mercoledì 14 luglio 2010

Reperibilità



Non capisco.
Forse volumi come questo dovrebbero essere sempre reperibili. Credo sia il senso di questo tipo di ristampe. O no?
Ebbene, il Devil di Miller e Janson è di nuovo affare per pochi. Esaurito.
Abbi pazienza, e spiegami se capisci.

Harry

lunedì 12 luglio 2010

Letture distratte



Sono un lettore del cazzo, uno qualunque. Ancora, sono un lettore distratto. Pendolo giornalmente avanti e indietro per un lavoro che sopporto a stento, e che il viaggio mi rende più odioso. È il viaggio che mi permette di essere distratto lettore onnivoro. O qualunquista. Fai tu. Al mattino mi reco in edicola, uno dei pochi piaceri che mi rallegrano la giornata. Osservo le novità e, diavolo, lascio lì ogni giorno una parte del mio stipendio. Leggo ad abbuffate. Sono distratto, ma aperto. E quella mattina ho comprato il Canemucco 2. Non l’1, ché a giugno era già andato e non l’avevo visto prima. Il 2, e già un po’ mi innervosisco, ma fa niente. Mi piace quel papero in copertina che dice parolacce sotto falsa censura. Mi chiedo cosa c’entri con la Disney.
In treno leggo, seduto nel posto più arieggiato, e perdo i riferimenti.
Makkox? Brutto pseudonimo. La tua storia non la inquadro. Leggo la finzione erotica via web più realistica che mi sia capitata finora, in quello scambio chit-chat che non arriva sotto alla mia cintura, ma mi accende una nostalgia romantica. Il sesso come amore. Come fuga.
Non ci sono contorni, dietro a questi personaggi scontornati, che si espongono senza presentarsi, entrano in scena così come sono, brutti abbozzi di vita. Non ci sono contorni ma paesaggi, appesi vicino alle vignette. E una storia che se è genere, forse noir, in realtà li trascende, i generi. Perdo i riferimenti, come dicevo. E un po’ mi innervosisco. Di nuovo.
La soria si muove veloce. Ecco un riferimento, queste vignette scontornate, che forse nascono dalle forme del web, hanno i tempi di lettura del Diabolik, due per pagina (tre? Una?), e si scivola nella vicenda verso un finale non consolatorio, senza protagonisti certi, senza personaggi ricorrenti (o si?! Il primo non l’ho letto, diavolo!) e senza quei riti che piacciono tanto a noi lettori distratti, quelli che le ultime pagine costituiscono riassunto, spiegazione e morale in atto unico.
Makkox improvvisa, questo è un fatto certo. Inizia e la storia lo guida o i personaggi o le idee o i dialoghi, così indiretti, obliqui da sembrare reali, perché parlare, a noi umani, ci viene spesso così, parliamo per distrazione, senza finalità se non per riempire gli spazi. Makkox (ce l’avrà un nome vero!) improvvisa avanti e indietro, e dalla sua immaginazione matura qualcosa, che trova una casa in un giornaletto di 100 pagine a colori, piccolo ma accogliente.
Ora, da lettore qualunque(ista) chiedo, chi ha il coraggio di sviluppare un tale progetto, così diverso, così inedito, da lasciare soli tutti gli altri prodotti da edicola? E perché voler perdere tutti quei soldi? E perché rischiare per un signor nessuno, che nemmeno un soprannome come si deve si è trovato?
Forse perché quelle storie ti parlano, ti arrivano dirette in faccia, ti affamano mentre sfamano, nel loro sguardo pop imbevuto di tutto, completo di tutto. E aperto a tutto.
Lunga vita. Noi lettori distratti abbiamo fame.

Un lettore qualunque

domenica 11 luglio 2010

Dopo Rat-man



Uno dei personaggi non protagonisti più divertenti del fumetto italiano è senza dubbio l’Andrea Plazzi di Leo Ortolani. Un essere proveniente da un’altra dimensione, di proporzioni matematiche e trans-editoriali, il Plazzi ha collezionato apparizioni poco numerose ma sempre di rilievo all'interno di Rat-man.
La capacità di Ortolani di cogliere con ironia e sberleffo le caratteristiche di una persona e del suo ruolo è ineguagliabile.

 

Leggendo Rasl di Jeff Smith fantasticavo su quale strada potrà prendere Ortolani terminato il suo Rat-man (perché accadrà, come ha più volte detto l’autore stesso).
Smith, si sa, è lo straordinario creatore di Bone, uno dei fumetti più importanti della scena statunitense nei decenni 1990-2000. Bone sorprese tutti più volte. Per il suo esordio inaspettato, dove l’umorismo e la forza narrativa colpirono dritti al cuore (chi non ricorda l’improvviso arrivo dell’inverno nelle prime scene della storia, o il primo incontro tra Bone e Thorn?!); per la sua evoluzione fantasy drammatica e plot-oriented (fin troppo, aggiungerei, banalizzando in chiave Il Signore degli Anelli un lavoro prima indefinibile). Da qualunque parti lo si osservi - importanza per il “movimento” del fumetto indipendente statunitense; bellezza del tratto e qualità dello story-telling; divertimento per le sue qualità umoristiche; ecc. – Bone è uno dei fumetti più rappresentativi degli ultimi due decenni e Smith uno degli autori più bravi.
L’edizione “definitiva” di Bone, che consiglio a chiunque se la cavi un po’  con l’inglese, è Bone One Volume Edition, anche perché la serializzazione in italiano ha  sofferto per le troppe incarnazioni e l’attuale pubblicazione Panini a colori ha tempi lunghi e … il bianco e nero dell’edizione originale è magistrale. Per quanto ben fatta e curata nei dettagli dallo stesso Smith, il colore è quello che è, un buon espediente per avvicinare i ragazzini alla sua lettura.

Come per Ortolani, molti si chiesero cosa avrebbe fatto Smith dopo Bone. Una serie umoristica che  richiamasse il suo capolavoro, o qualcosa di completamente diverso?
La prima scelta avrebbe giovato alle aspettative e alle speranze di molta parte del suo pubblico, ma avrebbe generato un confronto per certi versi insostenibile. La seconda, avrebbe messo in discussione tutto il suo pubblico e messo alla prova la duttilità dell’autore, ma avrebbe dato a Smith piena libertà espressiva e nessun confronto diretto con Bone.
Inutile dire che Smith ha scelto la seconda strada. Rasl è  un fumetto sci-fi drammatico, sicuramente non di genere umoristico, con un approccio e tematiche adulte, molta violenza (non gratuita) e una base tematica scientifica solida e documentata.
I riferimenti stilistici sono talmente tanti (da Jack Kirby a Milton Caniff) che è inutile approfondirli, perché totalmente integrati in una sintesi stilistica personale. Di Bone restano le curve morbide del tratto, l’attenzione unica all’uso del bianco e nero, la capacità di far recitare i personaggi attraverso gesti, posture, ingombri ed espressioni del viso. Il resto è continua sperimentazione, classica, senza sperimentalismi, semmai il tentativo di raccontare sempre al meglio, mettendo in gioco tutto quello che Smith conosce della nona arte.
Rasl è una delle letture più coinvolgenti del 2010, di cui è difficile prevedere l’evoluzione e la struttura. Una grandissima prova d’autore, quindi, coraggiosa e determinata.

Non so quando Ortolani terminerà davvero Rat-man. Continuo a seguire il suo personaggio con divertimento (e un po’ di stanchezza, lo ammetto). Ma spero che, dopo la sua conclusione, l’autore abbia il coraggio e la determinazione di fermarsi e… cercare una nuova strada, per mostrare e mettere alla prova il suo infinito talento.
Spero ci sorprenderà.
Smith sta dimostrando che si può, si deve fare. Il mercato italiano lo permetterebbe a Ortolani?

Harry
di seguito le prime 3 tavole di Rasl 4, (c) jeff smith


venerdì 9 luglio 2010

Di quale Dio?



Dell'ultimo "romanzo a fumetti" Bonelli, Mohican, sceneggiato da Paolo Morales e disegnato da Roberto Diso, posso dire che si tratta dell'ennesima interpretazione del genere western per l'editore di Tex. Cosa che di per sé non rappresenta alcuna novità, purtroppo. Lo sviluppo della storia è prevedibile, per quanto ben scritta, e Diso si conferma abile professionista, ma forse un po' freddo, distaccato, eccessivamente "professionale". Per intenderci, la storia è più vicini all' "umanesimo" di Berardi (più del suo Tex in Oklahoma che del più imprevedibile Ken Parker), meno al dinamismo avventuroso del Tex di Gianluigi Bonelli.

Di Mohicani non so nulla. Non del film, non dei romanzi con protagonista Nathaniel Bunppo.
Mi colpisce però, in negativo, come Morales nel fumetto affronta il tema della religione. Nathan scorta un gruppo di protestanti, tra i quali spicca una giovane, bellissima ragazza. Le dinamiche relazionali sono le solite, e la passione d'amore sembra in grado di mettere in discussione qualunque fede.
Purtroppo, il tema della religione in Mohican è un elemento avulso dalla vita, e ha esclusivamente funzione narrativa. Non ha elementi di realtà se non quelli necessari a una vaga verosimiglianza ed è sviluppato solo in relazione alla storia. 

Non ricordo fumetti seriali italiani nei quali il tema della fede sia trattato in modo non meccanico e non schematico. Trovo strano che un fatto umano così importante, che condiziona così tanto le vicende personali e sociali, le relazioni e le scelte di vita sia così assente dal fumetto popolare.
Non so neppure dire se si tratti di laicismo o di tabù.
Qualcuno ricorda qualche eccezione significativa?

Harry

Educazione (alla scrittura) - seconda parte



Ancora a proposito della narrazione di sé.
Ancora a proposito dell'educazione.

Uno dei passaggi cruciali che si fanno durante la scuola è quello di capire cosa si può fare quando si deve scrivere. C’è un passaggio che per molti non avviene mai, ma che per qualcuno è l’apertura di una serie infinita di possibilità. È la consapevolezza di poter esprimere sé stessi, i propri pensieri, la propria immaginazione, quando si scrive.
Tema: Siamo soli? Esistono gli extra-terrestri (sintesi di uno dei titoli delle prove di maturità 2010).
Svolgimento 1: Cosa vogliono che racconti?
Svolgimento 2: Cosa voglio raccontare?

Il passaggio alla narrazione attraverso sé e di sé, dove il proprio mondo psicologico diventa nodo centrale di quel che si scrive, può traghettare l’esperienza passiva e imposta dall’autorità verso il divertimento e la passione.

Con il disegno, le cose iniziano molto prima. Già durante la scuola dell’infanzia, i bambini sono incoraggiati a giocare con forme e colori sui fogli. È un lungo percorso educativo che molto spesso passa attraverso l’omologazione a modelli e regole precostituite. Per questa via, molti bimbi possono perdere identità, passione e divertimento e, se troppo distanti dai modelli, possono essere etichettati come incapaci. Eppure, il disegno, come forma di espressione, mantiene una spontaneità e una vitalità molto chiara a chi osserva i bimbi al lavoro. La mediazione della parola, della grammatica e della sintassi, a dar forma a pensieri e idee, è un’impresa più ardua, che raramente offre soddisfazioni immediate e che necessariamente si sviluppa in età più avanzata.
In questi cicli educativi, nelle scuole italiane, il fumetto è totalmente assente, se non come forma spuria e per lo più inconsapevole.
Immagina quale potenzialità potrebbe avere in un pre-adolescente, o in un primo adolescente, l’unione di un disegno già in buona parte “evoluto” e di una scrittura “acerba” per educare al racconto di sé. Naturalmente questo potrebbe presupporre un ripensamento dei metodi educativi sul disegno: non più singoli disegni isolati, ma elementi di una forma di narrazione sequenziale (cosa che avviene molto raramente). Al contempo, richiederebbe di ripensare all’uso della parola scritta, nelle sue forme più sintetiche e funzionali allo svolgimento di un racconto con immagini e, per queste caratteristiche di supporto al racconto disegnato, di più facile appropriazione da parte dei bambini.

Educare alla narrazione di sé vuol dire aiutare le persone a sviluppare idee di sé. In molte attività di formazione psico-sociale, si insegnano tecniche narrative per aiutare i partecipanti ad acquisire consapevolezza e a supportare fasi di cambiamenti o di crisi. Si arriva persino a parlare del sé come di un testo scritto e da scriversi.
Raccontarsi è sempre uno strumento di auto-guarigione, non facile e non indolore, perché presuppone la necessità di guardarsi d’avvero.
Certo, il passaggio dalla scritture di sé per se stessi alla scrittura di sé per un pubblico è un altro nodo fondamentale nelle imprese artistiche. Ma se manca quella  prima scintilla, quel primo bisogno, il resto
non può fiorire.



(c) gipi


Il disegno ha una portata autobiografica inarrivabile, che è quella della personalità del tratto. Una semplice linea tracciata da una mano veicola immediatamente un’idea di quella mano, ed è unica, quasi quanto la voce di una persona. Anche nelle forme di fumetto più realistico, il tratto non è anonimo o indifferente (o, se lo è, rivela un’incapacità, quanto meno) ma veicola un intero mondo psicologico, che è quello proprio del disegnatore.


(c) jeffrey brown


Se, poi, l’intento è quello di narrare di sé in una vera e propria autobiografia, ecco che le possibilità  si moltiplicano e il tratto personale diventa fondamentale. È da questo punto di vista che si possono osservare le ricerche artistiche di Gipi, di David B. e di Jeffrey Brown (solo per citare tre autori rappresentativi di nazionalità diverse), dove non è più la bellezza, l’eleganza, la ricchezza del tratto a funzionare, ma la forza iconica, l’idiosincrasia, l’immediatezza. Per Gipi è una sorta di manifesto, nel suo ultimo romanzo, La mia vita disegnata male. Per David B., il disegno (che, senza banalizzare, non si limita solo al tratto) è una porta per l’inconscio e la comprensione del dolore. Per Brown è la sintesi del minimalismo, il disegno realizzato al bar, mentre la vita scorre; appunti di vita, quindi, che richiedono velocità (nella realizzazione, nella codifica, nella comprensione) e appaiono fragili e nudi.


(c) david b

Ecco, arrivati al punto, mi piacerebbe pensare a una scola che insegni ai bambini e ai ragazzi a far proprio il manifesto di Gipi: raccontare ognuno la propria vita disegnata male, come viene, come si sa fare, per arrivare al cuore di sé, dei lettori e del potenziale espressivo del fumetto.

Harry


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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.