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mercoledì 4 maggio 2011

Dylan Dog e le donne (1) - gelosia e perfezione



Il Dylan Dog Color Fest, albo fuori collana con cadenza variabile, è stato finora un contenitore vuoto e privo di significato. Un prodotto commerciale che ha puntato su due aspetti: il colore (non sempre utilizzato in modo efficace); la perizia grafica di alcuni disegnatori (in alcuni casi con un approccio molto particolare, come nel Color Fest umoristico di qualche mese fa). Ma che si è rilevato assolutamente piatto e monocorde dal punto di vista delle storie, delle sceneggiature, delle interpretazioni. L’ultimo esperimento, con la sesta uscita, è un Color Fest tutto al femminile, ovvero realizzato interamente da sceneggiatrici, disegnatrici, coloriste e letteriste donne.
Ma facciamo un passo indietro.

Gli sceneggiatori di Dylan Dog sono stati quasi esclusivamente uomini, a partire dal loro creatore, Tiziano Sclavi. Unica eccezione davvero rilevante, la sceneggiatrice Paola Barbato (presente anche in questo Color Fest), che per molti, ma non per il sottoscritto, ha preso il testimone creativo di Sclavi. Il padre di Dylan Dog ha dimostrato negli anni una grande capacità nel tratteggiare caratteri e sensibilità dalla spiccata vicinanza con il mondo femminino. C’è sempre stato, in Sclavi, un bisogno profondo di ricerca, di indagine che, senza mai tralasciare alcune fondamentali logiche proprie del fumetto d’avventura, ha negli anni avvicinato moltissime lettrici a Dylan Dog. Il successo, in questo senso, non è stato guidato da un’intenzione esplicita come quella di Giancarlo Berardi e la sua Julia, che dell’osservazione attraverso una sensibilità femminile fa una delle sue matrici costitutive, ma da un’innata, feroce urgenza di Sclavi, che ha saputo aprire lo sguardo e il genere, raggiungendo potenzialmente tutti.
L’assenza di Sclavi, negli anni, ha pesato molto anche in questa direzione. I vari successori non hanno saputo sviluppare uno sguardo proprio, inedito, vero. Hanno imbastito teatrini più o meno efficaci che hanno avuto per protagonista la marionetta Dylan, il suo mondo e i suoi comprimari.
Una messa in scena gelida che, salvo alcune rare eccezioni (penso in particolare ad alcuni lavori di Michele Medda) non ha mai convinto davvero. Di questo fallimento espressivo (prima ancora che narrativo o editoriale) si è detto molto senza analisi davvero efficaci. Quel che è certo è che di Sclavi Dylan Dog è stato una manifestazione forte, credibile e reale. E come sappiamo, la realtà sfaccettata dell’angoscia, del disagio e della sensibilità che Sclavi ha messo in scena hanno una forte connotazione femminina.

Torniamo al Color Fest.
C’è in Dylan Dog, il personaggio, un’impalcatura narrativa potenzialmente anti-femminina forte e radicata, che è quella del rubacuori e dell’amante sempre insoddisfatto. Su questo tema, Barbato ha più volte giocato, cercando da un lato di alleggerirlo, deriderlo e umanizzarlo, e al contempo di non banalizzarlo. Un tentativo consapevole, forse legato a un disagio che la sceneggiatrice donna si trova a dover affrontare, per andare oltre il solo meccanismo narrativo e riempirlo in qualche modo di senso. È qualcosa che gli altri sceneggiatori, uomini, per ovvie ragioni hanno tenuto in secondo piano o trattato con estrema superficialità. Ad eccezione, di nuovo, di Scalvi. Ma se per questi, il Dylan Dog amante e seduttore, oltre che un gioco al servizio della serie, è stato un efficacissimo pretesto per raccontarci vite molteplici e multiple dell’altra metà del cielo, per Barbato finora è stato un tema necessario ma scomodo.

Nel Color Fest, Barbato torna a giocare su questo tema ribaltando abilmente la prospettiva. Osserviamo il bisogno di Dylan, un bisogno tutto maschile, potremmo dire etologico (o nevrotico?), attraverso gli occhi di un’amante quasi perfetta e gelosissima. Si dice che la gelosia sia prima di tutto un sentimento femminile. Vero in parte. Le tradizioni culturali e la cronaca nera ci dicono di molti e spaventosi modi di agire la gelosia da parte dell’uomo (dalla possessività, alle violenze fisiche, allo stalking, ecc.). Eppure, la gelosia come forma subdola e invadente, ossessiva, che non si manifesta apertamente, ma lavora nel profondo e in territori immaginari prima che reali, sembra essere più vicina all’universo femminile. È di questo sguardo che Barbato ci parla, con l’aiuto di Lola Airaghi alle chine, sempre con notevole divertimento e gioco ma anche con una chiarezza dell’intenzione narrativa che coinvolge e incuriosisce. Airaghi si presta all’esperimento con buona padronanza e guardando, stilisticamente, al canone di Bruno Brindisi. Per inciso, un tratto meno derivativo sarebbe stato ancora più efficace nel raccontare questa piccola storia.
Certo, l’amante assassina di Barbato e Airaghi alla fine del racconto ricorda fin troppo una maschera del mondo psicotico di Batman, eppure è l’insieme sintetico ma chiaro delle reazioni di Dylan Dog che risulta efficace e credibile, per quanto estremo, fino al tradimento da lui agito nei confronti della presunta amante perfetta. L’idea della perfezione è forse una delle paure più angoscianti della nostra vita. E l’ossessione del controllo uno degli specchi nevrotici più pervasivi.

Harry
(continua con l’amabile Vanna Vinci…)

sceneggiatura di paola barbato, disegni di lola airaghi

mercoledì 12 maggio 2010

Punto di rottura



Come sai, ho a più riprese parlato di Caravan, la miniserie Bonelli ideata e sceneggiata da Michele Medda che giunge nel mese di maggio alla sua conclusione. Ne ho parlato bene, ne ho parlato criticamente.
Sono convinto si tratti di un esperimento importante ma non riuscito. Un fallimento? Direi di no. Un passaggio interlocutorio, forse, sia per la casa editrice che per il percorso professionale dell’autore.
Prima di tornare a parlarne in relazione alla sua conclusione, che svela tutti i misteri, mi preme però evidenziare un fatto certo. Nei dodici numeri che compongono la miniserie, Caravan ha goduto di alcune storie singole eccellenti. E questo dovrebbe bastare. Non può, ma dovrebbe.
Di fatto, il pretesto catastrofico che ne regge le sorti – in modo traballante – è stato ben sfruttato da Medda in alcune occasioni. Una delle migliori è stata senza dubbio Punto di rottura, il numero 10.
Osservando da vicino, dimenticando l’arrivo, lasciandosi guidare per una volta con fiducia dagli autori (con Medda c’è un Emiliano Mammucari sempre più bravo), Punto di rottura è un ottimo esempio di narrazione “popolare sofisticata”. Uso questi due termini accostati con leggerezza, senza pensarci troppo. Intendo qualcosa che ha a che fare con la chiarezza, la linearità, la semplicità da un lato; la riflessione, la consapevolezza dei mezzi, la profondità delle emozioni evocate, la volontà di non farsi ingarbugliare dai compromessi, la cura dei dettagli dall’altro.
È in questo strano equilibrio che Medda esce vincitore, se non in altri. Un equilibrio che è sinonimo di intelligenza, di responsabilità narrativa e di passione.
Punto di rottura è caratterizzato da continui cambi di scena e di registro. La tragedia si intreccia con la comicità, il (melo)dramma con l’azione (o meglio, la tensione per l’azione drammatica in movimento). Mammucari punteggia questi passaggi molto abilmente, inserendo nelle pieghe del suo stile realistico alcune brevi sequenze cartoonesche, a supporto dei racconti umoristici di un comico della carovana. Il gioco funziona talmente bene che il momento più commuovente e riuscito è proprio il finale, quando l’ennesima storiella si trasforma in “parabola” sui disegni cartoon di Mammucari che qui, più che umoristici, appaiono colorati dei ricordi dell’infanzia. Il segno che è simbolo diviene pienamente sinergico con il messaggio che si vuole comunicare.
Punto di rottura è davvero un punto di non ritorno per la serie, sul piano dell’intreccio, ma è anche una piccola boa, un segnale di come il fumetto Bonelli possa muoversi e, ancora, di quali vette narrative Caravan ha offerto.
Ti auguro di leggerla, questa storia, e di non farti soffocare dal (pre)giudizio per un finale che arriva. Malgrado la mia segnalazione sia fuori tempo massimo.

Harry

martedì 30 marzo 2010

Rinnovare senza innovare

 copertina di corrado mastantuono



Nell’editoriale del numero di Magico Vento attualmente nelle edicole, l’autore Gianfranco Manfredi scrive con la sua solita apertura e schiettezza.
Mi colpiscono due cose.
Innanzitutto Manfredi chiarisce che il passaggio dalla mensilità alla bimestralità della serie che è avvenuto ormai da qualche anno non è stato, e non poteva essere, una premeditata “scorciatoia” verso la chiusura. Il concetto stesso di chiusura programmata con così tanto anticipo è assurdo. Ma Manfredi arriva al cuore della questione quando ammette che il passaggio alla bimestralità ha fatto perdere circa 5000 lettori alla serie. E che Sergio Bonelli lo aveva avvisato del rischio.
L’esperienza di Bonelli non si può mettere in dubbio. Conosce quel mondo, il suo mondo, come se stesso.
Sergio Bonelli ha il polso del fumetto popolare perché è fatto a sua immagine. Lui e la sua casa editrice, più di chiunque altro, hanno determinato quel che c’è oggi nelle edicole italiane.
Bonelli ne è sotto molti aspetti responsabile. Nel bene e nel male.
Il bene? Il fumetto popolare con il prezzo più basso che ci sia in Europa, nel mondo, a fronte di una qualità e di una professionalità complessiva altissima.
Il male? L’addormentamento. L’annuvolamento culturale del lettore di fumetti. La pigrizia concettuale. La paura.

Ed ecco il secondo passo che mi arriva dall’editoriale di Manfredi, quando accenna del difficile equilibrio che uno sceneggiatore di fumetto popolare deve tenere tra innovazione e familiarità, tra luoghi comuni e originalità di pensiero. I topoi narrativi sono trappole intelligenti, trappole della mente creativa, perché conducono alla ripetizione e alla sterilità, da un lato, ma permettono anche ai lettori di ritrovarsi, di orientarsi e di sentirsi a casa. E ai professionisti di… conservare le forze? Di apparire all’altezza anche quando non lo sono? Di spostare i limiti e le costrizioni all’interno di un processo creativo vigile e serio?
Il fumetto Bonelli è una casa. È un lido sicuro. Anche laddove autori intelligenti come Manfredi o Medda o Ambrosini (e Bacilieri) o … tentino percorsi nuovi. Ha regole troppo forti e stringenti, soprattutto sul piano delle convenzioni “linguistiche”. E l’equilibrio ricercato da chi vuole imporre una voce originale è troppo fragile. Perdente.
Si dice che Caravan di Medda non venda bene. Lo si dice in giro e non stento a crederlo…
Magico Vento chiuderà a fine anno, perché le vendite, perché l’autore…
Jan Dix di Ambrosini nasce e muore miniserie senza sussulti di vendite che ne permettano il proseguimento…

Serie come queste sono destinate all’insuccesso? Ha senso cercare di rinnovare senza innovare?
Quale responsabilità ha Sergio Bonelli? La sua idea di fumetto popolare di successo è l’unica possibile? Ed è questa stessa idea che porterà alla definitiva sterilità e immobilità?

Harry

venerdì 19 febbraio 2010

Dove va la carovana



Caravan arriva al numero nove, due terzi di storia sono passati e mi sono fatto un’idea chiara delle intenzioni di Michele Medda, e dei risultati.
Lo dico da subito, Caravan mostra in modo diretto i limiti del linguaggio Bonelli e mostra l’inefficacia di una trasformazione strutturale come quella imposta da Medda.

Per prima cosa, Caravan ha un pre-testo avventuroso che lo sceneggiatore non ha saputo tenere vivo, in nove mesi. L’impianto/contenitore di storie senza uno sviluppo del pre-testo diventa appunto pretestuoso e questo pesa enormemente sull’equilibrio narrativo. È un problema che va oltre le aspettative del lettore. È un gioco di scatole che appare disarmonico, e dove il contenuto appare forzatamente collocato all’interno di un contenitore poco fluido, poco accogliente, distonico.

Ma il problema principale di cui risente la serie è senza dubbio il linguaggio. Pre-testo a parte, infatti, Medda ha deciso di raccontare la “quotidianità”. Intendo con questo termine pezzi di vita normale, più o meno ancorati a uno specifico contesto storico, che avrebbe potuto vivere ognuno di noi, nella propria esistenza. Gli eroismi sono annullati dall’anonimato delle situazioni, dalla tragica e comune banalità della crescita.
Da questo punto di vista, il cuore di Caravan vorrebbe essere minimalista sia nelle intenzioni dello sceneggiatore che nelle scelte drammatiche. Ed ecco episodi di comune terrorismo, di comuni abusi infantili, di comune tossicodipendenza, di comune violenza, di comuni amori. Di questo fragile e delicato tessuto Medda ha riempito il contenitore.
A differenza di celebri precedenti quali Ken Parker e Dylan Dog, per dirne solo due, nei quali la normalità e la quotidianità emergono da molteplici livelli di lettura, ma rimanendo chiaramente ancorati a una base avventurosa ben codificata, in Caravan, Medda elimina quasi totalmente gli altri livelli di lettura, e ci sbatte in faccia storie comuni.
Il fatto è che la banalità dei giorni o rivela aspetti di "compassione" (partecipazione emotiva) o di poesia, altrimenti risulta sterile e fuori luogo. E qui si rivela tutta l’inefficacia dei codici e del linguaggio proprio dell’impostazione bonelliana. Quando Andrea Pazienza, Gipi o gli statunitensi John Porcellino o Jeffrey Brown, ecc. raccontano il loro sguardo sulla vita lo fanno attraverso un codice idiosincratico e personale, proprio, inedito. Rinnovato e rielaborato attraverso una ricerca che è funzionale al tema, alla sensibilità e ai motivi del racconto.
In Caravan ciò non è possibile. La mediazione con il formato, con lo stile dei disegnatori, con un canone precostituito, non sovvertibile e da non mettere in nessun modo in discussione polverizza l’efficacia narrativa delle storie, che appaiono incompiute e rivelano, ahimè, la vera, antipatica, inaccettabile piattezza dei fatti di vita comune. Raramente c’è poesia, idiosincrasia, o compassione, ma solo un meccanismo ben costruito e professionale. Distante e sterile.

Queste motivazioni fanno di Caravan una vera anomalia e una lente di ingrandimento sui limiti oggettivi della narrazione bonelliana. E questo malgrado le migliori intenzioni degli autori impegnati nella serie, ed episodi più riusciti di altri.
Sono convinto che il fumetto popolare italiano avesse bisogno di un’esperienza editoriale come questa perché mette in luce un problema importante che andrebbe focalizzato, elaborato e affrontato, se si vuole modernizzare stili e impostazioni ormai invecchiate e se si vuole recuperare il contatto con un gruppo sempre maggiore di potenziali lettori disinnamorati, annoiati, delusi.

Harry.


mercoledì 7 ottobre 2009

Fuori continuity e fuori luogo



Interrompendo la stretta continuity degli ultimi giorni...

L’ultimo Dylan Dog a firma Michele Medda si eleva parzialmente sopra la deludente media degli ultimi anni, se non altro per la cura nelle caratterizzazioni e per il gioco divertito con il quale l’autore ripercorre i topoi propri della serie. Oltre a questo non c’è molto, se non un’idea narrativa ben condotta ma superficiale, e i disegni di Angelo Stano che sanno ancora raccontare la normalità con delicata inquietudine. Medda conduce attraverso l’ironia (di Groucho ma non solo) un divertito percorso meta-narrativo, sottotraccia, che nasce già dall’impianto del soggetto, ma che trova la sua efficacia nella sceneggiatura, per lo più confermando con sottolineature le aspettative dei lettori. Il gioco, purtroppo, ci ricorda tristemente un aspetto fin troppo evidente, che Dylan Dog è sempre più prigioniero di sé stesso. Sembra sempre più impossibile raccontare l’indagatore dell’incubo con convinzione e “realismo”.

(c) gipi

A questo punto, però, viene quasi voglia di sovvertire i punti di vista. Una battuta di Groucho all’interno della storia di Medda dice, più o meno, che le statistiche confermano che la maggior parte dei divorzi avvengono all’interno di coppie sposate. La tautologia suggerirebbe di non sposarsi. Raccolgo l’idea, e parafrasando suggerisco che la maggior parte dei fumetti brutti si trovano all’interno dei fumetti che vengono prodotti. Vorrebbe dire non produrre più fumetti? O non leggerne?
Ho la tentazione di chiedere se ci rendiamo conto di quante sono le difficoltà per realizzare un buon fumetto, soprattutto all’interno di contesti seriali. Il dato di fatto è che gli attuali sistemi produttivi in Italia non rappresentano le condizioni più adatte per garantire un buon prodotto. O sono all’insegna del più asfissiante meccanismo automatico (Diabolik? Disney?) o si basano su una stabile precarietà che costringe a creare nei ritagli di tempo.
Stando così le cose, è strano, sorprendente quante opere interessanti vengono prodotte ogni anno. Ed è normale, semplicemente prevedibile che i lavori che sono davvero in grado di lasciare il segno nella coscienza dei lettori e, chissà, negli anni a venire, sono proprio pochini. Perché mi viene anche il dubbio che, lodato quel che serve, il lavoro dello stesso Gipi non abbia la forza per marcare un segno che potrà rimanere saldamente nel tempo.

Possiamo lamentarci quotidianamente. Gli italiani, poi, sono così bravi in questo.
Ma forse, ogni tanto, potremmo gioire per un mercato fumetto immaturo che sa dare comunque opportunità di lettura ancora vitali.

Harry

mercoledì 9 settembre 2009

Storie in viaggio

Io sono un autore e voglio un pretesto per raccontare delle storie... di viaggio. Perché ce le ho lì, nella mia testa, e penso possano essere buone storie da raccontare.

Mi invento il pretesto, ovvero un misterioso incidente e delle strane nubi luminose nel cielo.
I miei lettori sanno che qualcosa di misterioso c'è e verrà svelato, che è un filo rosso che tiene insieme la serie, ma è anche un ottimo modo per me di raccontare altro, storie di vita diverse.
In questo modo, visto che ho un committente (un editore) e un target (i lettori “bonellidi”) si salva il concetto di miniserie (prima o poi una fine e una spiegazione arriverà), si salva il mio bisogno di raccontare storie (e sono buone storie, ve lo garantisco, cucino con gusto, come non facevo da tempo), si salva il bisogno dell'editore di non avere una miniserie troppo vincolata dalla continuity.

Peccato che, per un po' di lettori condizionati da altre forme di fumetti, il pretesto mi si ritorce contro e diventa un'aspettativa costantemente irrisolta, tanto da far perdere il gusto, a questi lettori condizionati, del succo che le storie hanno.

Siamo sempre lì, nel mondo del fumetto, dove non è pensabile lasciarsi coinvolgere dal solo piacere della narrazione. Il formato, la forma, il genere, i condizionamenti derivanti da altri stili, abitudini, modelli sono troppo forti. Perché? Perché il fumetto non ha ancora una sua dignità di mezzo espressivo maturo e riconosciuto. Ma è un giochino per appassionati.
Eppure io, autore maturo, continuo a muovermi sulla strada. Alla fine si tireranno le somme.

Harry

p.s. per il lettore: Caravan 4 di Medda e Maresta è un piccolo gioiello, con una piccola storia nella storia commuovente e ottimamente narrata. Ogni cosa è al suo posto e coinvolge passo dopo passo. Spicca la capacità di Medda di raccontare la voce delle generazioni che passano e del tempo che tutto scompagina. Con storie così, non solo questa mini-serie diventa imprescindibile, ma si caratterizza come originale e unica nel panorama del fumetto seriale.

uno dei momenti più intensi del quarto numero di caravan
(disegni di werner maresta)

giovedì 9 luglio 2009

Letture recenti (1)



Julia 130, Myrna sono io, (Sergio Bonelli Editore) di Berardi, Montero e Zuccheri è un piccolo gioiello di efficacia narrativa. Giocare con le aspettative dei lettori è l’arte più complessa e nobile della fiction. E ha grossi, enormi rischi. Perché al lettore piace sentirsi “ingannato” quando ci legge dietro intelligenza e passione, e quando genera vivo coinvolgimento. Tutto questo, in Myrna sono io, accade, a conferma di un team di lavoro ormai collaudato e per molti versi raro nel fumetto italiano. Da avere.




Gravel, TP1, di Warren Ellis è un fumetto edito in USA dalla Avatar Press. Un fumetto horror incentrato sul protagonista omonimo, un britannico che per mestiere fa il mago combattente. Il soggetto non brilla per originalità, ma la freschezza della sceneggiatura e la cura per le pieghe psicologiche del personaggio rendono Gravel una lettura coinvolgente. Un punto di vista originale sull’horror, che richiama le migliori sequenze narrative di Hellblazer della Vertigo. Soprattutto se paragonato a…




Rourke 2, di Memola (Star Comics) che si conferma superficiale, poco convincente. La vaga somiglianza fisica di Gravel con Rourke, le origini anglosassoni, la passione comune per gli alcolici e il fatto che ho letto le due storie in parallelo, mi hanno creato una leggera vertigine e sovrapposizione. E il paragone è stato immediato. Troppe le somiglianze superficiali, troppe le differenze nel trattamento narrativo. Tanto è disturbante e caratterizzato Gravel, tanto è anonimo e scialbo Rourke. Peccato, perché la matrice generica sarebbe buona. Ma i temi trattati sembrano lontanissimi dalle corde di Memola. Momento meno felice: la filippica dell’assistente sociale belloccia, che non si può leggere per qualunquismo e scarso realismo. Per me, ultimo appello.

Caravan 2, di Medda e Raffaele (Sergio Bonelli Editore) prosegue da dove si era concluso il precedente. Il movimento resta efficace. La tensione cala. Succede troppo poco forse in questo numero per colpire davvero il lettore. Ma la cura nella sceneggiatura e gli ottimi disegni di un Raffaele che sembra trovare buona ispirazione in De Angelis sono la conferma per una miniserie da seguire.






Wimbledon Green di Seth (Draw & Quaterly) è un esplorazione meta-fumettistica sulla psicologia del collezionista di fumetti. È un gioco sofisticato nelle intenzioni, denso sul piano concettuale, ma poco significativo sul piano del risultato narrativo. Nella sua genesi, da improvvisazione espressiva, è un’opera comunque molto interessante per comprendere a che punto sia l’arte di Seth, ottimo cartoonist canadese. Speriamo in una prossima opera più “seria” e meno auto-compiacente.

martedì 16 giugno 2009

Caravan serraglio

studio per la copertina del numero 1 di Caravan (c) Mammucari

Forse non ci credete, ma io amo il fumetto popolare. Ne amo la storia, l’evoluzione e le potenzialità. È per questa ragione che ne parlo così spesso male, perché ci tengo, lo coccolo, lo seguo e ne soffro. Ogni forma di comunicazione che ha vocazione “popolare” dovrebbe sentire delle responsabilità, che stanno innanzitutto nel non sentirsi autorizzati a banalizzare, a semplificare eccessivamente per quello strano assioma – che è un pregiudizio – che più una cosa è di facile “utilizzo” più si riesce a venderla.
Se la semplicità è una vocazione del prodotto popolare, dietro a essa si deve respirare il pensiero, l’intelligenza, la partecipazione e la naturalezza. Tutte caratteristiche che mancano alla maggior parte dei prodotti popolari, fumettistici e non. Perché per costituzione e per necessità, il prodotto popolare è contaminato, improprio, derivativo, meticcio … tutti aspetti che ne fanno un “oggetto non identificato”, che richiede una straordinaria capacità di sintesi e di comprendere il clima socio-culturale in cui si vive.
E a chi non piace sentire ancora oggi parlare di etichette quali “popolare” dico solo che il linguaggio dell’uomo funziona perché si definiscono, implicitamente o non, delle convenzioni. E mi sento ancora oggi in diritto di far mia tale convenzione: per cui, spero sia chiaro a tutti cosa intendo quando parlo di fumetto popolare. Non è una definizione di merito, né un giudizio implicito. Ha più a che fare con il pubblico di riferimento e i meccanismi produttivi che generano tali prodotti.

E di fumetto popolare torno a parlare oggi a proposito di Caravan, la nuova maxi-serie della Sergio Bonelli Editore, ideata e sceneggiata da Michele Medda, con l’apporto artistico di autori conosciuti come Roberto De Angelis (ai disegni nel primo numero) e in costante crescita come Emiliano Mammucari (copertinista della serie).
Non so cosa sia Caravan, narrativamente parlando. Non ho avuto voglia di leggere anteprime, interviste, comunicati stampa. Ho comprato il primo numero al buio. Perché di Medda mi fido. Perché a Medda attribuisco senza dubbio le qualità dell’intelligenza, della professionalità non sterile ma “germinale”, dell’autonomia di pensiero e della passione per il medium fumetto.
Per cui, l’unica cosa che vi so dire di Caravan, interpretando i presupposti del primo numero, è che si tratta di un’avventura on the road, con più o meno chiari riferimento catastrofistici, con una conduzione corale e non incentrata su un singolo protagonista. E ciò vi basti.

Caravan esordisce in modo impeccabile. Il movimento della sceneggiatura è naturale, coerente, senza increspature inutili e senza automatismi necessari alla risoluzione della trama. I personaggi hanno voce propria, le vicende hanno spazio e il lettore partecipa della storia con trasporto.

(c) De Angelis

Merito della buona riuscita è da attribuire anche all’ottimo lavoro di De Angelis, che mette a frutto la sua esperienza e la grande intesa con lo sceneggiatore, consolidata in anni e anni di Nathan Never. Le inquadrature, le scelte di ritmo, tagli, “movimenti di camera” hanno una connotazione decisamente fumettistica, per quello che il fumetto, certo fumetto realistico, è diventato negli anni: di nuovo, un prodotto derivativo ma non spersonalizzato, che del cinema imita la forma sostituendola con la propria, così come imita il movimento dalla staticità di una tavola disegnata.
Ecco, direi che il punto di forza di Caravan è il senso del movimento. E per una serie on the road è un risultato importante.

La copertina di Mammucari pone già le premesse di un prodotto nuovo, pur nella continuità del fumetto di avventura realistico di casa Bonelli. Il tratto e la posa dei due personaggi, che ricordano Adam Kubert, nascono da una sintesi che rielabora senza forzature il linguaggio visivo dei comics statunitensi. La scuola Kubert, ricordiamolo, prima ancora che dal fumetto di supereroi, ha le proprie radici nel fumetto di guerra e dell’avventura esotica (le foreste di Tarzan, il passato remoto della preistoria di Tor). Non so dire con quale consapevolezza, Mammucari cita e rielabora, in una semplice tavola, tutto quel mondo che ai lettori italiani è conosciuto e lontano al tempo stesso. Una buona premessa, una buona metafora del contenuto di Caravan.

Aggiungo solo che Mammucari aveva già dato un’ottima prova di sé nel recente quinto numero di Dix, con uno stile ancora diverso per quanto perfettamente riconoscibile, che pescava a piene mani dal genere noir, con una sensibilità poetica efficacissima. Una dimostrazione di flessibilità stilistica che dice del suo grande talento, per quanto di una personalità artistica ancora in via di definizione.

tavola da Dix 5 (c) Mammucari

In conclusione, il primo numero di Caravan rappresenta l’esordio più convincente degli ultimi anni per una (maxi)serie popolare.
Seguiamone le sorti.

Harry.



Tutti i testi di questo blog sono (c) di Harry Naybors, salvo dove diversamente indicato.
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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.