lunedì 31 maggio 2010

Automatismi

 (c) daniel clowes


Sembra che le persone non sappiano cogliere la differenza tra l'ironia e il nascondino, tra il gioco meta-comunicativo e l'assunzione di responsabilità.
Ed è sempre difficile valutare le considerazioni in relazione a quanto viene chiaramente espresso con le parole. Meglio procedere per analisi di supposte intenzioni (e in quanto supposte se le mettano nel culo. Il gioco di parole è di Caparezza, non mio).
Tutto questo mi rattrista un po', e mi fa pensare che le persone dimenticano il valore del confronto diretto sui temi e sugli argomenti. Argomentare è difficile per tutti.
Meglio tifare.
E in questo modo, delegittimare.
Ah, e questo blog ha aperto da circa un anno, ormai. Evviva!

Harry.

domenica 30 maggio 2010

Cloni, multiversi, drammi e ... ma che cavolo!

(c) erik larsen


Scusami.
Non posto da qualche giorno. Sono impegnato.
Sto leggendo l'ultimo anno di pubblicazioni di Savage Dragon, dove accade di tutto.
Ed Erik Larsen mi ricorda perché lo seguo da vent'anni. E perché avrei dovuto smettere dopo il primo numero!

In ogni caso, stai attento: Savage Dragon, l'originale, è un terribile imperatore, cade sulla Terra, in fiamme, perde la memoria, diventa un buono. E oggi, oggi tutto si capovolge. Perde la memoria degli ultimi 17 anni, e torna l'imperatore cattivo. Funziona come riassunto? Ti ho rovinato qualcosa? Non preoccuparti. Leggi il fumetto, non ci capirai nulla lo stesso, e lo amerai alla follia. Lo stesso.
Perché siamo all'estrema sintesi e fusione del concetto di eroe e anti-eroe in un'unica incarnazione.

Harry

lunedì 17 maggio 2010

Premio Micheluzzi 4

Concludo le mie riflessioni sul Premio Micheluzzi dell'ultima Napoli Comicon.
Inizio.
Prima parte.
Seconda parte.

Politica e gusti

Uno sguardo complessivo alle scelte della giuria porta necessariamente a una considerazione ovvia quanto fastidiosa: i premi sono distribuiti in modo equo, quasi geometrico, tra i diversi editori. La distribuzione politically correct porta con sé necessariamente il dubbio già espresso che non vi sia, in questo premio, alcun valore culturale e critico, ma che sia legato alla necessità più o meno consapevole di accontentare tanti, se non tutti. Il premio sarebbe quindi uno strumento per costruire consenso intorno alla convention, sotto molteplici punti di vista, e non il culmine di una riflessione sul fumetto, come già detto. In questo, non intendo dire che vi sia una premeditazione, ma un condizionamento implicito, che si esprime più o meno in questo modo: non abbiamo ancora premiato Panini, per cui il premio a Pluto non possiamo negarlo (Pluto solo a titolo di esempio). Per chi fa classifiche o decide premi si tratta di un meccanismo noto e molto insidioso, che può essere disinnescato solo a fronte di un chiaro pensiero alla base delle scelte.
Anche perché, al contrario, l’eventuale condensazione di premi verso una casa editrice o l’esclusione di altre particolarmente rilevanti (sotto il profilo economico-“politico”) potrebbe rilevarsi ancor più un’arma a doppio taglio. La normalizzazione implica la diffusione dei rischi e delle responsabilità.
Anche se l’assenza, per esempio, di Planeta De Agostini tra i vincitori offrirebbe alcune considerazioni, in questo senso.
Ma le dietrologie, si sa, sono figlie di ogni scelta. E questa considerazione non vuole essere un’accusa di malafede, ma dell’assenza di criteri espliciti o condivisibili che hanno determinato la scelta delle nomination prima, e dei vincitori dopo, mancanza che mostra il fianco a qualunque possibile valutazione di merito. E in senso stretto, l’impossibilità di comprendere al di fuori della sola banale ovvietà che “è questione di gusti”.
È possibile andare oltre l’autarchia delle valutazioni di gusto, nella definizione di una classifica o nella scelta di opere e autori da premiare? Dovrebbe essere una necessità e un valore da perseguire che trovo del tutto assente dall’impostazione del Premio Micheluzzi.

Esemplificativo

In conclusione, detto per inciso che ci sono modi peggiori di premiare (in altri medium, il Festival di Sanremo lottizzato dalle etichette discografiche; il Premio Strega predeterminato dagli editori, come suggerito dal collettivo Luther Blisset nel 1999 “abbiamo consigliato di comprarci il quarto posto”), mi preme evidenziare che l’esempio del Premio Micheluzzi è solo occasione per mettere in risalto una debolezza cronica della cultura sul fumetto in Italia: l’incapacità di molti operatori e addetti ai lavori di sviluppare progettualità organiche sotto tutti i punti di vista.
Quale utilità culturale, sociale ed economica (intesa in relazione alla produzione e allo sviluppo economico del settore fumetto) hanno questi premi? Quale impegno, programmazione e attenzione vengono investiti in queste iniziative? Forse, potrebbe essere utile modificare la posizione dei premi nella scaletta delle priorità di una manifestazione, trasformandoli in elementi centrali dello sviluppo organico di un modo di ragionare sul fumetto, un’opportunità strategica e dalla buona visibilità per caratterizzare fortemente una manifestazione. Perché in realtà un premio potrebbe rappresentare l’opportunità per osservare il fumetto da un punto di vista privilegiato (ma che deve essere esplicitato adeguatamente), per tastarne il polso e comprenderne lo stato di salute. Potrebbe diventare occasione di confronto e motivo di reale investimento di idee e, perché no, economico.
Al contrario, si assecondano solo un’idea di festival derivativa e l’innato bisogno umano (e decisamente italiano) di competere per la gloria e decretare vincitori, un bisogno che spesso diviene aberrazione quando si ha a che fare con i prodotti culturali, che per loro natura non sono facilmente inquadrabili in categorie valoriali e di merito esplicite e univoche.
C’è molta strada da fare, quindi, che richiede un lavoro concettuale e organizzativo decisamente superiore, un salto che sarebbe segno di una nuova maturità degli addetti ai lavori.

Harry

sabato 15 maggio 2010

Ex Machina


Cito a memoria dal sesto volume di Ex Machina di Vaughan e Harris.

Devi stare attento alla più grande minaccia che ti attaccherà.
E quale sarebbe?
L'immigrazione!

Ironia e satira in un colpo solo, senza dimenticare i cliché del genere e una vivacità del racconto eccezionale.
Non perdertelo.

Harry

(la mia memoria fa schifo, ma il concetto è quello)

Premio Micheluzzi 3

Proseguono le mie riflessioni sul Premio Micheluzzi dell'ultima Napoli Comicon.
Inizio.
Prima parte.
 

I vincitori

Per non annoiare me stesso e te, caro lettore, non prenderò una per una le opere premiate o escluse per discutere in modo analitico ogni scelta. Cercherò solo di suggerire alcune riflessioni, partendo dal gruppo che ha effettuato la selezione.
La giuria è composta da professionisti molto diversi tra loro. Solo Gomboli è integrato al mondo fumetto. Gli altri si potrebbero definire esperti di “scrittura” e di “forme espressive” in senso generico, appassionati di fumetti, frequentatori assidui delle nuvolette, o quel che si vuole. Manca quindi quasi totalmente un giudizio tecnico, così come mancano rappresentanti di peso della critica fumettistica italiana, a conferma del fatto che il Premio è visto come un’appendice necessaria della manifestazione Comicon, ma non è in nessun modo visto come strumento di analisi o opportunità di sviluppare un discorso, una consapevolezza nuova sul fumetto.
Credo sia per queste ragioni che è possibile trovare tra le nomination dei migliori lavori esteri il rivoluzionario Jimmy Corrigan di Ware accanto al leggero Fragola e cioccolato di Aurelia e vedere selezionato come vincitore l’estetismo superficiale e sentimentale de Il gusto del cloro di Vives.
Allo stesso modo, solo un’osservazione superficiale e poco in grado di riflettere sulla forza espressiva del fumetto può portare alla scelta di inserire nelle nomantion del miglior disegnatore Manuel Fior, quando La signorina Else andrebbe analizzata e valorizzata per la sua eccellente fusione di testo e disegno, per la sintesi che il giovane autore ha saputo creare. Insomma, una mezza scelta. Aspetto che si ripete ovviamente per la scelta del vincitore della categoria, Andrea Bruno.
Come puoi vedere, malgrado le premesse, ragionare sui vincitori mette necessariamente in discussione l’impianto complessivo del Premio e le scelte del comitato che ha definito le nomination. Solo uno sguardo poco attento potrebbe valutare La Signorina Else dal punto di vista estetico e non nel suo equilibrio espressivo di opera completa. Ma, come puoi vedere, non esiste la categoria "Miglior autore completo".

Se la scelta del miglior fumetto italiano dà spazio a un’opera forte e atipica come Morti di sonno, la scelta del miglior sceneggiatore ricade su Gabos per le ragioni (e l’opera) sbagliata. L’autore bolognese ha dalla sua una voce unica e forte, che si afferma nelle sue opere intimiste e autobiografiche, mentre in Esperanto emergono numerose difficoltà proprio sul piano della sceneggiatura. Gabos non è efficace nel sostenere la coralità dei personaggi e la dimensione sociale e di massa degli avvenimenti; il ritmo della storia è poco armonico, con pause troppo lunghe e monotone, e con accelerazioni che banalizzano la tensione drammatica; la metafora culturale, sociale e politica alla base del racconto diventa presto ridondante e autoreferenziale, al punto da risultare stucchevole. Insomma, se si dovessero valutare le qualità di sceneggiatore di Gabos da Esperanto, ne uscirebbe con le ossa rotte. Senza dire del fatto che qui accade in modo speculare quanto fatto con Fior, ovvero valutare la sceneggiatura di un autore completo, senza metterlo in relazione al lavoro sul disegno.

Come miglior serie estera viene selezionata l’opera più meccanica di Urasawa, Pluto, che finora ha solo confermato lo stile inquietante e accerchiante dell’autore, ma senza la forza delle opere precedenti. Il sospetto è che la scelta sia caduta su Pluto perché unico manga premiato (e quasi l'unico premiabile). Se non Criminal, Scalped, All-Star Superman e The Walking Dead avrebbero forse meritato di vincere. Ma anche qui, si escludono in partenza altri lavori interessanti, come per esempio Ex-Machina di Vaughan e Harris, per dire la prima che mi viene in mente.
Non sono sicuro che Pinky sia la miglior serie umoristica, ma è certo che il panorama delle produzioni “umoristiche” italiane è ai suoi minimi storici e tutti sono stanchi di premiare Rat-Man (molti anche di leggerlo). Il fumetto seriale umoristico in Italia è morto o moribondo. Inutile girarci intorno.

E poi vince Tex come miglior serie realistica. È vero, Tex è la miglior serie realistica italiana di tutti i tempi. “Realistica”? Di cosa stiamo parlando? Di stile di disegno? O del finto realismo Bonelli? O della fruibilità (realistico=facilità di lettura)? Lo so, il fumetto Bonelli è il fumetto “realistico” per antonomasia, ed è sciocco da parte mia mettere in discussione questo sillogismo. Per cui lasciamo da parte l’etichetta (che è più un fatto di linguaggio comune), perché quello che realmente conta è altro.
Tex vince per manifesta inferiorità delle altre proposte? In un territorio, quello seriale, dove Bonelli gode del quasi monopolio editoriale, la scelta su Tex, più che nostalgica, appare compiaciuta. Non c’è dubbio che il lavoro degli sceneggiatori e dei disegnatori abbia alzato di molto la qualità della serie, rendendola nuovamente leggibile e divertente, ma è altrettanto vero che siamo di fronte alle solite, infinite variazioni sul tema, a messe in scena avventurose ripetute all’infinito, dove quel che conta non è certo la sostanza ma la forma. Tex è un esercizio di stile, che può riuscire più o meno bene, ma sempre esercizio di stile resta, come apertamente mostrato da Patagonia, il Texone di Boselli e Frisenda (“naturalmente” segnalato con una menzione speciale che non so spiegarmi). O il fumetto seriale (realistico?!) è a un punto negativo di non ritorno, tale da non aver più nulla di reale(istico) da dire, oppure qui si è voluto con compiacenza premiare il successo longevo di una serie che, si, finalmente può giustificare le vendite con l’innalzamento della qualità delle storie. Quasi un miracolo, quello dell’abbinamento di qualità e vendite, con buona pace dello snobismo di qualunque critico anarchico che si rispetti. 

Harry

(continua)


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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.