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lunedì 26 settembre 2011

Il consumatore finale


La storia di Chester Brown era già scritta nelle vicende autobiografiche raccontate in Non mi sei mai piaciuto. In quel bellissimo libro seminale, l'autore canadese ci aveva raccontato delle sue delusioni affettive, con uno sguardo impietoso e tagliente. Lucido. Razionale. In quella rappresentazione, in quei ricordi, si nascondeva un grande dolore, controllato e gestito da una forte personalità e volontà.
Questo è possibile comprenderlo oggi, alla luce di quanto Brown racconta nella sua nuova opera, dal titolo inglese Paying for it, ovvero il resoconto lucido, razionale e dettagliato dei suoi rapporti sessuali con prostitute.
Usciamo dai pregiudizi morali, entriamo nelle vicende personali che l'autore racconta.
In estrema sintesi, e per non annoiarti, ti dico soltanto che, dopo l'ennesima delusione d'amore, Brown sceglie di non avere più rapporti affettivi con alcuna donna, ma di praticare sesso a pagamento, per assecondare un bisogno che sente ancora vivo e presente.
Mentre leggi, ricordati della forza della mente, e del potere delle razionalizzazioni.
In un susseguirsi di appuntamenti e racconti minimali, Brown disseziona la sua sfera sessuale (e affettiva?). A margine, o al centro, a seconda dei punti di vista, una sorta di manifesto: normalizzare la prostituzione; farla uscire dall'illegalità e anche da qualunque proposito di regolamentazione, di legalizzazione.

Quello che colpisce, di Brown come persona, è il coraggio, la fermezza, la lucidità. Quello che spaventa è il distacco emotivo. Sembra che accogliere questo nuovo stile di vita, per Brown, sia stato del tutto indolore, anzi, una via di cambiamento oltre il dolore. Eppure, dietro a questa attenzione manichea per i particolari (Brown annotava tutto quello che accadeva di volta in volta, appuntamento dopo appuntamento, conversazione dopo conversazione), si indovina un meccanismo fortissimo di razionalizzazione e di negazione (che l'autore, ovviamente, nega egli stesso, a confronto con gli amici fumettisti Seth e Joe Matt).
Quel che importa non è un giudizio sull'uomo, ma una riflessione sulla natura umana della sessualità, dell'amore e dell'intimità. Paying for it è la messa in scena della scissione tra queste tre sfere, operata dalla mente, per un bisogno di controllo straordinariamente forte. Non è un atto di liberazione, di vita. Ma appare piuttosto come un atto di prevaricazione, di chiusura alla completezza dell'uomo.
Ed è per questo, io credo, che il racconto, nel suo complesso, appare distaccato, ripetitivo, meccanico, privo di vita. Manicheo.

Paying for it, sul piano strettamente fumettistico, è un'opera non riuscita, povera di spunti di autentica riflessione, se non quella del manifesto sulla prostituzione; è un lavoro che non riesce a coinvolgere il lettore, che sembra osservare di là da un vetro.
Ma Paying for it è anche un interessantissimo materiale per comprendere il percorso umano di Chester Brown, e la determinazione di una razionalità che tutto controlla, tutto analizza, tutto determina. E questo, se  vogliamo, è il più grande inganno della modernità occidentale.

Harry

sabato 3 settembre 2011

Dacci dentro, Baru!




Toni da commedia per scenari tragici di immigrazione e delinquenza quotidiana.
Colpisce la sintesi e l’essenzialità dell’ultimo Baru.
L’implicito di quanto narrato è talmente vasto che rischia di rimanere sommerso.
Ogni segno è talmente carico di significati!
Pompa i bassi, Bruno! (Coconino Press) come titolo della storia, una frase detta e passata come un grido qualunque all'interno di una vicenda complessa,  a rappresentare il movimento della vita.

Ciò detto, non la migliore storia di Baru. Ma non sottovalutarla.

Harry

mercoledì 20 luglio 2011

Il fumetto come ricordo e testimonianza


                                                                           tavola di claudio calia


Le ferite democratiche del G8 di Genova sono ancora aperte.
L'attualità si ripiega nella sua coda.
Le crisi di varia natura che si susseguono mettono in dubbio tutto.
La politica mondiale ha paura mentre alza la voce.
Mancano idee e lungimiranza.

Il fumetto ne è testimone.
In modi anche piccoli. Ma non elusivi.

Quello di Radio Sherwood è solo un punto di vista. Ma lo segnalo con piacere.

Harry

venerdì 15 aprile 2011

E intanto... grazie a Gianluca

 gianluca costantini


Gianluca Costantini ha da qualche tempo ripreso a realizzare i suoi political comics.
Per posta, mi arriva oggi il ricordo al compianto Vittorio Arrigoni. Non c'è pace.
Stay human.

Harry

L'impossibile critica (3)

il fumetto con protagonista la pornostar jenna jameson



Oltre l’autore/eroe ci sono le logiche di mercato. Si parla di industria culturale (termine utilizzato per la prima volta da Adorno e Horkheimer negli anni ’70 per evidenziare l’ambiguità e la conflittualità proprie dell’arte della modernità), di fette di mercato per ogni singolo prodotto artistico.
Il dato di fatto è che la maggior parte degli autori/artisti di fumetti esterni al circolo dei prodotti seriali, in Italia come negli Stati Uniti, difficilmente può pagarsi da vivere con quello che produce. Puoi leggerne un interessante approfondimento qui, a firma di Andrea Queirolo. E le problematiche degli autori sono l’epicentro di un fenomeno più ampio, dove anche gli Editori spesso faticano a raggiungere il pareggio e dove i Distributori risentono fortemente delle pressioni economiche e dell’indebitamento collettivo, ovvero sopravvivono a stento o chiudono.
Secondo una logica strettamente di mercato, se il fumetto non si paga da vivere è utile? Si direbbe di no.
Nel mercato occidentale, guidato da paradigmi ormai vecchi, frustrato da speculazioni sempre più grandi e rapide, si è via via accentuato il principio secondo il quale è necessario produrre a tutti i costi, pena la chiusura delle aziende e la perdita di lavoro. La produzione si è sganciata dai bisogni e i consumi sono diventati una musa incantatrice. Da un lato, quindi, si cerca di generare nuovi bisogni prima assenti per sostenere la produzione; dall’altro si produce di più e si pagano percentuali per la sovrapproduzione, buttando quel che è in eccesso, alla faccia di chi muore di fame dall’altre parte del mondo (due esempi italiani, le problematiche connesse alla sovrapproduzione di pomodori e di latte).
Alla fine degli anni ’50, John Kenneth Galbraith, economista e ispiratore del Partito Democratico di John F. Kennedy, esplicitava in questo modo il problema:

[…]vediamo chiaro che le nostre energie produttive sono impiegate per fabbricare assurdità, di cui nessuno ha bisogno, mentre però del processo produttivo si continua ad avere “bisogno”, come fonte prima di guadagno. Ora, il guadagno che si ottiene producendo gli oggetti più stupidi, e meno rilevanti, ha dunque una grossa importanza. La produzione riflette la bassa utilità marginale dei prodotti per la società: ma il guadagno riflette la cospicua utilità totale delle entrate per l’individuo. Perciò, quantunque lo si ammetta difficilmente, la vera preoccupazione economica fondamentale non è più tanto per i “prodotti”: diventa una questione di guadagno e di impiego; la prova migliore è che quando si pensa a una depressione viene naturale di farlo non tanto in termini di “meno merci prodotte”, quanto di “disoccupazione e minor guadagno”; e reciprocamente è spontaneo identificare gli “anni belli” o la “congiuntura favorevole” con epoche di pieno impiego,  piuttosto che non di alta produzione.
John Kenneth Galbraith, da America Amore di Alberto Arbasino (Adelphi)



La ricetta di Galbraith è semplice: una rete solidale che garantisca un salario pieno a chi non ha un lavoro, per una disoccupazione che è prevedibile si muova a fisarmonica entro certi limiti percentuali e che, se sorretta in modo coerente, può supportare attività diverse da quelle produttive, come per esempio quelle artistiche. Ovvero, la disoccupazione come un fenomeno strutturale e caratterizzante le economie occidentali. Non solo, la disoccupazione non come un problema sociale ma come un'opportunità.
Oggi, mezzo secolo dopo, le cose vanno diversamente, soprattutto in Italia. Tagli alla cultura, tagli alla spesa pubblica ma solo dove non ci sono interessi di lobby o di corruzione; sussidi di disoccupazione esplosi e gravosi che non prevedono soluzioni o sostegni a medio-lungo termine.
E il fumetto? A quali logiche deve sottostare? A quelle della produzione a tutti i costi o a quella dell’artista libero e, perché no, sovvenzionato di fare quel che sa fare nel modo migliore?
Nelle attuali logiche di mercato prevale senza dubbio la prima formula. Anche perché il Fumetto non è il Cinema, non è l’Opera, non ha mai raggiunto lo status di forma artistica autonoma e riconosciuta (e nemmeno per questi, come sappiamo, è periodo di vacche grasse). E allora, il fumetto è come un gadget, che si deve cercare di vendere a prescindere da uno specifico, reale bisogno, all’interno di logiche consumistiche industriali (o semi-industriali). Qualcuno direbbe che questa è l’essenza dell’arte, ovvero di non rispondere a nessuna specifica necessità. Ma l’arte come gadget mette dentro tutto e risponde a banali e insulse logiche di consumo, usa e getta. L’esempio più chiaro, evidente, è la trasformazione industriale della musica popolare, vero feticcio usa e getta strumentale alla vendita di altro, style, jeans, occhiali, profumi, …
E la critica? Secondo questo punto di vista è un anello (importante?) dell’industria culturale.
La critica si riduce ad essere un veicolo per indurre l’acquisto di un gadget. Nello specifico il fumetto/gadget.

Harry
(continua)

domenica 27 marzo 2011

The Secret - allora è una cospirazione!

illustrazione di max guadagni

Per essere chiaro, penso che solo gli sciocchi non sono cospirazionisti, al giorno d’oggi.
Ma non pensare a tutte quelle stupidate new age che puoi trovare in internet. Per capire davvero il concetto di cospirazione, di doppia morale, governo ombra e così via, ti basta partire dalla lettura di Shock Economy di Naomi Klein. E se ti interessa un occhio nuovo e originale sulla nostra cultura, qualcosa che non centra direttamente con la controcultura, ma che vive di pensiero originale, leggi Il resto è rumore di Alex Ross, ovvero come comprendere la storia attraverso la musica (colta?!). Sono due lavori monumentali e illuminati. E con questo, potrei chiudere i consigli per gli acquisti di questa grigia domenica primaverile.
Ma nella vita accadono cose divertenti.

Ho due figli. Entrando in un negozio biologico (carissimo, è l’ultima volta che ci metto piede) il proprietario vede il bimbo più piccolo è dice, che bello, che luce, è un bimbo cristallo. Penso, che diavolo sta dicendo?! Osserva il grande e dice, lui è un bambino indaco. E la coppia è fatta. Abbiamo generato i salvatori del mondo, penso. Perché poi mi documento e leggo qualcosa in internet. Eccoci.
Penso che la filosofia new age sia una schifezza. Derivativa, inconsistente, superficiale. Il pensiero positivo è una forma di autosuggestione inconcludente e priva di veri risultati. È la trasformazione commerciale e popolare del buddhismo zen e della culla orientale della civiltà. In poche parole, il pensiero positivo non è altro che l’ennesima sovrastruttura a una mente, la nostra, già confusa e condizionata. L’ascolto profondo e l’osservazione consapevole e silenziosa del buddhismo sono il contrario di una sovrastruttura. Sono un lavoro graduale e costante di pulizia da condizionamenti e attaccamenti. Ma non voglio andare troppo lontano. Che poi ci sono gli alieni, la telepatia, e così via.
Scoprire di avere due figli che appartengono alla nuova evoluzione del genere umano non mi ha sconvolto. So già del loro essere speciali. Sono i miei figli, ogni scarafone…!

Le condensazioni mi portano però all’ultimo fumetto che ho letto. Divago, ma arrivo sempre lì.
Ho imparato a comprare molti meno fumetti, negli ultimi anni, lo sai. Ma conservo il piacere, ogni tanto, di comprare a scatola chiusa alcuni prodotti semplicemente perché ne ho voglia. Ma non so spiegarti perché in queste scelte sia finito The Secret 1 della Star Comics. È una nuova miniserie ed è scritta da Giuseppe Di Bernardo. E non è un segreto, non ho mai apprezzato questo sceneggiatore. La sorpresa è che questo fumetto mi è piaciuto. Il cerchio (nel grano?!) di queste divagazioni si chiude quindi sulla tematica di The Secret, che, come avrai già immaginato, è un fumetto popolare, di genere, che pesca a piene mani dalla cultura cospirazionista new age. Eppure, miracolosamente, Di Bernardo mette le mani e la testa nel materiale giusto, popolarizzando (brutto termine) in chiave fiction un mix di elementi culturali e politici importanti, riuscendo a imbastire una storia con il giusto ritmo e le giuste intenzioni. Insomma, per una volta, l’ambizione popolare che pesca nell’attualità (di cui è figlia anche la per me insopportabile Insonne), Di Bernardo la calibra con intelligenza, evitando l’eccesso didascalico e soprattutto il sentimentalismo controculturale che lo ha spesso soffocato.
The Secret è, insomma, a giudicare dal primo numero, quello che potrebbe essere oggi un fumetto pienamente popolare, per vocazione e risultati, perché si muove nelle idee (feconde? O semplicemente diffuse?) di una cultura superficiale e stratificata, per certi versi sciocca e usa e getta, ponendo le basi per stimolare un approfondimento, un recupero dei semi originari che tale cultura e tale fiction hanno utilizzato. Ma soprattutto, questo fumetto, pur nelle sue numerose imperfezioni produttive tipiche del seriale italiano Star Comics (la copertina di Lupacchino è sbagliata da tutti i punti vista, i disegni di Da Sacco e compagnia sono altalenanti, il respiro della storia è costretto dal formato bonellide, ecc.) è stato una lettura divertente.
E a proposito di semi, chiudo con un terzo consiglio letterario, ovvero l'ottimo Il Cigno Nero di Nassim N. Taleb. Tutto fluisce in modo circolare. Anche le profezie.

Harry

giovedì 24 febbraio 2011

Alcuni buoni motivi per leggere Grandville (2)


Sono ossessionato, ammaliato e terrorizzato da quanto sta succedendo in questi mesi in Nord Africa. C'è un'energia che si muove da sotto che non ha a che fare solo, come ci dicono, con la disperazione, ma anche con il senso di appartenenza a un'umanità più ampia e incontenibile. Non confinabile. La violenza dei tentativi dispotici di sradicare da ogni appartenenza in nome di una presunta stabilità è inaccettabile e amara. Eppure così diffusa.
In Grandville, Talbot parla anche di questo. Di questa insopportabile subordinanza, celata dietro a una borghesia apparentemente benestante, benvestita, beneducata, ... Francesi contro inglesi, qui. Ma non (solo) di orgoglio patriottico si parla.

Harry

grandville di bryan talbot è pubblicato in usa da dark horse comics, in italia da comma 22
(continua)

mercoledì 23 febbraio 2011

Come Gaza (non)insegna

(c) joe sacco


Joe Sacco ce lo spiega sbattendocelo in faccia. Se prendi una popolazione e la chiudi in un confino, da un lato un muro egiziano, dall’altro, ovunque, posti di blocchi ed esercito, prima o dopo quella stessa popolazione si ribellerà e le conseguenze saranno terribili. Il pugno si stringe. Ma fino a quando può durare un tale braccio di ferro?

Succede in Libia e in Italia. Se fai un patto con un dittatore, che prevede pagamenti di grandi somme in cambio di prigionie forzate nelle galere libiche di clandestini e rifugiati politici del Nord Africa; se sbandieri tale patto come una grande vittoria politica; se non ammetti che un patto col diavolo è inaccettabile; se tale compromesso è solo l’ultimo di una serie durata decenni, che ha compromesso ogni governo italiano; … devi accettare il fatto che se il dittatore cade, si apre un baratro di violenza e di fuga. Ecco, tutta l’ipocrisia della politica interna leghista esplode con la rivolta nordafricana. Il pugno si stringe. E Maroni e Bossi hanno dei gatti incazzati attaccati alle palle.
Il dato oggettivo è che né l’uno né l’altro hanno mai letto Joe Sacco.

Harry

martedì 14 dicembre 2010

I fumetti perché... (16)

 (c) makkox

... esistono fumetti di cultura politica conservatrice?
Non è contradditorio accostare il fumetto al conservatorismo?
O è ideologico pensare al fumetto come a un sistema di valori?

Forse, del fumetto non sappiamo nulla.

Harry

martedì 7 dicembre 2010

Caro figlio mio, aspirante fumettista...

 (c) marta cerizzi, aspirante fumettista


Riflessioni da padre, mentre il Governo tagli ancora i fondi alla cultura.


Caro figlio mio, aspirante fumettista,


desisti. Per quanto tu abbia il gusto per la narrazione a fumetti, ricordati che non avrai modo di guadagnarti da vivere. Troppo pochi, troppo angusti gli spazi per farti le ossa, per sperimentare, per confrontarti con persone che potrebbero aiutarti a crescere. Nella migliore delle ipotesi, potresti trovare un editore che decide di stampare il tuo libro, senza trovare tempo e modo di promuoverti. Nella peggiore, pubblicheresti online cose che dimenticherebbero tutti subito. Forse, se insisiti per caparbietà al limite della cocciutaggine, potresti fare la figura del fumettista della domenica. Lavorerai ai tuoi fumetti la notte, mentre di giorno farai quello che serve alla società e al pagamento dei tuoi debiti. E ti prenderebbero pure per il culo.


Caro figlio, aspirante musicista,


desisti. La SIAE non ti permette di esibirti senza buttare soldi che nessun locale, nessun teatro, nessuna associazione metterebbe al posto tuo. Ricordati che non avrai modo di guadagnarti da vivere, a meno che il tuo viso e le tue canzoni non servano a vendere scarpe, idee e stile. Nella migliore delle ipotesi, se le tue capacità tecniche e ideative te lo permettono, potresti insegnare musica a persone troppo giovani per avere motivazione, o troppo vecchie per poter progredire. Nella peggiore, suoneresti la domenica, in chiesa, innovando con la tua inventiva improbabili inni sacri moderni.


Caro figlio, aspirante scrittore,


desisti. I libri si pubblicano, si stampano, ma non si vendono e, peggio, non si leggono. I tuoi libri assieperebbero librerie che non saprebbero valorizzarti. Potresti arricchire il tuo curriculum o la tua pagina facebook con i titoli e le copertine dei tuoi libri, ma difficilmente troveresti un editore pronto a promuoverti realmente. A meno che il tuo romanzo non possa essere un buono spunto per una sceneggiatura cinematografica. Nella migliore delle ipotesi, potresti partecipare a qualche salotto buono. Nella peggiore, avresti scatoloni di copie dei tuoi libri nel box (eventualmente, avresti speso molti soldi per quelle copie).


Caro figlio, aspirante pittore...

OK, ferma ferma. Facciamo un passo indietro. Perché l'uomo si impegna a realizzare opere artistiche? Figlio mio, senti dentro di te un bisogno, un urgenza? Cerchi una tua voce? Cerchi una strada che ti permetta di trovarti, in questo caos esistenziale? Hai voglia di metterti alla prova? Di sviluppare la tua creatività? Di perfezionare la tua tecnica, al servizio di un diverso modo di esprimerti? Hai voglia di provarti come essere umano completo, che sperimenta, che si mette in gioco, che incontra gli altri e i propri dubbi negli altri?
Cazzo (scusa l'espressione), da che mi ricordo, le cose più importanti, appassionanti, impegnative, esaltanti, gioise, ... che ho fatto nella mia vita non avevano lo scopo di guadagnarci dei soldi.
Ma non fermarti lì. Trova la passione, e in essa il coraggio di proporti, di aprirti, di sentirti serenamente convinto di poter raggiungere gli altri. Ci sono migliaia, milioni di persone nel mondo che quella determinazione, quel coraggio, quella forza, quella vocazione non ce l'hanno. L'hanno dimenticata nelle loro esperienze pregresse, nelle loro vite passate, nei loro antenati, nelle loro paure. Ma hanno bisogno della tua arte, della tua espressività, della tua autenticità, come dell'ossigeno.
Sii serio, e ironico, e forte, e delicato, ma soprattutto chiaro e vero. Forse, troverai un varco, forse troverai i soldi, forse troverai la pace. E ti ricorderai delle ore che hai speso nel fare quello in cui credevi di più come dei momenti migliori della tua vita.

Harry


la signorina else (c) manuele fior, ispirato fumettista

giovedì 2 dicembre 2010

Giornalismo


In un fiume di attualità, italiana, europea, mondiale... dove arriva la sensazione nausente dell'impossibilità di conoscere, comprendere e capire cosa ci accade intorno. In un mare di merda che copre quello che non si ha il coraggio di mostrare, nemmeno di fronte alle parole coperte della diplomazia, che scoperta, si rivela incauta. In un susseguirsi di interruzioni politiche, dettate dall'ambivalenza di voler strappare voti e consensi e, contemporaneamenti, di non volere autentica partecipazione...
In tutto questo, escono molti fumetti, pochi dei quali ci ricordano come funziona il potere, il giornalismo, il ricatto.
Per fortuna ci sono piccole luci, abbaglianti, come le storie di Baru.
E non servono mari di parole, o lunghi preamboli, o figure retoriche. Basta un'incredibile sensibilità e un'inarrivabile sintesi artistica, per raccontare una storia che ti esplode in faccia.
Boom!
Altro che la retorica dei lunedì sera televisivi.

Poi tutto resta come prima. Solo più chiaro.
Non c'è molto altro da aggiungere. Osserva solo con attenzione queste tavole.

Harry










povere nullità è pubblicato in italia da coconino press/fandango
tutti le tavole sono (c) di baru

lunedì 29 novembre 2010

Rivelazioni

 (c) walter venturi

Dai documenti de-secretati da Wikileaks, sembra che Dmitri Pushkin, anche noto come Rocket Red, organizzi festini con escort durante le visite in russia di Capitan Italia
All'apparire della notizia, sembra che Capitan Italia abbia chiesto "chi paga quelle ragazze?"
Non è chiaro cosa intendesse dire.

Dai documenti sembra anche che Clark Kent, aka Superman, abbia avuto una relazione segreta con la Pimpa, sotto uso di stupefacenti. I Servizi Segreti hanno cercato in tutti i modi di coprire le perversioni del superuomo statunitense.

Sono tempi (sempre meno) interessanti.

 (c) dc comics

lunedì 25 ottobre 2010

Carne e ossa



Da qualche tempo vivo in collina, vicino al bosco.

Esco di casa, con scarpe pesanti, mi inoltro nell’umidità delle piante. È utile al mio respiro e alla mia memoria fungo.
È un luogo pacifico, all’interno di un parco protetto. Protetto dall’uomo.

Dieci giorni fa, i miei vicini hanno subito una rapina in casa. Soldi e gioielli. Avevano antifurti elettronici. Non sono serviti a nulla.
Due giorni dopo, in una stradina che conduce nel bosco, c’è stata una sparatoria. Un abitante del paese ha sparato a due amici, uno alla gamba destra, uno nel petto. Prognosi riservate.
Non si direbbe. Il mio paese come luogo di scenari violenti. Il crimine ci spaventa. Il crimine ci affascina. Il crimine è ovunque.

Incolliamo il muso ai televisori, alimentando il disagio e la paura, mentre la nostra mente scimmia si eccita alle notizie dell’ultima adolescente uccisa dallo zio e dalla cugina, dall’ultimo colpo in volto a una ragazza in metropolitana. Nulla di nuovo. Ci alleniamo alla violenza attraverso lo schermo televisivo, attraverso i filtri del satellite terrestre, delle pagine web. Ne prendiamo distanza e ne siamo sempre più condizionati. Paura. Non uscire di casa. Coprifuochi, locali che vendono kebab che devono chiudere prima. Fomentare, rinchiudersi in casa.
La paura è uno strumento politico. Impedisce il ragionamento, rende più condizionabili.
La politica come il tifo calcistico distorce le percezioni, per cui quel che pensi è pro o contro la tua squadra. Atteggiamenti violenti, razzisti, fascisti sono meccanismi funzionali al tifo. Si chiudono lì. Le derive sono responsabilità di chi strumentalizza.

Lo spettacolo della violenza è un’onda che parte da lontano. Alleniamo i nostri bimbi al filtro tecnologico-visivo-ludico sin da piccoli. Si creano meccanismi automatici, subordinazioni di pensiero, emozioni escremento sofisticate.
Non c’è retorica in tutto ciò. Solo il senso della normalità che sfugge al controllo individuale per essere sotto-controllo audiovisivo. La realtà come reality e viceversa.

È in questo scenario che si colloca l’intuizione potente, lucida di Robert Venditti e dei suoi Surrogati. Il prequel al capitolo principale ha tratti di potenza ancora più efficaci, dovuti probabilmente alla maggior consapevolezza di mezzi dell’autore.
Ricorda, i Surrogati sono automi sofisticati che simulano in tutto e per tutto la vita umana, pilotati a distanza da persone comodamente chiuse al sicuro in casa. La vita sofisticata, portata alle estreme conseguenze. Il filtro con il reale diviene definitivo. La perdita del controllo è totale, nella totale illusione del controllo. Assenza del pericolo come manifestazione ultime della paura. Contraddizioni, ambivalenze.
L’apertura della storia Carne e ossa (in Italia per Rizzoli/Lizard), il prequel appunto, è agghiacciante. Un ragazzino alla guida del surrogato paterno commette un omicidio. Conseguenze a cascata.







Un poliziotto nel mezzo che cerca di far carriera, stando dalla parte del giusto, vivendo le sue contraddizioni affettive, entusiasta anch’egli del surrogato della sua compagna che, naturalmente, non comparirà mai di persona, in carne e ossa.





Di Venditti non apprezzo nell’insieme la conduzione delle trame, perché si concludono senza pathos, perché perdono il ritmo e la tensione. Ma ne ammiro la sensibilità, la forza evocativa e il potere della metafora.
E attendo nuove storie dei Surrogati. Penso ne valga la pena.



Harry


tutte le immagini sono (c) di robert venditti e brett weldele e sono tratte dall'edizione originale in lingua inglese, pubblicata da top shelf productions. l'edizione italiana è realizzata da rizzoli/lizard

venerdì 17 settembre 2010

A piedi nudi


E in Europa qualcuno perde di nuovo le scarpe.
Avverto uno strisciante timore e un inquieto diffuso sradicamento da questo paese, da questo continente, dove si specula sul futuro attraverso un presente di paura e violenza razziale. Dove si bandiscono i foulard, si cacciano singoli gruppi etnici, si inchiodano ai muri dei luoghi pubblici i crocifissi, si riempiono le scuole di simboli leghisti, si fanno accordi con diavoli libici per fermare i disperati alla catena.
Dove la Lega Nord, che con la scusa del federalismo diventa squadrista, populista, sgualdrina…
che con l’ideologo Miglio teorizzava uno stato del sud autonomamente e legittimamente governato
dalla mafia (in accordo con Servizi Segreti e Massoneria); che urla Roma ladrona e da 15 anni ha
messo in Roma piedi mani valige reti e condizioni …
Dove le destre xenofobe e prive di immaginazione politica governano nazioni con civiltà secolari
ridotte a spot e a folklore per turisti.


A riflettere su queste perdite di identità e di coscienza civile mi porta Walter Chendi con La Porta di
Sion
(Edizioni BD), quando ci racconta dell’alba della Seconda Guerra Mondiale e di un infausto
discorso di Mussolini a Trieste.
C’è di più in questo splendido racconto. C’è l’idea della crescita umana come specchio dell’atto
di libertà ed emancipazione. C’è l’idea che il mondo che ci circonda si riflette nelle coscienze
individuali e viceversa.
C’è la leggerezza della saggezza ironica e non spocchiosa. C’è l’urgenza di un mondo alla deriva e
di come tutto precipita.
E ci sono i piedi nudi di chi sente che ogni passo può essere definitivo, ultimo, dolorosamente
mortale.
Una bellissima metafora.
Ecco, si dice, come ricorda Chendi, che qualcuno senta prima l’arrivo dei temporali. E io sento
un’umidità nell’aria che non mi piace per nulla. Anche se mantengo una vaga serenità. Dopo ogni
temporale, anche il peggiore, torna il sereno.

Sfogliamolo un poco insieme.

Inizia il racconto, e subiro la metafora dei piedi nudi, nell'unico momento presente, a colori.


Essere nato in Italia, il fascista perfetto, aderire a un modello, non è sufficiente se sei un giudeo. 


Il balletto ipocrita del potere, delle rappresentanze politiche, salvo cadere di fronte alla crudezza delle affermazioni del Duce. 


 La tradizione religioso-spirituale è l'unica speranza. Ma il rito non può fermare la tempesta in arrivo. Quella forma difforme di golem è inquietante, almeno quanto le parole del vecchio. Così cariche di anticipazione.


La piega dell'inclinazione autoritaria accompagna l'inquieta danza amorosa del protagonista. Chendi mantiene la leggerezza delle emozioni, nei movimenti della crescita.


E la vicenda sociale e politica lascia il passo all'apertura del cuore, alle possibilità che si aprono di fronte all'amore e all'incontro di un paese nuovo.


Ma il temporale arriva. Il temporale è nell'aria.
Chendi decide di fermarsi prima, però. Al momento dell'incrocio delle possibilità, di fronte alla gioia. Come a dire, le atrocità non possono annullare le speranze dell'essere umano.

Non dico altro. Solo, leggi La Porta di Sion. C’è affetto passione amore comprensione e semplicità dentro. Tutte cose di cui abbiamo infinito bisogno.

Harry

venerdì 3 settembre 2010

Offrirono una valanga di soldi

Sempre a proposito di Mondadori, i Paguri raccontano una storia:

Anni fa si presentò in redazione un inviato di Mondadori.
Erano fortemente interessati al Vernacoliere e volevano acquistarne il marchio (sempre lasciando tutto com’era) per tiraci fuori una linea da cartoleria, come Comix o Smemoranda, quindi agende, zaini, quaderni, etc…
Per questo offrirono UNA VALANGA di soldi.
Mario ci pensò sopra e, cortesemente, rifiutò.

Tutta la storia qui.

Harry

mercoledì 1 settembre 2010

Berlusconi non sa...

Altre posizioni di autori della casa editrice in merito al tema Mondadori. Tutte in modo diverso contrarie alla posizione di Mancuso.
Riporto alcuni passaggi:

Anche Saviano, diciamocelo, è un prodotto che nasce dall’officina Mondadori. E se c’è un uomo distante dal mondo della cultura, quello è Silvio Berlusconi. Non saprà nemmeno di possedere Einaudi.



Quando scrissi il libro nessuna casa editrice lo volle pubblicare, né Rizzoli né Einaudi. Si fece viva la Mondadori che pubblicò il libro senza modificare neanche una virgola di un testo che in alcuni passaggi è durissimo contro i provvedimenti della politica sulla giustizia. Un esempio tangibile di liberalismo.

Ci sono case editrici che per tradizione e libertà delle persone hanno resistito bene alla proprietà nelle mani di un presidente che sappiamo non arretrare di fronte a nulla per il proprio interesse personale, a partire dall'acquisizione truffaldina dell'azienda. Resistere con loro significa aiutarli anziché complicare le cose, naturalmente senza deflettere di un millimetro dalle proprie posizioni avverse al berlusconismo.

Premesso che la legge ad aziendam è un fatto gravissimo, è uno dei tanti contro cui stiamo combattendo dall'interno. Penso che a tutti noi sembri una porcata e ci sto anche, a sentirmi un po' male a lavorare lì, ma dovrebbe sentirsi male tutta l'Italia per aver votato quell'uomo e il conflitto di interessi che si porta dietro.


Il male politico finanziario e la libertà culturale procedono su due binari distinti, evidentemente.
Il che fa riflettere e chiedere cosa sia Mondadori per Berlusconi e viceversa.
Per inciso, ricordo che Berlusconi impedì a Einaudi di pubblicare la raccolta di testi dal blog di Saramago perché apertamente contro il premier italiano.
Chiusa la parentesi politica?

Harry

martedì 31 agosto 2010

Missione civica?



Ancora sulla legge ad aziendam che riguarda Mondadori.
Mancuso replica a un comunicato di Mondadori pubblicato su Repubblica che gli risponde direttamente.
Quel che colpisce è che Mancuso è un autore e collaboratore decennale di Mondadori.
Qui l'intero articolo, da cui estrapolo un passaggio fondamentale:

Voi, cara Arnoldo Mondadori Editore, scrivete che avete agito per seguire “la strada maestra per un’impresa” e identificate tale strada nel “danno minore e certo”, invece di un lungo contenzioso. Ma per come la vedo io non è per nulla così: per un’impresa con una storia e una missione civica e culturale come quella del Gruppo editoriale che Voi rappresentate (e che controlla una sigla che si chiama Einaudi!), la strada maestra è la tutela del proprio onore, della propria correttezza, della propria limpida onestà. E a questo Voi vi siete sottratta, cara Arnoldo Mondadori Editore, approfittando di una legge che sembra proprio fatta su misura per il Vostro caso, come se il legislatore fosse il Vostro sarto di fiducia e non quello del Bene comune. Avevate la possibilità definitiva di essere al di sopra di ogni sospetto e non l’avete usata, anzi Vi siete affrettata a sfuggire: e ora, mi spiace dirlo, per la coscienza Voi siete molto più sospettabile di prima.

E gli altri autori cosa dicono?
Harry

sabato 21 agosto 2010

Possibile boicottare Mondadori?



Se leggi l'articolo di Giannini, ti fai un'idea del fattaccio che coinvolge il più grande editore italiano, Mondadori, e, naturalmente il premier Berlusconi.
Ma i tanti, tantissimi scrittori che pubblicano per Mondadori, cosa ne pensano? Qui uno spunto giustamente combattuto.
E noi lettori, cosa dovremmo fare, boicottare le pubblicazioni Mondadori (ed Einaudi)?
Lasciare sullo scaffale Jimmy Corrigan, o il recente I quattro fiumi? Per non parlare di tutte le infinite opere di narrativa?

Harry

sabato 15 maggio 2010

Ex Machina


Cito a memoria dal sesto volume di Ex Machina di Vaughan e Harris.

Devi stare attento alla più grande minaccia che ti attaccherà.
E quale sarebbe?
L'immigrazione!

Ironia e satira in un colpo solo, senza dimenticare i cliché del genere e una vivacità del racconto eccezionale.
Non perdertelo.

Harry

(la mia memoria fa schifo, ma il concetto è quello)

lunedì 15 febbraio 2010

Maus di Kuntz



Pochi o nessuno conoscono Gustav Kuntz, Gus per gli "amici".
Gus Kuntz è un autore di fumetti statunitense di origini tedesche che ha fatto alcuni lavoretti qua e là, senza mai salire sul serio alla ribalta. Di suo avevo letto anni fa una storia breve che riprendeva il tema dell’olocausto trasformandolo in una sorta di favola moderna grottesca e incredibile, talmente incredibile da risultare non-credibile. Lo stile era acerbo, derivativo e poco espressivo. Non brillava né per contenuto né per qualità tecnica e originalità.
Kuntz, da quanto sono riuscito ad appurare, è un personaggio schivo e maniaco, esponente di quello strano fenomeno che passa sotto il nome di negazionismo. Secondo l’autore, l’olocausto è davvero soltanto una favola moderna. Per quello che ne so, Gus è ossessionato da tale idea al punto da non saper raccontare altro.

Tempo addietro rimasi colpito da una notizia riportata velocemente sul Comics Journal, nella quale si diceva che Gus Kuntz era impegnato nella riscrittura di Maus di Art Spiegelman. Non veniva spiegato molto, nel trafiletto, se non che l’autore aveva intenzione di realizzare ex-novo Maus copiandone in modo esatto il tratto, i testi, le singole vignette, fino all’ultimo dettaglio, al punto che il lettore non sarebbe stato in grado di rilevare alcuna differenza tra le due opere. L’idea in sé mi sembrava assurda, oltre a porre una serie di importanti questioni in merito ai diritti d’autore. Kuntz sosteneva che stava studiando Maus in ogni sua componente, che lo stava memorizzando e che solo a processo terminato avrebbe iniziato a riscriverlo da capo, identico, ma con un significato completamente differente. A testimonianza del suo metodo di lavoro, che avrebbe rifuggito totalmente il ricalco e la copiatura, avrebbe filmato ore e ore di lavoro e tenuto i bozzetti e tutti gli studi preparatori.

Ebbene, Maus di Gustav Kuntz è uscito a metà del 2009, sotto silenzio, pubblicato in poche centinaia di copie da un’etichetta indipendente diretta dallo stesso autore, dal nome significativo, Holo Comics Production. Ieri ho finalmente avuto l’opportunità di sfogliarlo, leggerlo e confrontarlo con l’originale. Il risultato è sorprendente. Maus è identico a Maus, proprio secondo le intenzioni dell’autore. Eppure, laddove gli animali antropomorfi di Spiegelman ispiravano partecipazione, pietà e un senso di avvilente impotenza di fronte alla tremenda sofferenza dell’olocausto, in Kuntz quegli stessi personaggi appaiono grotteschi, sterili e inaccettabili. Kuntz lavora per contrapposizione, con la finalità di sottolineare l’impossibilità dei fatti e degli avvenimenti narrati da Spiegelman.
L’autore si identifica con Spiegelman, diventando egli stesso una rappresentazione ironica della follia e della schizofrenia, unica evidente motivazione che muove una tale forma di “allucinazione collettiva”. Come si può osservare dalla pagina qui sotto, la narrazione degli incontri e delle disavventure di Vladek, a partire da quelli personali e banalmente quotidiani, servono all’autore per mettere in scena un concetto semplice quanto perverso e aberrante: i topi sono tali proprio in quanto topi. Ragionano e si comportano da topi in trappola perché è questo ciò che sono. Un’accusa xenofoba e razzista che l’autore negazionista non esplicita, ma che rimane sottotraccia per tutto il lavoro. In una parola, l’olocausto sarebbe un’allucinazione collettiva determinata dalla cultura aggressiva e parassitaria della comunità ebraica.

qui e nel resto dell'articolo le tavole di spiegelman ridisegnate da kuntz


Da un’altra pagina del lavoro di Kuntz è possibile comprendere come, secondo l’autore, si è diffusa la “favola” di Auschwitz e degli altri campi di concentramento. Si evince un chiaro senso di ossessivo pessimismo tra la popolazione di origine ebraica, dovuta, ci sembra di capire, dalla sensazione di mancanza di controllo, di perdita di potere e di riferimenti all’interno della società tedesca. La persecuzione sarebbe figlia dell’ossessione per il profitto e per il controllo tipico della comunità ebraica. Da questo punto di vista, gli attacchi pubblici di Hitler e della propaganda nazista sarebbero una difesa e non un’aggressione, proprio come starebbe avvenendo oggi da parte dello stato di Israele nei confronti dell’Islam.


La riscrittura di Maus è anche un gioco di specchi. Se Spiegelman è Kuntz, sembra dirci l’autore, allora il movimento negazionista è il gruppo di topi segregato e deriso. In un ribaltamento inquietante, le presunte vittime di allora, agli occhi di Kuntz, diventano i carnefici di oggi. L’autore pone in questo modo la questione sionista, strumentalizzando l’opera di Spiegelman e mutandone il senso originale, da testimonianza a strumento di propaganda.
È attraverso questo meccanismo, percettivo, psicologico e culturale che l’autore negazionista tenta di mettere in discussione le nostre convinzioni, tanto da arrivare a dare forma a una nuova storia, identica all’originale, ma dal contenuto opposto. È una fantasia perversa, il Maus di Kuntz, una sfida ideologica diabolica, che sembra avere radici profonde, nell’odio e nell’ingarbugliata e poco limpida relazione tra i governi degli Stati Uniti e di Israele.


Appare più difficile comprendere come interpretare i fatti strettamente biografici che riguardano Art Spiegelman e la sua famiglia nel nuovo affresco di Kuntz, al di là cioè del valore culturale e storico. La mimesi e l’identificazione sembrano spiegarsi solo in relazione all’atteggiamento ossessivo e nevrotico dell’autore, che non è privo tuttavia un certo fascino. Gus diviene Art, si appropria di un pezzo di vita altrui, dei meccanismi che l’hanno governata e determinata, delle relazioni personali con il padre, con i parenti prossimi e lontani. Mantenendo il punto di vista negazionista, un tale processo sembra comprensibile solo in quanto tecnica di “immersione”, si potrebbe dire, in qualcosa di totalmente estraneo, in modo da poterne comprendere le dinamiche e, dall’interno, deriderle, metterle alla luce come incongruenti e inconsistenti.

Non esistono precedenti del genere che io conosca nell’ambito del fumetto.
Si avvicina forse in alcune premesse la realizzazione di Persepolis 2.0, di cui avevo già parlato, laddove alle vignette identiche all’originale venivano riscritti testi nuovi, per raccontare la storia delle rivolte in Iran durante le ultime, discusse elezioni del 2009. La riscrittura della parte testuale modifica totalmente fatti e contenuto, mantenendo però una coerenza sostanziale con le intenzioni e la sensibilità dell’opera originale. In entrambi i lavori, Persepolis e Persepolis 2.0, è più che esplicitata una critica aperta all’attuale regime iraniano. La Satrapi, autrice dell’opera originale, ha d’altronde avvallato e sostenuto l’operazione, prodigandosi per la sua diffusione.
Dubito che Spiegelman sarà disposto a fare lo stesso. Anzi, credo che non tarderà a muovere azione legale contro Kuntz. Sarà per questo, d’altronde, che Maus di Kuntz risulta al momento pressoché introvabile, se non all’interno del movimento negazionista che l’autore rappresenta. Venire in possesso di una copia, seppur temporaneamente, per il sottoscritto è stato davvero complesso.

L’opera di Kuntz rappresenta un’azione concettuale e creativa limite, che mette in discussione tutto quello che pensiamo in merito all’idea di plagio e di diritto d’autore. È bene sottolinearlo ancora: per quanto nella forma le due opere siano identiche, nella sostanza hanno motivazioni, dinamiche produttive e contesti totalmente differenti e distonici. Privando per un attimo l’operazione di Kuntz degli intenti strettamente ideologici, la provocazione culturale appare perfettamente riuscita, manichea certo, ma non per questo meno disturbante e stimolante.
A questo punto, non ci resta che vedere se e come deciderà di muoversi Art Spiegelman. Ogni azione legale sarebbe legittima e sacrosanta. D’altra parte, rischierebbe di puntare un riflettore enorme sull’opera di Kuntz. Questa eventualità, per quanto onerosa, temo sia proprio quello che l’autore negazionista spera e si aspetta.


Harry.




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