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mercoledì 23 giugno 2010

Delle umane passioni



Ancora a proposito di Dago.

C'è una domanda che mi pone Daniele Barbieri. Del perché dopo tanti anni, dopo che Robin Wood ha percorso e ripercorso le stesse vicende con le sue (in)finite varianti, Dago sia ancora una delle letture più interessanti del panorama seriale italiano. Si può rispondere in molti modi. E il primo, quello più competente, sarebbe nell'analisi del modo, della tecnica, degli espedienti narrativi messi in atto da Wood e Gomez. Qualcosa ho accennato già. Qualcosa andrebbe approfondito, eccome.
Ma osservando da un altro punto di vista la risposta è antropologica: Wood sa raccontare la vita nei suoi bisogni primari. Prima ancora che tecnico, è un successo basato sulla sensibilità artistica dello sceneggiatore. Wood mette a nudo le dinamiche primarie che muovono le esistenze. Il filtro della guerra in forma di dramma svela gli attaccamenti, il desiderio sessuale, il bisogno di affermazione, la crudeltà, la fame, la vendetta, la sacralità della vita, e così via. Di questo Wood sa raccontare alla perfezione. E ogni tassello, ogni ritorno, ogni variazione, offrono un'opportunità di comprensione. Il gioco funziona, insomma, per forza dell'occhio con cui Wood osserva e della sua forza evocativa. Doni rari.

Harry.

martedì 22 giugno 2010

Non perdiamo spazio (e tempo)



Tornando a parlare di Dago Ristampa, c’è un aspetto sul quale vorrei soffermarmi.
La cosa riguarda lo spazio e, necessariamente, il tempo.
Se il volumetto da edicola si presenta in formato Bonelli (quaderno, b/n, 96 pagine) la sua realizzazione nasce altrove, nasce nei brevi capitoli di 12 pagine per il settimanale.
L’albo della Ristampa subisce quindi una trasformazione importante, perché si caratterizza come una raccolta di racconti. In questa distinzione si profila una diversa gestione dello spazio da parte dello sceneggiatore rispetto a un qualunque altro albo in formato Bonelli. E questa differenza pesa.

Robin Wood ha operato una scelta chiara: ogni capitolo di 12 pagine deve essere un racconto autonomo, con un inizio, uno svolgimento e un finale adeguato. Ma ogni singola storia deve essere il tassello di una narrazione più ampia, che fluisce naturalmente capitolo dopo capitolo. Il meccanismo è tipico del fumetto seriale, ma si caratterizza come unico nell’ambito del fumetto popolare da edicola. Per la verità, quasi tutte le serie prodotte specificamente per il settimanale dell’editore romano utilizzano questa formula (per vederne le molteplici varianti, è possibile recuperare la bellissima serie de I Giganti dell’Avventura), ma Dago Ristampa è l’unico che ha goduto regolarmente negli anni di una serializzazione mensile in quel formato.

Sul piano narrativo, l’obbligo dei racconti brevi costringe Wood a utilizzare almeno tre espedienti importanti: la ricerca di un’idea forte per ogni racconto, con lo sviluppo di una dinamica drammatica, obbligata dallo sviluppo rapido della risoluzione; un’estrema sintesi nelle scelte dei contenuti propri del fumetto, dai testi asciutti e taglienti, ai disegni evocativi e simbolici, per quanto realistici; infine, una gestione dei tempi degli avvenimenti varia e disomogenea, che alterna passaggi di azione molto bruschi con cambi di scena repentini, a momenti nei quali lo sviluppo sembra sospendersi, per accrescere la forza evocativa delle scene (il contrasto è spesso marcato).

Non si discutono l’abilità e l’intelligenza con le quali Wood utilizza i diversi meccanismi a sua disposizione. La sua prosa lirica ma non retorica è perfetta nell’evocare suggerendo, accanto alla forza del disegno di Gomez che appare chiaro, deciso nelle scelte espressive e nelle intenzioni. Dago è un fumetto adulto, che utilizza un linguaggio adulto, che richiede una discreta alfabetizzazione fumettistica. D’altra parte, tali scelte trovano un efficace equilibrio con la leggibilità e la linearità vitali per un fumetto a larga diffusione, dalla vocazione popolare.

Pensare in termini di 12 tavole alla volta costringe Wood a essere sintetico, a lasciare da parte dialoghi, didascalie, eventi, disegni e rappresentazioni inutili. Da questo punto di vista, la sintesi diviene vero e proprio esercizio di stile, che obbliga al pensiero creativo e laterale, cercando sempre nuovi spunti e possibilità per non annoiare il lettore. Di questo esercizio avrebbero bisogno molti degli sceneggiatori Bonelli, che si abituano a ragionare in termini di quasi cento tavole alla volta per raccontare una storia. Lo spazio condiziona il tempo narrativo, e laddove Wood si trova costretto a escludere necessariamente azioni inutili (tempo inutile), gli sceneggiatori che hanno di fronte cento tavole bianche da creare ogni mese sono spinti spesso dalle necessità opposte, allungare, riempire, “occupare spazio”, “perder tempo”. Fino a debordare! Tanto che alcuni sceneggiatori sentono l’esigenza di avere albi di più di cento pagine, oppure di sviluppare le proprie storie in più numeri della serie. Un processo che, superficialmente, appare ingiustificato e inaccettabile. Più analiticamente, è certo che le storie lunghe hanno al loro interno esse stesse dei sottocapitoli drammatici, che permettono uno svolgimento interessante per il lettore, che gli autori possono gestire liberamente, controllando tempi e momenti. Tuttavia, essere “costretti” a raccontare in capitoli obbligati di 12 pagine è certamente “antieconomico”, perché richiede uno sforzo creativo e una fantasia sempre rinnovata, a differenza di una narrazione decompressa di cento pagine. Come più di uno sceneggiatore seriale ha ammesso, infatti, uno degli aspetti più complessi di questo lavoro è trovare qualcosa che valga la pena raccontare, idee che diventino storie, mese dopo mese dopo mese. 

Nell’esercizio di stile di Dago Ristampo Wood utilizza un altro espediente che è complementare alla sintesi di cui sopra, ovvero la reiterazione che procede per accumulazione. Capitolo dopo capitolo tornano alcuni temi e alcune dinamiche narrative, spesso sottotraccia, cioè non esplicitate al lettore attraverso strumenti tradizionali quali riassunti o richiami diretti a fatti già avvenuti. Wood procede per analogie (situazioni, emozioni, passaggi nella prosa che assomigliano ad altri già usati in racconti precedenti) e per accumulazione, favorendo l’orientamento del lettore che legge i capitoli settimanalmente e creando un efficace effetto drammatico per il lettore che legge i capitoli in fila nel mensile.

Queste caratteristiche svelano l’intelligenza con la quale lo sceneggiatore gestisce e supera i vincoli imposti dal formato, trasformandoli in opportunità narrative. E rivelano nuovamente quanto sia importante il formato nel determinare modi, spazi e tempi di una narrazione a fumetti. Una scuola che manca terribilmente nella scena italiana del fumetto popolare è quella del racconto breve. L’intenzione e l’efficacia narrativa ne gioverebbero moltissimo. E questa debolezza si rivela in modo palese nelle rare occasioni nelle quali gli autori sono chiamati a scrivere storie brevi, come avviene, per esempio, nel Dylan Dog Color Fest, una delle collane più interessanti nelle premesse, e più avvilenti nei risultati, del panorama italiano.

Harry.

martedì 8 giugno 2010

L'esercito imperiale è entrato a Roma


L’esercito imperiale è entrato a Roma.
Una frase breve. Poche parole messe insieme per esprimere un concetto.
Ma sotto questo concetto, c’è un incendio infernale, che illumina il mondo intero.

Il bonellide più straordinario che si trova nelle edicole italiane da anni è senza dubbio Dago Ristampa. Ma non farti ingannare. Se il formato editoriale è in tutto e per tutto simile a un prodotto Bonelli, la sua costruzione, le tematiche, la sua origine e direi quasi tutti i dettagli lo differenziano da esso.
L’Eura Editoriale, bruciata come Roma e rinata come Aurea, ha da anni investito su uno dei migliori sceneggiatori di fumetti del mondo, dal nome Robin Wood, uno di quelli che se gli commissioni un Dylan Dog Gigante è capace di dare una sua interpretazione del personaggio efficace, personale e contemporaneamente centrata. Uno di quelli che sa muoversi tra tragedia, commedia, realismo storico e caricatura senza perdere un grammo di originalità e forza evocativa. Uno di quegli autori dalla conoscenza enciclopedica e dalla sensibilità unica, che con Mojado, per citare un'altra sua celebre creatura, sa raccontare l’emarginazione e la disperazione della vita di frontiera messicana e, contemporaneamente, solide storie di avventura.
L’Eura/Aurea, dicevo, chiede da anni a Wood una breve storia di 12 pagine da pubblicare su un suo settimanale. I brevi capitoli compongono un mosaico esteso, un fluire infinito di avventura e tragedia, nei bagliori di fiamma del Sedicesimo secolo.
Prendo un numero a caso, il 31° uscito nel dicembre 2004, da cui è tratta la citazione iniziale. Wood è coadiuvato ai disegni dall'ottimo e fedele Carlos Gomez. L’occupazione di Roma da parte dei lanzichenecchi del Sacro Romano Impero in cui Dago si trova coinvolto è pretesto per gli autori per rappresentare in chiave simbolica il crollo di ogni freno morale e di ogni limite alla crudeltà. Le guerre esasperano la perversione, e la vita è costantemente in pericolo. Qualcosa di simile a quanto espresso con altrettanta urgenza in chiave letteraria da Uomini e No di Elio Vittorini o da La Pelle di Curzio Malaparte (a proposito della Seconda Guerra Mondiale).
Le didascalie sono secche, dirette e liriche. I disegni, con primi piani inquietanti, tagli di prospettive dal basso, movimenti sincopati da una vignetta all’altra, una cura maniacale per i dettagli, traghettano l’esperienza del lettore dalla superficie realistica del tratto alla profondità impressionista del messaggio. Ogni situazione, ogni azione, ogni immagine di queste pagine ha un valore innanzitutto narrativo/descrittivo e contemporaneamente simbolico/evocativo.
È questa doppia valenza la quintessenza di Dago e dei migliori lavori di Robin Wood. È questa attenzione alle emozioni, questa capacità di distaccarsi dalle sole esigenze di sviluppare una trama, a distanziare completamente Dago da altri fumetti di medesimo “formato”. L’apparente realismo nasconde altro proprio come il formato (e la forma) dimessa che si rifà alla tradizione Bonelli svela un contenuto molto più ricco.
Sono passati molti anni e Dago Ristampa è ancora in cima alle mie letture preferite. Wood lo si osserva muoversi con la stessa intelligenza, pieno di energia e di inventiva, pur nei suoi luoghi narrativi tanto familiari. Un patrimonio artistico che non deve passare inosservato e di cui, in fondo, ogni potenziale lettore dovrebbe gioire.
(Se solo la grafica di copertina e la cura editoriale fossero più accattivanti e al passo coi tempi!)

Harry


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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.