Ecco quello che succede normalmente nelle redazioni delle riviste di critica sul fumetto...
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martedì 6 settembre 2011
venerdì 26 agosto 2011
Rivelazioni (2)
Ogni tanto escono nuove rivelazioni dagli archivi di WikiLeaks che riguardano il fumetto.
Oggi si parla di una delle principali icone del fumetto italiano.
Pare che tutte le storie di Dylan Dog raccontate fino ad oggi siano solo una parte della verità.
Tiziano Sclavi aveva in programma di scrivere il numero 300 (in uscita in questi giorni) per raccontare la finzione dietro alla vita di Dylan Dog.
Dalle indiscrezioni emerse sembra che il protagonista avrebbe approfittato di ogni spazio bianco tra le vignette per rimepirsi di vodka e brandy, e che non avrebbe mai superato la sua dipendenza dall'alcool.
Le tante relazioni precarie con le donne sarebbero la più classica delle coperture per un orientamento omosessuale (non è chiaro se Groucho sia a sua volta coinvolto).
Sembra che un console russo a Londra abbia visto Dylan Dog a una festa vestito con camicia blu elettrico e pantaloni di lino bianco, lo avesse scambiato per Rupert Everet e gli avesse rivolto un complimento nella sua lingua. Il presunto Rupert Everet sarebbe scappato esclamando "Giuda Bastardo".
Negli ultimi anni Sclavi avrebbe voluto raccontare la verità, ma Bonelli gli avrebbe imposto il silenzio. Da qui il progressivo allontanamento dalla testata.
Le ultime vicende personali del sig. Dog, sempre più avvilenti e tristi (Dylan Dog sembra sempre più una caricatura di se stesso), sarebbero dovuto a un crollo psico-fisico dovuto all'abuso di alcool, sesso e alla finzione che ha dovuto sostenere per tutto questo tempo.
Il ministro della cultura italiano, interpretato su questi dati, avrebbe detto che "si tratta solo di un complotto comunista per attaccare il nostro paese".
I ritardi nella pubblicazione dell'intervista di Sclavi sul quotidiano l'Unità sarebbero dovuti all'imbarazzo della redazione di fronte alla verità che l'autore avrebbe rivelato senza giri di parole. L'intervista sarebbe stata profondamente ri-editata.
A proposito di KikiLeaks, segnalo l'uscita in libreria del libro su Assange, Julian Assange, la vita del fondatore di WikiLeaks (Becco Giallo), realizzata da Dario Morgante e Ginaluca Costantini. Il libro è presentato così:
Non una semplice biografia di Julian Assange o un reportage su WikiLeaks, ma un libro che parte da questi spunti per esplorare argomenti caldi come l’etica hacker, la libertà d’informazione, le basi della democrazia.
Per me è importante.
Harry
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giovedì 25 agosto 2011
Idee per i prossimi Dylan Dog Color Fest
Ieri sera, a un aperitivo con un paio di amici fumettisti, ci sono venute alcune idee per le prossime pubblicazioni del Dylan Dog Color Fest.
Dopo il Color Fest realizzato da sole donne, ecco alcune proposte per le prossime categorie di persone che potrebbero farne uno:
omosessuali
ciccioni
nani
alcolizzati (che potrebbero realizzare un ottimo Dylan Dog Year One a colori)
autori di fumetti che non leggono fumetti
ipoacusici
non vedenti
tassisti
avvocati (per una volta, la categoria tanto invocata ultimamente potrebbe avere una funzione reale nel mondo del fumetto)
...
Pensa, un Dylan Dog Color Fest realizzato solo da avvocati. Non sarebbe male.
Ah, e un'ultima idea, davvero provocatoria, che incontra il paradosso: un Color Fest realizzato solo da inchiostratori. Un Color Fest in bianco e nero.
Una rivoluzione concettuale! Gualdoni!!
Harry
(grazie ad Alberto e Gabriele. Grande serata quella di ieri)
sabato 23 luglio 2011
Autori che non leggono fumetti
Ho sentito più di un autore di fumetti dichiarare che lui... non legge fumetti.
In alcuni casi non è chiaro se non li ha mai letti, o se non li legge più.
Qualcuno si è stufato. Qualcuno non ha tempo. Qualcuno non è semplicemente interessato.
Un autore mi disse un giorno la cosa più buffa: non leggo fumetti per non farmi influenzare.
Per un autore, lo ammetto, non è strettamente necessario leggere fumetti. Eppure, è quel tipo di atteggiamento di sufficienza con cui ne ho sentito più volte parlare che mi lascia perplesso. Quello sbuffo, quel sorriso, come a dire, non ci sono fumetti abbastanza interessanti per me. Che immagino sott'intendano che nessuno è alla sua altezza. Oppure, oppure che si fa un lavoro nel quale non ci si crede pienamente.
In ogni caso, sono convinto che sia bello farsi influenzare, conoscere quello che si muove, apprezzare le scelte tecniche ed espressive di colleghi, amici e nemici.
Essere presenti al mezzo di comunicazione che si è scelto come proprio.
Harry
In alcuni casi non è chiaro se non li ha mai letti, o se non li legge più.
Qualcuno si è stufato. Qualcuno non ha tempo. Qualcuno non è semplicemente interessato.
Un autore mi disse un giorno la cosa più buffa: non leggo fumetti per non farmi influenzare.
Per un autore, lo ammetto, non è strettamente necessario leggere fumetti. Eppure, è quel tipo di atteggiamento di sufficienza con cui ne ho sentito più volte parlare che mi lascia perplesso. Quello sbuffo, quel sorriso, come a dire, non ci sono fumetti abbastanza interessanti per me. Che immagino sott'intendano che nessuno è alla sua altezza. Oppure, oppure che si fa un lavoro nel quale non ci si crede pienamente.
In ogni caso, sono convinto che sia bello farsi influenzare, conoscere quello che si muove, apprezzare le scelte tecniche ed espressive di colleghi, amici e nemici.
Essere presenti al mezzo di comunicazione che si è scelto come proprio.
Harry
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venerdì 22 luglio 2011
Il peso della sopportazione
Riprendo una striscia del grande Jules Feiffer che ho pubblicato durante la mia pausa estiva, per una breve riflessione espressiva.
Ognuno di noi sa e vive quotidianamente il peso del non detto, dell'inespresso. Quella necessità a volte socialmente indotta, più spesso (molto più spesso) autoimposta di trattenere, di ingoiare, come si dice, le nostre emozioni, le nostre parole, la nostra espressività, la nostra frustrazione e via dicendo.
Sappiamo bene che tutto ciò che non esprimiamo e non siamo in grado di trasformare in qualche modo, non scompare, ma si affossa nella nostra coscienza, e si trasforma in un peso. Spesso trova una nuova via di espressione nel corpo, nelle dolorose (e a volte mortali) somatizzazioni. Mi viene in mente l'espressione del "peso allo stomaco".
Ecco, tutta questa cosa, questa dinamica così frequente e così umana, che ho solo provato a descrivere superficialmente, di cui abbiamo esperienza ma, spesso, poca consapevolezza, viene rappresentata in modo efficacissimo da Feiffer con questa sequenza meravigliosa.
Osserviamola passo a passo.
C'è un uomo triste. Feiffer usa un tratto semplicissimo, un po' tremolante, ma fortemente iconico. C'è tutto il linguaggio espressivo e figurativo che si impara da bambini, la bocca verso il basso, gli occhi languidi, la schiena curva... Feiffer dimostra capacità di sintesi e un'ottima conoscenza del linguaggio del corpo.
Osserva le mani incrociate sul petto. Lì c'è un dolore. Una fatica. E poi l'uomo incontra un sasso.
Guarda il ritmo, guarda il dinamismo. L'uomo triste si sveglia, improvvisamente, la sua espressione corporea muta, riprende energia, un'energia mista di gioia e rabbia (guarda il ghigno dell'ultima vignetta qui sotto). Ed ecco che l'uomo è pronto a lanciare. Il lettore partecipa di questo senso di liberazione improvviso.
Ma improvviso arriva anche il dubbio. In questo istante, in quella mano sulla bocca, in quella perdita di slancio, Feiffer rappresenta tutta la problematica esistenziale ed emotiva dell'uomo. Tutto è racchiuso in questo gesto. Questa è la vignetta cardine. Quella che tiene insieme tutto il meccanismo narrativo. Da qui in poi, il lettore lo intuisce, si precipita.
Le quattro scene successive rafforzano la vignetta precedente. Guarda come cambia il ritmo. Qui Feiffer mostra il senso del rallentamento del movimento. In questi passaggi è racchiusa simbolicamente tutta la frustrazione di una vita.
E infine il gesto estremo. Ingioiare, e portare in giro il proprio peso sullo stomaco. Il cerchio si chiude. L'ultima vignetta, che riprende l'inizio, spiega al lettore la prima vignetta.
Feiffer mette in scena il circolo vizioso della malattia e della sofferenza.
Ora pensa a quanto è efficace e rappresentativa questa sequenza; immediata, intuitiva ed emotivamente coinvolgente rispetto alle parole che ho usato a inizio post per descrivere questo stato d'animo.
Questa è la forza del fumetto. Questa la sua essenza più meravigliosa. Ti viene in mente un altra forma di comunicazione che sarebbe stata altrettanto efficace? A me no.
Harry
Ognuno di noi sa e vive quotidianamente il peso del non detto, dell'inespresso. Quella necessità a volte socialmente indotta, più spesso (molto più spesso) autoimposta di trattenere, di ingoiare, come si dice, le nostre emozioni, le nostre parole, la nostra espressività, la nostra frustrazione e via dicendo.
Sappiamo bene che tutto ciò che non esprimiamo e non siamo in grado di trasformare in qualche modo, non scompare, ma si affossa nella nostra coscienza, e si trasforma in un peso. Spesso trova una nuova via di espressione nel corpo, nelle dolorose (e a volte mortali) somatizzazioni. Mi viene in mente l'espressione del "peso allo stomaco".
Ecco, tutta questa cosa, questa dinamica così frequente e così umana, che ho solo provato a descrivere superficialmente, di cui abbiamo esperienza ma, spesso, poca consapevolezza, viene rappresentata in modo efficacissimo da Feiffer con questa sequenza meravigliosa.
Osserviamola passo a passo.
C'è un uomo triste. Feiffer usa un tratto semplicissimo, un po' tremolante, ma fortemente iconico. C'è tutto il linguaggio espressivo e figurativo che si impara da bambini, la bocca verso il basso, gli occhi languidi, la schiena curva... Feiffer dimostra capacità di sintesi e un'ottima conoscenza del linguaggio del corpo.
Osserva le mani incrociate sul petto. Lì c'è un dolore. Una fatica. E poi l'uomo incontra un sasso.
Guarda il ritmo, guarda il dinamismo. L'uomo triste si sveglia, improvvisamente, la sua espressione corporea muta, riprende energia, un'energia mista di gioia e rabbia (guarda il ghigno dell'ultima vignetta qui sotto). Ed ecco che l'uomo è pronto a lanciare. Il lettore partecipa di questo senso di liberazione improvviso.
Ma improvviso arriva anche il dubbio. In questo istante, in quella mano sulla bocca, in quella perdita di slancio, Feiffer rappresenta tutta la problematica esistenziale ed emotiva dell'uomo. Tutto è racchiuso in questo gesto. Questa è la vignetta cardine. Quella che tiene insieme tutto il meccanismo narrativo. Da qui in poi, il lettore lo intuisce, si precipita.
Le quattro scene successive rafforzano la vignetta precedente. Guarda come cambia il ritmo. Qui Feiffer mostra il senso del rallentamento del movimento. In questi passaggi è racchiusa simbolicamente tutta la frustrazione di una vita.
E infine il gesto estremo. Ingioiare, e portare in giro il proprio peso sullo stomaco. Il cerchio si chiude. L'ultima vignetta, che riprende l'inizio, spiega al lettore la prima vignetta.
Feiffer mette in scena il circolo vizioso della malattia e della sofferenza.
Ora pensa a quanto è efficace e rappresentativa questa sequenza; immediata, intuitiva ed emotivamente coinvolgente rispetto alle parole che ho usato a inizio post per descrivere questo stato d'animo.
Questa è la forza del fumetto. Questa la sua essenza più meravigliosa. Ti viene in mente un altra forma di comunicazione che sarebbe stata altrettanto efficace? A me no.
Harry
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lunedì 18 luglio 2011
Nuoto a rana
La mia mancanza di perizia nel nuoto mi fa preferire lo stile a rana. Non è solo un problema muscolare. Principalmente di ritmo respiratorio. Hai presente? Ti alzi sopra all’acqua, un bel respiro, e giù. Buttare fuori e di nuovo su. C’è un istante nel quale, ovvio, non stai né salendo né scendendo. È il momento che amo di questo nuotare pigro, un attimo di pura distensione.
Questo ritmo binario, su la testa, giù la testa, simmetrico, equilibrato, è lo stesso che ricerco quando nuoto in un nuovo fumetto. Un equilibrio sempre in movimento tra noto e ignoto, tra ragionamento e pura sensazione, tra analisi e apprezzamento acritico. Ed è in quell’istante statico, già proiettato verso l’analisi, abbandonata la passione, e nel suo speculare, non analisi e non (già) passione, che riesco a vedere tra le pagine, tra le linee e i colori, e rilassarmi, nel pieno godimento dell’immersione.
Harry
giovedì 23 giugno 2011
L'impossibile critica 3 (bis)
Sono passati due mesi dall'ultima puntata pubblicata dell'Impossibile Critica, il viaggio di harrydice... sullo speculare dell'approccio critico al fumetto. In quell'ultima puntata, avevo parlato di Industria culturale, di fumetto/gadget e della critica come strumento per indurre l'acquisto. Di qualcosa di simile parla Simone Rastelli su LoSpazioBianco.it in un articolo sintetico e potente.
Lo segnalo perché è un perfetto corollario all'Impossibile Critica, e perché di questa è in qualche modo controcanto.
Ecco il passo più importante per me, e anche più controverso, passo che esemplifica in modo perfetto il concetto di critica come induzione all'acquisto, che è uno dei più comuni punti di vista sulla pratica della critica fumettistica italiana:
Una critica è autorevole nella misura in cui è influente; ed è influente nella misura in cui è autorevole. Ancora lo ripetiamo: autorevolezza è sinonimo di capacità di influenzare le scelte. [...] Dal punto di vista della relazione con il mercato, se un articolo smuove le vendite, quell’articolo è autorevole; se un critico riesce a promuovere un autore, quel critico è autorevole. Se “autorevole” suona troppo impegnativo, possiamo sostituirlo con “significativo”. Anzi, nel approccio di questo discorso, l’aggettivo appropriato è “influente”.
Ma leggi tutto l'articolo, che di spunti ce ne sono molti.
Harry
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mercoledì 8 giugno 2011
venerdì 15 aprile 2011
L'impossibile critica (3)
il fumetto con protagonista la pornostar jenna jameson
Oltre l’autore/eroe ci sono le logiche di mercato. Si parla di industria culturale (termine utilizzato per la prima volta da Adorno e Horkheimer negli anni ’70 per evidenziare l’ambiguità e la conflittualità proprie dell’arte della modernità), di fette di mercato per ogni singolo prodotto artistico.
Il dato di fatto è che la maggior parte degli autori/artisti di fumetti esterni al circolo dei prodotti seriali, in Italia come negli Stati Uniti, difficilmente può pagarsi da vivere con quello che produce. Puoi leggerne un interessante approfondimento qui, a firma di Andrea Queirolo. E le problematiche degli autori sono l’epicentro di un fenomeno più ampio, dove anche gli Editori spesso faticano a raggiungere il pareggio e dove i Distributori risentono fortemente delle pressioni economiche e dell’indebitamento collettivo, ovvero sopravvivono a stento o chiudono.
Secondo una logica strettamente di mercato, se il fumetto non si paga da vivere è utile? Si direbbe di no.
Nel mercato occidentale, guidato da paradigmi ormai vecchi, frustrato da speculazioni sempre più grandi e rapide, si è via via accentuato il principio secondo il quale è necessario produrre a tutti i costi, pena la chiusura delle aziende e la perdita di lavoro. La produzione si è sganciata dai bisogni e i consumi sono diventati una musa incantatrice. Da un lato, quindi, si cerca di generare nuovi bisogni prima assenti per sostenere la produzione; dall’altro si produce di più e si pagano percentuali per la sovrapproduzione, buttando quel che è in eccesso, alla faccia di chi muore di fame dall’altre parte del mondo (due esempi italiani, le problematiche connesse alla sovrapproduzione di pomodori e di latte).
Alla fine degli anni ’50, John Kenneth Galbraith, economista e ispiratore del Partito Democratico di John F. Kennedy, esplicitava in questo modo il problema:
[…]vediamo chiaro che le nostre energie produttive sono impiegate per fabbricare assurdità, di cui nessuno ha bisogno, mentre però del processo produttivo si continua ad avere “bisogno”, come fonte prima di guadagno. Ora, il guadagno che si ottiene producendo gli oggetti più stupidi, e meno rilevanti, ha dunque una grossa importanza. La produzione riflette la bassa utilità marginale dei prodotti per la società: ma il guadagno riflette la cospicua utilità totale delle entrate per l’individuo. Perciò, quantunque lo si ammetta difficilmente, la vera preoccupazione economica fondamentale non è più tanto per i “prodotti”: diventa una questione di guadagno e di impiego; la prova migliore è che quando si pensa a una depressione viene naturale di farlo non tanto in termini di “meno merci prodotte”, quanto di “disoccupazione e minor guadagno”; e reciprocamente è spontaneo identificare gli “anni belli” o la “congiuntura favorevole” con epoche di pieno impiego, piuttosto che non di alta produzione.
John Kenneth Galbraith, da America Amore di Alberto Arbasino (Adelphi)
La ricetta di Galbraith è semplice: una rete solidale che garantisca un salario pieno a chi non ha un lavoro, per una disoccupazione che è prevedibile si muova a fisarmonica entro certi limiti percentuali e che, se sorretta in modo coerente, può supportare attività diverse da quelle produttive, come per esempio quelle artistiche. Ovvero, la disoccupazione come un fenomeno strutturale e caratterizzante le economie occidentali. Non solo, la disoccupazione non come un problema sociale ma come un'opportunità.
Oggi, mezzo secolo dopo, le cose vanno diversamente, soprattutto in Italia. Tagli alla cultura, tagli alla spesa pubblica ma solo dove non ci sono interessi di lobby o di corruzione; sussidi di disoccupazione esplosi e gravosi che non prevedono soluzioni o sostegni a medio-lungo termine.
E il fumetto? A quali logiche deve sottostare? A quelle della produzione a tutti i costi o a quella dell’artista libero e, perché no, sovvenzionato di fare quel che sa fare nel modo migliore?
Nelle attuali logiche di mercato prevale senza dubbio la prima formula. Anche perché il Fumetto non è il Cinema, non è l’Opera, non ha mai raggiunto lo status di forma artistica autonoma e riconosciuta (e nemmeno per questi, come sappiamo, è periodo di vacche grasse). E allora, il fumetto è come un gadget, che si deve cercare di vendere a prescindere da uno specifico, reale bisogno, all’interno di logiche consumistiche industriali (o semi-industriali). Qualcuno direbbe che questa è l’essenza dell’arte, ovvero di non rispondere a nessuna specifica necessità. Ma l’arte come gadget mette dentro tutto e risponde a banali e insulse logiche di consumo, usa e getta. L’esempio più chiaro, evidente, è la trasformazione industriale della musica popolare, vero feticcio usa e getta strumentale alla vendita di altro, style, jeans, occhiali, profumi, …
E la critica? Secondo questo punto di vista è un anello (importante?) dell’industria culturale.
La critica si riduce ad essere un veicolo per indurre l’acquisto di un gadget. Nello specifico il fumetto/gadget.
Harry
(continua)
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domenica 3 aprile 2011
L'impossibile critica (2bis) - il modernista
disegno di kim deitch
Forse la nascita dell'arte avverrà nel momento in cui l'ultimo uomo disposto a guadagnarsi da vivere con l'arte se ne sarà andato, e per sempre.
Charles Ives - Essay Before e Sonata
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mercoledì 30 marzo 2011
L'impossibile critica (2)
Oppure, ammettiamo che il fumetto sia arte. Tolte le stratificazioni dovute ai meccanismi commerciali, alle necessità riproduttive e ai supporti, ridotte le implicazioni concettuali quali la distinzione tra popolare e autoriale… al netto delle stratificazioni, il fumetto è una forma di espressione artistica. L’autore che si pensa artista ha ragione, insomma, perché nella sua vocazione, nella sua intenzionalità, realizza opere d’arte in forma di fumetto.
Ma l’opera d’arte è tale in relazione alle intenzioni del suo autore o sulla base del risultato prodotto? Esiste l’idea dell’opera d’arte pura, quella che prescinde completamente da altre esigenze se non quella della necessità espressiva. Incondizionata da un possibile pubblico (ma interessata ad avere dei possibili interlocutori), dal mercato e i potenziali acquirenti, da logiche di marketing e promozione. L’opera d’arte pura nel fumetto prevede l’autore/eroe libero dai condizionamenti, lontano dalle sirene del profitto seriale, dei personaggi popolari. Secondo questo punto di vista, la qualità artistica è legata alle intenzioni dell’autore, che decide di fare arte. In un mercato compresso e poco industrializzato come quello del fumetto, l’autore/artista puro ha più possibilità di esistere. Potrebbe essere quello che ha un primo lavoro con il quale paga l’affitto e per vocazione realizza fumetti. Da questo punto di vista il risultato qualitativo è ininfluente. La critica potrà mettere in fila, connotare, delimitare, catalogare, disprezzare, elevare ma nulla potrà mettere in discussione l’intenzione artistica dell’autore/eroe. In casi limite, l’autore/eroe disprezza l’idea stessa di poter trarre profitto dalle sue opere. Uno degli esempi maggiori di questa necessità eroica e, perché no, contro-culturale si è vista nei primi anni ’80 negli Stati Uniti con la diffusione dei mini-comix, auto-prodotti dall’inizio alla fine, ciclostilati e venduti di mano in mano. Ecco il manifesto di una delle case editrici che per prime hanno dato visibilità a questo fenomeno, la Newave:
Why do we go on drawing comix when there is no money in the business? We have no choice. Comix are what we do, the way we express ourselves, the way we react to reality. Ideas come and they have to be drawn, reproduced and passed around. It makes little difference if fifty or fifty thousand people read them. Ideas and their expression are the issue, not quantity or quality... Newave is about art, not money.
Clay Geerdes, January 1, 1983
(Perchè continuiamo a disegnare comix quando non ci sono soldi nell'editoria specializzata? Non abbiamo alternative. I comix sono quello che facciamo, il modo in cui ci esprimiamo, in cui interpretiamo la realtà. Arrivano le idee e devono essere disegnate, riprodotte fatte circolare. Fa poca differenza se li leggonono cinquanta o cinquanta mila persone. Il punto sono le idee e la loro espressione, non la quantità o la qualità... Newave si occupa di arte, non di soldi.)
Il fumetto artistico come necessità biologica primaria, di espressione, di espulsione. Il fumetto come feci. Il pubblico deve solo accogliere quel che viene, sia bello e profumato o sporco e puzzolente (e nel caso dei mini-comix la seconda opzione era la più probabile). Il pubblico può decidere se fare parte o meno di quel mondo, di quel gioco. Costruito sul meccanismo dell’identificazione e dell’appartenenza, il fumetto espulsivo diventa un movimento, e l’arte è l’insieme delle possibili forme espressive che ne derivano, guidata dalla volontà eroica dell’autore/artista che lotta contro uno status quo intollerabile e stantio.La critica, per l’autore/eroe, è per lo più un nemico da combattere, perché inadeguata a giudicare, sempre troppo lenta, non al passo con la portata rivoluzionaria del movimento, collusa con il potere “istituzionale” dei prodotti tradizionali.
E l’eventuale critico che suo malgrado apprezza quelle forme espressive, o è un pazzo o ha qualche interesse personale. E in ogni caso, si ritrova con l’arma della critica spuntata, perché sarà difficile per lui mettere in discussione le singole opere d’arte, le singole espulsioni, pena la messa in discussione dell’intero movimento.
È in questa logica che si annida la trappola del conformismo dell’anticonformismo, dell’artistico come qualità massima purché sia diverso, strano, innovativo… puro. Tutto il fumetto concepito in un certo modo è arte!
Harry
(continua)
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lunedì 28 marzo 2011
L'impossibile critica (1)
Ed eccomi subito a pregarla: legga il meno possibile testi di critica estetica; sono o congetture faziose, fossilizzate e oramai prive di senso nel loro rigore senza vita, oppure abili giochi di parole, in cui oggi prevale una opinione e domani quella opposta. Le opere d’arte sono di una solitudine infinita, e nulla può raggiungerle meno della critica. Solo l’amore le può afferrare e tenere.
Rainer Maria Rilke
Quando scrivo di fumetti, penso a chi legge. Penso soprattutto agli autori.
Ma parliamo di arte. A dirla con Rilke, c'è una solitudine degli autori, dell'opera d'arte, che non può non ricordare l'isolamento dell'incomprensione tra coppie di amanti. Hai presente?
L'opera d'arte non è un'opinione. E neppure un'argomentazione. Forse, ha più a che fare con la manifestazione. E ogni manifestazione esiste a prescindere da chi la osserva, la coglie, la vive. Poi scompare. Ma si rivolge sempre a qualcosa, a qualcuno.
Leggendo Il resto è rumore di Alex Ross (non il fumettista ma il musicologo), un saggio esemplare e rotondo sulla musica colta del Novecento, sorrido nell'evocazione che l'autore fa delle reazioni di Richard Strauss e Gustav Mahler alle increspature del pubblico alle loro prime. In Strauss si sente la voce dell'uomo determinato e autocompiaciuto, in Mahler quella dell'uomo meno sicuro e più cauto di quanto vorrebbe. In ogni caso, non c'è silenzio, non c'è pace, nell'artista che aspetta la reazione del pubblico. Né in quello che dichiara di infischiarsene, né in quello che attende con il fiato sospeso.
Ma il fumetto, grazie al cielo, non è arte. E il fumettista, per suo diletto, può sorridere alla reazione della gente, senza grandi preoccupazioni. Nessun suo lavoro cambierà l'umore dell'opinione pubblica, o modificherà la comprensione del mondo di un singolo essere umano. Il fumetto, popolare o meno, è un sottoprodotto culturale volatile, che vive del banale intercettarsi di azioni e reazioni, suggestivamente (come a dire suggestione di un mago di provincia) articolate e rappresentate su carta.
L'opera a fumetti, non-arte, non merita l'amore di cui parla Rilke, perché non vive di solitudini. Si nutre di luoghi comuni (più o meno abitati) e non può avanzare pretese, né di credibilità, né di faziosità.
Il fumetto è immune anche alla moltitudine dei prodotti della musica pop, quel groviglio senza ritorno fatto di finte muse, style, merchandising. Il fumetto, quando è usato dal mercato, permette di vendere magliette con una S davanti, senza costringere nessuno a leggere le sue pagine colorate. Perché quando è veicolo, è invisibile nella sua essenza, che essenza non ha, ed è solo apparenza.
La critica sulla non-arte del fumetto è quindi impossibile. Sarebbe come fare critica sulla carne in scatola. Impossibili le congetture, impossibili i giochi di parole. Si può se mai raccontare l'esperienza del sapore che il fumetto ha lasciato. Si può forse raccontarne gli ingredienti. La percentuale di verità, come la percentuale di tonno nella pappa del gatto.
E il fumettista che si crede artista, lui, che intanto lavora in uno studio di grafica, oppure in una piccola grande casa editrice popolare... il fumettista che si crede artista è solo due volte, perché illuso, perché impotente. Solo per finta. Perché la sua opera non sarà mai sola, e mai impropria.
Harry
(continua)
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martedì 22 marzo 2011
In gita scolastica: quello che osservo quando osservo
(c) doug rogers
Fermo nel centro di una cittadina, seduto su una panchina, sole e pranzo e vento e una fontana brutta, puntuta, circolare, inutile. Ricordo l'anno della costruzione. Ricordo di aver pensato che merda, quando fu inaugurata.
Il silenzio del vento e dello scorrere dell'acqua è interrotto da grida di bambini. Una classe elementare passa a sciame, cappellini gialli in testa, panini di McDonald's. Ai polsi di molti di loro pende una digitale. Molti si fermano, osservano e fotografano la fontanaccia. Disposizione d'animo, penso. Sono in visita a una città e la loro mente è programmata per ricercare cose belle, o più probabilmente, cose da fotografare. Logica da consumo, come in tutto. Neppure testimonianza. Il digitale, poi, tolto il peso del costo del rullino e della stampa, livella le scelte verso il basso: nel dubbio, scatto.
Cosa osserviamo quando osserviamo? Quando guardiamo un fumetto, muovendoci tra le vignette, quali scatti facciamo? Dove si ferma più a lungo il nostro sguardo, a memorizzare, interpretare, attribuire? Il nostro gusto, di dipendenti visivi, è livellato verso il basso? L'abitudine digitale, ripetizione identica a se stessa, senza supporto tangibile, come si riversa nella lettura di un tradizionale fumetto cartaceo? Cosa sfugge al nostro sguardo, perché abituati ad altro? Siamo in gita, quando guardiamo un fumetto, cappello giallo in testa e hamburger, più interessati alle relazioni sociali, a quella sensazione di libertà mista a eccitazione, che a riconoscere cosa realmente vale, rimane, persiste? In questo, nell'essere in gita, si può riassumere il concetto di evasione, di intrattenimento di questa post-modernità?
Harry
domenica 13 marzo 2011
Il gioco delle scoperte
copertina di jack kirby collector #17
Il gioco funziona più o meno così.
Io scopro in una rivista che un tale ha fatto una scoperta filologica.
Siccome la rivista è straniera e sono passati un po' di anni dalla sua pubblicazione, immagino che in pochi sappiano di questa scoperta.
Quindi, dico che la scoperta è mia.
Il punto: se io scopro una cosa già scoperta da un altro, ma nessuno sa dell'altro, la scoperta è mia? O sto solo barando? E se qualcuno scopre il trucco?
Trovi tutto qui. Non ho voglia di riportare i fatti. Se vuoi, leggi di là.
Per necessità, riporto anche io il fumetto di Jack Kirby oggetto della questione intitolato The Last Enemy, fumetto libero da diritti e facilmente recuperabile in internet. Riporto anche la traduzione di Alessandro Di Nocera, spero me lo perdonerà, ma è utile a far circolare le idee, ché dopo un po' si fermano e puzzano.
Harry

TITOLO e vign. 1:
Il viaggiatore del tempo incontra strani amici nel mondo del futuro… e l’opportunità di sconfiggere… L’ULTIMO NEMICO!
Ho impostato la discesa del ”Cubo del Tempo” laddove avrebbe dovuto essere Montford, nel Connecticut… nell’anno 2514 d.C….
Vign. 3:
Dida.: Quattro anni di lavoro segretissimo nel laboratorio governativo avevano dato i loro frutti. Il Cubo funzionava… ma la gente non l’avrebbe mai saputo… fino a quando non fossi tornato…
Ball.: Nasconderò il cubo in questa grotta. Poi effettuerò una piccola esplorazione.

Vign.1:
Dida.: Mi trovavo in una foresta. In cinquecento anni ogni traccia della città di Montford era scomparsa!... All’improvviso mi ritrovai in una radura disseminata di… di TIGRI MORTE!
Ball.: Tigri! A dozzine… e indossano abiti!
Vign. 2:
Dida.: All’improvviso udii una voce alle mie spalle… Una voce dal tono squittente… Me ne resi conto quando vidi da chi proveniva…
Ball. 1: E’ stata una gran battaglia, signore. I grandi felini sono difficili da sconfiggere!
Vign. 3:
Ball. 1: T-tu… puoi parlare?
Ball. 2 : Oh, sì... La sua specie ci ha lasciato molte cose.... linguaggio… cultura… armi…
Vign. 5:
Ball. 1: E così, la Terra è rimasta agli animali…
Ball. 2: Qualcuno doveva pur ereditarla! E’ ancora un bel posto dove vivere, sa?
Vign. 6:
Dida: C’erano così tante domande da fare… Ma la consapevolezza della tragica fine dell’umanità era piombata talmente profondamente in me da lasciarmi stordito. Mi voltai verso la creatura quando la sentii sogghignare…
Ball. 1: Cosa c’è di così divertente?
Vign. 7:
Dida.: Le luci non scomparvero interamente dopo il colpo in testa. Avvertii il dolore ed ebbi una rapida visione del terreno che mi veniva contro…

Vign. 1:
Dida.: Potei solo intuire il resto…essere trascinato in una sorta di tunnel nel terreno… Quindi svenni…
Vign. 2:
Dida.: Se mai c’era stato un uomo davvero in trappola, ebbene quello ero io. Hammond Drake. Non potrei dire quanto in profondità mi avessero portato. Quando mi svegliai, stavo fronteggiando un interrogatorio…
Ball. 1: Quella luce… mi fa male agli occhi!
Ball. 2: quando ci dirai ciò che vogliamo sapere… la spegnerò!
Vign. 3:
Ball. 1: Che cosa dovrei dirvi per…
Ball. 2: Guardami! Non hai a che fare coi nostri antenati ancestrali! Noi pensiamo! Noi edifichiamo! Noi stiamo combattendo per dominare il pianeta… e col tuo aiuto possiamo vincere!
Vign. 4:
Ball.1: I nostri network di tunnel circondano l’intera sotto-superficie del pianeta! Di sopra, i cani e i gatti si contendono il predominio, e, al momento, siamo in attesa che gli uni distruggano gli altri.
Vign. 5:
Ball. 1: Ora, non dobbiamo più attendere… Non quando possiamo apprendere come fabbricare bombe atomiche!
Ball. 2: Bombe atomiche!
Vign. 6
Ball. 1: Sì! Tu ce lo mostrerai! Se non puoi… Viaggeremo indietro nel tuo tempo e troveremo qualcuno che possa insegnarcelo!
Ball. 2: Non capisco cosa intendi…
Vign. 7:
Ball. 1: Non prenderti gioco di me! Non sei giunto qui con un missile Pogo! La tua specie ha costruito una macchina del tempo… E tu sei il pilota! Adesso, dimmi dove hai nascosto quella macchina!

Vign. 1
Dida: Il piccolo diavolo era in gamba e da quello che si poteva capire dall’aspetto della sua specie… molto cattivo. Ma io mantenni il silenzio.
Ball. 1.: Non vuoi parlare, eh? Ma tu sai che lo farai! Abbiamo studiato i metodi degli antichi nazisti… li ricordi?
Vign. 2:
Dida.: In quel momento, una campana d’allarme entrò in funzione da qualche parte e un’ombra di terrore percorse la faccia dell’inquisitore…
Ball. 1: Un raid! E’ un raid!
Vign. 3:
Dida.: Non sapevo che cosa volesse dire. Ma speravo che fosse il miracolo per cui avevo pregato…
Ball. 1: Alla caverna principale… Svelti!
Vign. 4:
Dida.: Ma la caverna principale era già nelle mani degli invasori. Erano grossi e veloci come il lampo ed emergevano con organizzata precisione da un veicolo dalla testa a trapano che si era fatto strada attraverso i tunnel sotterranei. Era una visione che lasciava attoniti!
Vign. 5:
Dida.: Gli incursori indossavano una specie di lanciafiamme. Ma era gas ciò che fuoriusciva dalle bocchette che reggevano in mano. Coloro che mi tenevano prigioniero vennero dispersi e tutto quello che potei fare fu gridare e tossire mentre il gas mi avviluppava…
Vign. 6:
Dida.: Il mio ultimo ricordo prima di piombare al suolo è quello dell’ombrosa figura di uno degli invasori che incombeva su di me tra i vapori turbinanti…

Vign. 1:
Dida.: Mi risvegliai, inaspettatamente, in un soffice e confortevole letto. Mi sarei sentito benissimo se non avessi visto il cane, la volpe e l’orso al mio capezzale…
Ball. 1: Stupefacente! Un uomo… Un uomo vero!
Ball. 2: Fantastico!
Vign. 2:
Dida.: All’improvviso la porta della mia stanza venne spalancata da un grosso bulldog in uniforme militare. I miei ospiti saltarono sull’attenti quando entrò. Evidentemente li sopravanzava tutti in grado.
Ball. 1: Attenti!
Ball. 2: Riposo!
Vign. 3:
Dida.: Lo chiamarono generale… e si allontanarono rispettosamente quando richiese di lasciarci soli…
Ball. 1: Io… ritengo che le sia tutto di conforto, signore… Si sente meglio?
Ball. 2: Mi sono state prestate le cure migliori.
Vign. 4:
Ball. 1; E perché no? E’ come festeggiare il ritorno di un vecchio amico, giusto?
Ball. 2: Mi dica, generale…riguardo tutti questi combattimenti…
Vign. 5:
Ball. 1: Ahimè… I combattimenti!... Deve trovarlo triste. In ogni modo, il cane non combatte per soggiogare… Combatte per porre fine all’istinto naturale del nemico!
Vign. 6:
Ball. 1: In principio combattevamo contro tutti… Volpi, orsi, lupi! Ora, siamo alleati. Vede, è possibile sostituire la cooperazione al posto della paura e dell’odio!
Ball. 2: Forse può funzionare anche con i felini. Ma coi roditori, Io… io…
Vign. 7:
Dida.: Quella specie animale era differente e lui lo sapeva. Non solo crudele e perversa ma anche eccessivamente intelligente! Erano loro i grandi rivali. Alla fine, sarebbe stato il roditore contro l’intero regno animale!
Ball. 1: Sì. Saranno loro… o noi! Poi ci sarà pace per sempre.
Ball. 2: Penso che dovrei favorire la vittoria della vostra parte, generale!

Vign. 1:
Dida.: Intendevo proprio quello. La Terra sarebbe stata in buone mani con una vittoria della sua parte! Chiesi al generale di chiamare il capo dei suoi scienziati…
Ball. 1: Esatto! Voglio il direttore del dipartimento di fisica! Gli dica che il generale vorrebbe vederlo qui quanto prima!
Vig. 2:
Dida.: In presenza del generale e del suo principale esperto di fisica, scrissi quanto dovevo su un pezzo di carta.
Ball. 1: Qui ci sono la formula di base e la descrizione del processo… Ora tocca a voi!
Vign. 3:
Ball. 1: Non so se faccio bene a farlo! Vi lascio una pericolosa eredità e l’ultima testimonianza dell’uomo della sua fede in voi!
Vign. 4:
Ball. 1: E ora, darò un’ultima occhiata a questo mondo tramutato in un campo di battaglia e spero che voi non-umani svolgiate un lavoro migliore dell’uomo.
Vig. 5:
Dida.: Diedi il mio addio al generale e ai suoi colleghi. E lui si premurò che fossi ricondotto al luogo in cui ero apparso per la prima volta. Poi, rispettando il nostro accordo, fui lasciato da solo. Trassi fuori la macchina del tempo…
Ball. 1: Bene, torniamo al passato, Drake. Il tuo posto è tra gli uomini… anche se stanno per estinguersi!
Vign. 6:
Dida.: Entrai e presi posto ancora una volta davanti ai controlli…
Ball. 1: Mi chiedo se un altro uomo avrebbe dato loro la bomba atomica…
Vign. 7:
Ball. 1: Penso di sì! E’ meglio che il mondo vada ai cani che a una nidiata di astuti ratti!
Dida.: Lasciai che mi si disegnasse sul volto un sottile sorriso mentre il flusso temporale mi sospingeva nella mia corsa a capofitto alla conquista del mio destino… FINE.
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mercoledì 16 febbraio 2011
E nel mondo delle librerie per ragazzi...
saul steinberg
C'è una libreria per ragazzi vicino a dove abito gestita da due donne intelligenti, competenti e determinate. Due volte all'anno espongono sui loro tavoli una selezione personale delle ultime uscite, per un'intera settimana. I clienti possono andarle a trovare, nel loro negozio, e sfogliare tutte le novità esposte. Quei libri non si possono comprare. Ma si possono prenotare. La distribuzione funziona bene. Nel giro di pochi giorni è possibile avere la propria copia.
Le libraie, quelle due donne intelligenti, operano delle scelte importanti e stimolanti. Che si aprono alla curiosità di tanti lettori. In quella libreria vado sempre con gioia.
Harry
mercoledì 26 gennaio 2011
Regole d'amore
all star superman, copertina di frank quitley
Se ami davvero qualcosa o qualcuno, lascialo andare...
In queste settimane ho lasciato in giro, sui mezzi, il numero uno della ristampa di Alan Ford, i disegni di Angelo Stano nel suo ultimo Dylan Dog, lo speciale di Tex disegnato da Roberto Diso, il primo albetto in lingua originale di All-Star Superman di Morrison e Quitley, Pillole Blu di Peeters.
Sarà sciocco, ma mi sembra di seminare.
Harry
giovedì 20 gennaio 2011
Intellettualismo
(c) joe sacco
Un amico mi dice... sto leggendo un fumetto bellissimo.
Faccio una gran fatica a finirlo, ma è bellissimo.
...
Harry
mercoledì 5 gennaio 2011
Amici
(c) gipi
Il collo migliora. Il clima peggiora.
Giorni di visite di amici.
Ieri, Charlie Brown mi ha sorriso timidamente, dicendo che non ha ancora deciso di darsi per vinto.
Minnie mi è comparsa in sogno, mezza nuda, sospirando Sono meglio di Paperina, quella troietta smorfiosa.
Lupo Alberto è andato via correndo, dopo aver soffiato sulla candela silenziosa fuori dalla porta.
Avevo un pensiero ricorrente, in questi giorni, un Lex Luthor sulle spalle, a guardarmi di traverso con il suo sorrisetto gelido. Diavolo, dov'è Supes quando serve?
Keezix ha voluto ricordarmi di quando aveva due anni, poche parole, molti passi, e muoveva gli occhi vorticosamente alla ricerca della luce e delle voci.
Con vecchi amici, poi, si è parlato di Ayako, e della sua rabbia. E della sua solitudine. Avessi provato davvero quell'isolamento, sarei molto meno sereno di oggi.
Davanti alla latta, mentre cucinavo pasta al forno con spinaci, Popeye diceva con il suo gergo robusto, Di cosa hai paura, ti difendo io.
Ma mentre i giorni delle feste passano velocemente, e il tempo è appena sufficiente a ricomporre la famiglia prima di una nuova dispersione di lavoro e fatica, è arrivato Gipi, mezzo nudo, disegnato male, e pacca sulla spalla, sguardo furbo, mi ha portato davanti al fuoco e mi ha detto La carta brucia velocemente; controlla che le tue mani non siano di carta.
Inizia.
Harry
lunedì 20 dicembre 2010
Ritrovamenti
wimbledon green (c) seth
Stamattina, in treno, ho pensato di realizzare interviste immaginarie.
Harry Naybors che intervista oggi Andrea Pazienza o Harvey Kurtzman (due nomi a caso).
Ma chi se la sente di prendersi questa responsabilità? Lascio che a parlare siano le loro eredità a fumetti e la loro assenza.
Quanto pesa l’assenza di questi autori? Quanto pesa la morte?
Hai sentito la notizia delle centinaia di tele di Picasso ritrovate? Sembra che al momento non sia in discussione la loro autenticità. Si indaga su come un normale elettricista settantenne se ne sia impossessato. Mi interrogo soprattutto sul perché quel tale abbia aspettato tutto questo tempo prima di riportarle alla luce.
Il sogno di ogni collezionista è immaginare un giorno la scoperta di fumetti di un tale autore, decenni dopo la sua scomparsa. Di qualcosa del genere ha parlato Seth in Wimbledon Green. Di qualcosa del genere si sono occupati Alfredo Castelli e Rizzoli Lizard con il ritrovamento e la pubblicazione di Sandokan di Hugo Pratt.
In questi casi, la qualità dell’opera è secondaria. L’immaginazione e la sorpresa sono il punto, qui.
I collezionisti, quelli veri, quelli che investono soldi in opere rare, vivono nell’aspettativa e nel timore che queste cose possano accadere. È possibile che una riscoperta come quella dei quadri di Picasso possa provocare una riduzione del valore di altre opere da tempo conosciute?
In ogni caso, prova a immaginare l'emozione nell'osservare per la prima volta un gruppo di lavori inediti dell'autore che più ami.
Mi è capitato più volte di sognare un ritrovamento più prosaico.
In cantina, in box, nella casa di un amico, scoprire un certo numero di cartoni pieni di fumetti che non ho mai aperto. Nel sogno, ogni volta, provavo un’emozione intensa nell’aprire quelle scatole impolverate una a una, frugarvi dentro, imperlato di sudore sulla fronte, e divorare con gli occhi ogni copertina, sfogliare con voracità, immaginando le ore di piacere immenso che tali letture future mi avrebbero procurato.
Nella mia Biblioteca di Babele sono spesso in quel luogo, dei fumetti ritrovati. Dimentico gli acquisti e li riscopro nel tempo. Senza avere davvero il tempo di poterli leggere.
L’immaginazione e la passione sono ancora oggi uno degli elementi centrali del mio leggere fumetti. E ne parlo con la stessa energia. O sto zitto.
Harry.
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venerdì 17 dicembre 2010
Crash
Ci sono periodi di silenzio che servono a riprendere la rotta.
Per quel che interessa, esattamente una settimana fa sarei potuto essere morto. Finito.
CRASH.
Non sto leggendo fumetti da una settimana. Ho un prolungato e fastidioso dolore al collo che mi permette giusto giusto di lavorare. Figuriamoci se ho voglia, nel tempo libero, di affaticarmi ancora leggendo nuvolette.
CRASH.
I fumetti, a volte, sarebbe bello sentirseli raccontare. Hai presente come si fa a un bambino piccolo, quando ancora non comprende il concetto di closure, o di sviluppo lineare della narrazione. Quando il genitore, col dito, indica la vignetta alla quale si è arrivati e, con pazienza, spiega i passaggi bianchi tra una vignetta e l'altra. Ecco. Raccontare il fumetto. Mi piacerebbe ascoltare. Romperebbe un po' di gabbie.
CRASH.
Scopro che tra le schifezze che ha disegnato Alex Toth (uno dei talenti più grandi del fumetto, uno dei talenti più sprecati) c'è un storia sulle HotWheels. E penso sempre più alla differenza tra cultura alta e bassa, tra fumetto popolare e d'autore. Sono corto circuiti. Siamo sicuri che gli autori che lasciano il segno siano quelli alti?
CRASH.
(c) alex toth
CRASH.
Poi ascolto un po' per caso I Ministri, segnalatimi da un amico. Un giovane gruppo post-rock, post-punk, post-grunge, post... insomma, un gruppo di quelli giovani, diretti, coraggiosi, forti, semplici ma anche con poche pretese, se non quelle delle persone che li ascoltano. Ascolta Una questione politica, oppure Mangio la polvere e assaporane la chiarezza e la forza. Ecco, mi sembra che, al di là del gusto, di riflessioni tecniche, ecc. I Ministri rappresentino bene la generazione (post)adolescenziale di oggi, almeno una parte. Questo tipo di voce, così accesa, così viva, manca totalmente nell'ambito fumettistico. Non ci sono gli autori? Non ci sono gli editori interessati? Serve un Pic-Nic di rottura?
CRASH.
Oggi nevica, dove sono io. E per una volta non devo muovermi per forza. Solo stare a casa al caldo. Non credo leggerò fumetti, oggi. Forse mi riposo. Chiederò a mio figlio di raccontarmi un fumetto, magari. Senza guardare con attenzione. Senza leggere. Forse scopro qualcosa di nuovo.
CRASH.
Harry
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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.





















