trovate sul Comics Journal 295.

Harry.

martedì 6 gennaio 2009

Esordienti



Sarà che ho appena terminato di sfogliare per l'ennesima volta Dream Of A Rarebit Fiend di Winsor McKay, sarà che non sono contento di come stanno andando le cose nella Striscia di Gaza e come (non) interviene il nostro governo del neopresidente Obama... sarà, ma ripensavo a casa Bonelli con un certo rammarico.
Il mese di dicembre ha visto l'esordio su due testate ammiraglie, Nathan Never e Dylan Dog, di due nuovi sceneggiatori: il poco conosciuto Davide Rigamonti sulla prima, il più che noto Roberto Recchioni sulla seconda. Entrambe le prove, lo dico subito, sono decisamente deludenti.
Del Dylan Dog di Recchioni ho già scritto.
Del Nathan Never di Rigamonti accenno solo che si tratta di una storia con un soggetto debolissimo e trito (che reinterpreta per l'ennesima volta un certo immaginario a la Psyco), una trama noir che si risolve per la forma di un copertone di automobile e per il comportamento incomprensibile di un'azienda che è tangenzialmente coinvolta nella spirale di violenza. Insomma, un soggetto a dir poco stiracchiato, che appare complessivamente infantile. Ma quel che più pesa è la sceneggiatura. Lo sai, anche un pessimo soggetto può essere salvato da una buona scrittura complessiva della storia. Qui al danno si somma la beffa. Rigamonti interpreta perfettamente la parte del classico (e per classico leggasi vecchio) sceneggiatore Bonelli: i dialoghi sono stereotipati, prevedibili e impersonali, il ritmo della storia è senza guizzi, meccaniche le svolte risolutive. Quel che è peggio è leggere ancora oggi, a fine 2008, dopo migliaia di pagine popolari, quei dialoghi irrealistici tra i personaggi che servono solo a spiegare al lettore rincoglionito dal gelo cosa sta succedendo, o dare informazioni pleonastiche su personaggi, contesti, eventi (un solo esempio, il dialogo surreale tra i due guardiani dell'ospedale psichiatrico).
Che questo ti basti per dire dell'eccezionalità negativa della storia.
Trovo anche significativo che entrambi gli esordi siano accompagnati ai disegni dai due autori più rappresentativi delle serie: De Angelis e Brindisi. Di fronte a due sceneggiature simili, i due "veterani" delle serie hanno tenuto il passo, con una prova buona ma spenta. Senza entusiasmo, si direbbe. Ma la scelta di casa Bonelli è testimonianza quanto meno di una cosa: che sui due esordienti si è deciso di investire, eccome. E veniamo al vero problema.
Temo che la responsabilità maggiore per l'insuccesso di questi due esordi non sia dei due sceneggiatori, ma della redazione o, forse, delle logiche che guidano il lavoro di redazione. Tanto che non credo sia possibile dividere tra le colpe reali del meccanismo intrinseco Bonelli e le responsabilità degli autori che ad esso si adeguano a priori, per non rischiare, si direbbe.
Fatto sta che, non volendo scoprirsi e scorpire la propria voce di autori, Recchioni e Rigamonti interpretano un cliché, fanno la parte degli autori automi, generando mostri invece che gemme.
Lo sai, non mi riferisco alla necessità di realizzare rivoluzioni o trasformazioni del personaggio. Quanto di offrire una propria interpretazione che non parta dalla rimasticazione di vecchie storie o vecchie modalità, ma dalla voglia di offrire un punto di vista vivo e vitale di quel personaggio. Se su Dylan Dog, schiavo del meccanismo sclaviano del buonismo e orfano del suo tempo, ciò appare assai difficile, Nathan Never, grazie alle sue continue evoluzioni e al coraggio di altri autori di sviluppare storie più al passo coi tempi, le possibilità le offrirebbe eccome.
Ma il meccanismo è lì. Ed è quello che spegne la forza narrativa di altri validi autori (Diego Cajelli?) o che porta l'ottimo Boselli a realizzare le sue migliori storie su Tex (destino che forse, a breve, condividerà anche Manfredi).
Sono il solo a pensare che qualcosa non funziona?

Hanry.

sabato 27 dicembre 2008

Dylan chi?

Immagine di Dylan Dog n. 268


Mi sono avvicinato a Dylan Dog 268 con alcuni timori ma con molta curiosità. La prima storia lunga di Roberto Recchioni su Dylan, "battezzato" dal solito Bruno Brindisi alle matite, può considerarsi a tutti gli effetti per il piccolo e quasi immobile territorio del fumetto popolare italiano un evento.
Purtroppo, la lettura del fumetto si è dimostrata peggiore delle previsioni.
E tutto ciò ha poco a che vedere con la mitologia dylaniana. O meglio, mettendo da parte ogni possibile considerazione in merito alla coerenza e all'aderenza della storia con quanto prima raccontato di Dylan Dog, per volontà di sintesi, direi che è proprio la storia nel suo complesso a non stare in piedi.
Maledicendo per l'ennesima volta il citazionismo che in alcuni, troppi casi, sembra il vero pretesto di alcune trame, posso solo dire che la conduzione della storia appare poco organica, le parti decisive della risoluzione sono sprecato e tirate via (l'indovinello?!), il sesso è usato come puro espediente al servizio di un'immaginazione congestionata, la caratterizzazione dei personaggi derivativa e poco sentita.
Ma soprattutto Recchioni sbaglia nel lavorare sull'atmosfera che dovrebbe, perché lo è stata, essere l'elemento cardine della storia. Dylan e il lettore non sono mai realmente in apprensione, in ansia, in tensione, né per i disguidi burocratici né per l'assenza di Groucho, né per nessuno degli altri elementi della storia.
E Brindisi? Beh, lui c'è, da professionista qual è, ma non si vede. Anch'egli risulta anonimo, a tratti spento, a tratti efficace, ma complessivamente piccolo e insignificante quanto la storia.
Una prima occasione del tutto sprecata. Anzi, siamo a una e mezzo, se ricordiamo, e non vorremmo, la primissima prova su Dylan Dog Color Fest #1.
Recchioni è pronto a riprovarci. La Bonelli pure. Ma sembra che, mese dopo mese, Dylan Dog sia destinato a soffocare sotto l'incapacità anche di validi sceneggiatori nel soffiargli un po' di vita, di anima. E Tiziano Sclavi, purtroppo, non ha responsabilità dirette, se non una: di essersi soffermato troppo, nella seconda parte del suo cammino con Dylan, sulle caratteristiche meno efficaci e più pericolose della serie, ovvero il buonismo, il "socialismo", l'orrore del quotidiano che è dentro di noi e nella nostra vita, il mostro della porta accanto, tanto terribile quanto povero e disperato. Grave errore, Tiziano, che stiamo ancora pagando.

Harry.

giovedì 18 dicembre 2008

Intellettuali o personaggi?

Il fumetto sorride e sbeffeggia la "cultura alta" - Lo vedremo mai?




Gipi è stato in tv.
L’intervista è stata ben condotta e lui ha risposto in modo appassionato e presente.
Ma... sembrava un ragazzino spaventato.
Certo, è Gipi, con le sue timidezze e le sue idiosincrasie, che sono tra le ragioni per cui lo apprezzo e ne seguo il lavoro.

La sera dopo c’era Mattotti a Che tempo che fa, ma me lo sono perso. Devo recuperare l’intervista di un autore fondamentale del fumetto mondiale e che in Italia si muove quasi nell’ombra, se non fosse per le illustrazioni usate sulle riviste e sulle copertine di alcuni romanzi. Sospetto che abbiano parlato meno di fumetti che di arti visive in generale, ma è una sensazione non confermata dai fatti.

Sollecitato anche da alcuni spunti emersi in una recente discussione che ho letto sul forum di ComicUS, a proposito di Interni di Ausonia, mi vien voglia di tornare sul tema dell’assenza di intellettuali nel mondo del fumetto (e delle cultura?) italiana.
Se è vero che è ancora difficile per il fumetto smarcarsi dal sillogismo nuvolette/intrattenimento di massa, è però vero che opere come Interni, con i difetti che non ti ho taciuto in una precedente mail, sono lì a dimostrare che il fumetto può essere molto altro, molto più di questo. Un iceberg di dimensioni enormi sta pian piano affiorando, grazie soprattutto allo sforzo di un’editoria in fermento, con strutture piccole se non minuscole e grazie alle autoproduzioni. Ma anche all’interessamento di importanti case editrici generaliste che hanno ben compreso il potenziale del fumetto altro dal solo intrattenimento.
Ma gli autori di fumetti, dove sono?
Nella sua apparizione televisiva, Gipi, con il suo atteggiamento understatemant, sembrava lì a rappresentare la soggezione del mondo del fumetto e della cultura fumettistica rispetto al mondo visibile, tele-visibile. Faceva tenerezza, tanto quanto il fumetto fa tenerezza alla gente comune.
Nel mondo trasparente del fumetto, le voci che contano sembrano essere soprattutto quelle che sanno riproporre, rielaborate, le fantasie degli adolescenti che furono, le spacconate da action movie, le esaltazioni da ego-maniaci, senza che riesca ad emergere una loro visione del mondo, della vita e della cultura e, quel che più conta, la loro posizione all’interno di esse. La loro posizione di autori, di creativi rispetto a quello che fanno e vogliono esprimere sembra fare parte essa stessa del mondo che creano con i fumetti. Sembra vogliano essere i protagonisti delle loro storie, piuttosto che i protagonisti della cultura italiana. Molti di loro si illuderanno che questa è una posizione utile, mentre mi sembra vada ancora una volta nella direzione della trasparenza di cui sopra, dell’autoreferenzialità e dell’isolamento culturale che il fumetto non riesce a vincere.

Harry


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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.