giovedì 29 ottobre 2009

All'altezza di Lucca Comics

Arriva Lucca Comics & Games e tutto si ferma, il fiato sospeso.
Molti faranno quadrare i propri bilanci grazie alla fiera (al festival).
Le iniziative culturali ci sono, ma avranno consistenza?
O saranno come sempre poco (in)visibili?

Io a Lucca ovviamente non ci sarò. Sono dall'altra parte dell'oceano, ed è proibitivo arrivarci.
Ma il mio caro amico Guglielmo ci andrà, e spero mi racconti aneddoti e situazioni e incontri.
Un pensiero: essere all'altezza di Lucca Comics...
Nel resto dell'anno, il mercato fumettistico e i suoi appassionati raramente lo sono. Lucca come anomalia, non come regola.
Fa riflettere.

Harry.

giovedì 22 ottobre 2009

Sporchiamo il fumetto di reale


Prima di tornare a parlare di cose futili, apro una nuova parentesi; mi piace divagare – chiusa parentesi (come nei blues di Jimi Hendrix dove la sua chitarra improvvisa per divagazioni che si sa quando iniziano ma non quando terminano).
Ho parlato della necessità di intellettuali, della necessità che i fumetti parlino dell’oggi, che facciano opinione e cultura, della necessità che i fumettisti incontrino il mondo fuori, gli intellettuali altri, quelli che, ancor poco, contano. Qualcosa succede, è successo.
A Milano in questi giorni (da ieri a domenica) apre le porte un nuovo festival, Streep, che sembra anch’esso una divagazione: una parentesi prima della grande mostra-mercato di Lucca (che cambia nome in festival, una sciccheria, diventa europea, ma non cambia pelle, per fortuna); una parentesi nell’anonimato e nell’invisibilità della scena culturale e fumettistica milanese.
A inizio ottobre, poi, c’è stata una festa (non un festival) di Internazionale a Ferrara, dove il fumetto, anche lì, si è aperto all’altro, si è fatto conoscere.
La matrice comune sembra essere il comics journalism, di cui è più facile tracciare un’evoluzione (non una storia) che una definizione, come ci hanno mostrato Stefanelli e Interdonato sul primo volume di Doonsbury, l’Integrale. Il giornalismo a fumetti, in questi anni di crisi mondiale del giornalismo, dove si colloca? Cosa rappresenta? In quale relazione con il reale? È questo il fumetto che parla dell’oggi di cui rivendico l’assenza, ma che vedo come una delle più grandi potenzialità della nona arte?
Se nel comics journalism si nasconde Gipi, insieme a Spiegelman, insieme a Parisi, insieme a Munoz, insieme a Chapatte e a Sacco… mi chiedo cosa differenzia l’autobiografia, dalla testimonianza, dall’inchiesta, dal racconto storico-biografico, dalla verosimiglianza, …?
Non confondetevi. Pensate al termine comics journalism, così come lo sentiamo in questi giorni, come a un grosso contenitore, un’etichetta che contiene più di quanto esclude. Bene, pensiamo per canoni inversi e lasciamoci sorprendere, da Deaglio che intervista Spiegelman (era ieri sera), da Robecchi che intervista Gipi, dagli incontri, dal fumetto (senza eccezioni, senza etichette) che incontra il reale. Da qui possiamo partire, per arricchire di contenuti il contenitore di cui sopra, e scoprire, pian piano, nel tempo, che il giornalismo a fumetti è forse più un mezzo dialettico che una definizione, un veicolo. Perché Parisi che disegna il jazz di Coltrane non è giornalismo, come non lo è il suo libro, se non fosse che, guarda caso, la musica di Coltrane ha avuto (ha?) una portata culturale, politica, sociale, esistenziale, esoterica, … che si rinnova continuamente, in ogni rielaborazione e rievocazione. Almeno quanto la voce inconfondibile e provocatoria del “complice” Ornette Coleman, che ancora oggi, grazie al cielo, suona e produce (music journalism). Una testimonianza.
Sporchiamo il fumetto di reale.
Solo l’inizio?

Harry


lunedì 19 ottobre 2009

Supereroi e strisce - intro

pussey (c) daniel clowes


Mi ritrovo a leggere a breve distanza uno dall'altra il fumetto Pussey di Daniel Clowes (Fantagraphics Books) e la raccolta completa di Sam's Strip di Mort Wolker e Jerry Dumas (Fantagraphics Books).
Il primo è una finzione autobiografica nella quale Dan Clowes immagina di essere Dan Pussey, l'ultima delle star del disegno agli inizi degli anni '90, quelli della specupazione sui supereroi, quelli in cui si vendevano milioni di copie dei numeri uno di una nuova serie. Sotto l'ombra onnipresente di Mr. Infinity, splendida parodia del sorridente Stan "The Man" Lee, le stelle nascono e muoiono in un giorno. Clowes rappresenta il lato più deprimente e sconcertante del mercato fumettistico USA, con una certezza: i supereroi non cresceranno mai.
Sam's Strip è il capolavoro comico e meta-fumettistico di Wolker e Dumas, pubblicato a fine anni '60. Si configura come una folle esplorazione dei codici e dei mondi dei fumetti a strisce, lanciandoci una chiarissima provocazione: le strisce sono il formato che permette la maggior libertà espressiva nel fumetto.

A conclusione di questa introduzione, quindi, vi do appuntamento al prossimo intervento, che potremmo riassumere con: l'omologazione dei supereroi vs. la libertà delle strisce.

martedì 13 ottobre 2009

Grandi progetti



Chissà, immagiono Antonio Serra in febbrile attesa dei riscontri sul suo Greystorm, mentre incrocia le dita sui risultati di vendita, che arriveranno solo più avanti.
Immagino un autore come lui che ha voglia di giocare con il fumetto in modo... "antico" o "tradizionale" o "..." (la parola che preferite), che attende sapendo che i giochi sono ormai fatti, che le sceneggiatura sono in mano ai disegnatori, che la maggior parte di essi è già in fase avanzata di lavorazione. Forse, quando il verdetto dei lettori al termine della miniserie sarà definitivo Serra avrà già scordato l'investimento di tempo, creativo e professionale di Greystorm. O al contrario gli autori rimangono attaccati a queste cose? Non so. Immagino dipenda dal singolo autore.
A Serra piace restare attaccato?

Di Greystorm, terminato il primo numero, ricordo una grossa ala di pipistrello spezzata.

Harry.

venerdì 9 ottobre 2009

Oggi rifletto sul formalismo - parte 5 di 5



Qui la prima parte.
Qui la seconda parte.
Qui la terza parte.
Qui la quarta parte.
Ora la quinta e ultima parte.

Dopo essermi soffermato sulle interessanti possibilità interpretative degli approcci formalisti al fumetto, dopo aver suggerito l’utilità di questi stessi approcci per sviluppare maggior consapevolezza nell’esperienza di lettura e dopo aver constatato la necessità di una visione aperta (al dialogo e allo scambio) della critica sul fumetto, arrivo al mangaka Taniguchi.

Jiro Taniguchi è un autore piuttosto unico nel panorama fumettistico mondiale, uno di quelli che mi disorienta maggiormente. Il suo stile e il suo linguaggio sono molto personali, contaminati e riconoscibili. La sua ricerca lo ha portato a essere, agli occhi dei lettori occidentali, una delle massime espressioni della cultura orientale nel fumetto. I temi che affronta, l’occhio con il quale osserva e rappresenta la vita, la sensibilità nel rintracciare la circolarità e la spiritualità dell’esperienza, sono propri di una cultura altra rispetto alla nostra. Al contempo, tuttavia, Taniguchi sa essere il più europeo degli autori giapponesi, perché la sua sintesi è frutto di una ricerca e di una cultura che ha saputo muoversi spesso oltre confine. È un ponte? Forse si.

Per il sottoscritto, Taniguchi è un continuo esempio di ambiguità e ambivalenza. Visto da un punto di vista superficiale, il suo fumetto non mi piace. Sfogliare i suoi libri mi lascia indifferente. Non c’è un particolare che colpisca la mia curiosità, non il suo tratto, non la costruzione complessiva della tavola, non la modalità con la quale traccia le linee. Eppure, avviata la lettura, tutti quegli elementi assumono un significato diverso, in funzione della storia. I disegni, che in apparenza risultano freddi e statici, subiscono una metamorfosi al punto da diventare perfetti veicoli per le emozioni della storia. C’è un’apparenza, in Taniguchi, che viene costantemente contraddetta dalla sostanza. Mi è capitato più volte di sentire commenti (di comuni lettori) che criticano aspramente il suo stile, quel realismo gelido che traspare in molte tavole. Comprendo questo punto di vista, ma solo superficialmente, prima cioè di essere accolto dal profondo calore e dalla spiccata umanità dei suoi racconti.
In Un cielo radioso (storia di un’anima che si sposta in un altro corpo; storia di riconciliazioni, di amore per la vita, di consapevolezza e spiritualità) l’apparente freddezza delle tavole deriva dalla pulizia del tratto, dall’assenza di tratteggi, dall’uso attento ma continuo di retini, dal realismo esasperato degli ambienti, dove pesa soprattutto la forza geometrica e spigolosa delle architetture che circondano la vita di città. La postura delle persone è misurata, lontana da ogni approccio impressionista o caricaturale (così tipico, invece, di moltissimi manga) e le espressioni corporee sono semplici, definite da piccole variazioni della linea. Le inquadrature sono curatissime e, spesso, silenziose, sottotraccia, non vogliono imporsi con la presenza di scelte impreviste o spiazzanti (proprio come succede, per esempio, in molti fumetti di casa Bonelli). Sul piano simbolico, le scelte stilistiche alle quali ho accennato parlano di un materialismo concettuale lucido, concreto, asettico. È il materialismo della nostra quotidianità.

Dietro questa fredda rappresentazione della vita si nasconde una sensibilità rara. Taniguchi, assumendo come proprio l’esempio di Osamu Tezuka, esplora con abilità le potenzialità del fumetto attraversando trasversalmente i generi. Ogni suo nuovo lavoro affronta una tematica narrativa differente, eppure le ossessioni che lo dominano sono sempre le stesse. In La ragazza scomparsa, l’autore assume il pretesto della tragedia familiare per raccontare della montagna, della scalata, del rapporto dell’uomo con l’assoluto e con la fiducia. Il materialismo concreto del suo sguardo ha la capacità di trascendere regolarmente il fenomeno per raggiungere la spiritualità, che emerge con leggerezza e dolcezza. In effetti, è proprio grazie a questo suo approccio visivo leggero e sensibile che riesce a parlare di temi importanti, delle grandi domande della vita, senza mai cadere nella trappola del patetico e senza mai risultare irrisolto.

Un po’ il contrario di quanto fa, per esempio, il nostro Davide Toffolo, dove il bel disegno e il grande talento sembrano troppo spesso manifestazioni fini a sé stesse dell’ego dell’autore, e dove il patetismo è spinto attraverso un espressionismo simbolico troppo accentuato (si veda, per esempio, Il Re Bianco). Il minimalismo di Taniguchi, con la sua prosaica rappresentazione del quotidiano, nasconde quindi un pensiero grande, allargato, che è per me esemplificativo di quanto sia misterioso il potenziale del fumetto.

In che modo, noi occidentali (al di qua o al di là dell’oceano) ci riconosciamo nel suo immaginario? Quali aspirazioni tocca la sua voce semplice e nascosta?
Il percorso espressivo di Taniguchi sembra porsi come la metafora perfetta della vita in questo caos metropolitano del nuovo millennio, dove per ricongiungersi con se stessi si deve andare alla ricerca del contatto con le foglie di un albero, con il semplice atto del nutrirsi, con il valore spirituale di una passeggiata. È la necessità di una presenza, laddove a dominare la nostra inquietudine giornaliera è l’assenza, il distacco dalle cose e dalla propria natura, dalla propria origine. Sul piano espressivo, il suo approccio mai sopra le righe, la sua cura, e l’apparente assenza di una ricerca formalista (secondo l’idea che ho espresso nelle precedenti puntate) si risolve nell’esatto contrario: ovvero nel ricongiungimento con l’equilibrio formale della spiritualità della quotidianità. Il formalismo di Taniguchi c’è, quindi, eccome, ma su un piano simbolico, a un livello di lettura che non può certo risultare immediato o urlato, ma suggerito, ricostruito, ricercato e che diventa evidente solo sul piano emotivo durante lo svolgimento del racconto.
Per questo motivo, per questo equilibrio sottile, i suoi lavori generano uno strano effetto ipnotico che, tornando per un attimo all’approccio costruttivista, viene colto dalla nostra esperienza di lettura pagina dopo pagina, grazie al modo con cui l’autore sa guidare la nostra attenzione, conducendoci passo a passo nell’osservazione degli oggetti, dei gesti delle persone, nello svolgimento dell’azione, nei percorsi di vita dei personaggi.
Per tutte queste ragioni, quando leggo analisi critiche sulle opere di Taniguchi rimango spesso deluso, perché non vedo in esse la capacità di cogliere davvero le qualità che l’autore possiede. Ed è questo uno dei difetti principali di molte disquisizioni critiche, non certo l’assenza di oggettività, quanto l’assenza di argomentazioni circostanziate e chiare di un punto di vista, di una chiave di lettura che possa essere più o meno accolta e condivisa.


Harry
(fine)





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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.