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lunedì 27 giugno 2011

Disfunzioni familiari e di genere



Credo che ognuno di noi abbia esperienza diretta o indiretta di meccanismi da famiglia disfunzionale. Credo anzi che il concetto di malfunzionamento sia implicito al concetto stesso di famiglia. Le relazioni obbligate e i rapporti di potere (genitore/bambino, fratelli minori/maggiori, eredità degli antenati, ecc.) mettono in atto ricatti, sensi di colpa, segreti che non possono che generare dolore. L’amore su cui dovrebbero basarsi le relazioni familiari è spesso un’illusione, se non un’espressione chiara dell’attaccamento patologico e della dipendenza reciproca.
Non dovremmo sorprenderci quindi per i tanti, inaccettabili delitti intra-familiari di cui la cronaca nera è piena (soprattutto in estate, ma la curva si sta spaventosamente allargando); soprattutto non dovremmo sorprenderci del potere ipnotico che questi delitti hanno sulle persone. Ne siamo spaventati e attratti allo stesso tempo. Senza il distacco che deriva da un po’ di consapevolezza, inoltre, è possibile convincersi che i tempi sono peggiori di sempre, che la paura è giustificata, e che è impossibile non vivere in una costante apprensione sociale. Il grande imbonitore televisivo lo sa. Vittima e carnefice si confondono e diventano una cosa sola.

Di dolori familiari sono pieni il genere horror e noir. Prima ancora il folklore e la cultura orale. Possiamo dire che siano il primo nutrimento della letteratura popolare, insieme alle credenze religiose. E in questo filone si inserisce anche il lavoro di Denise Mina, in Una malattia di famiglia, pubblicato in una sottoetichetta da DC Comics in USA e in Italia da Panini Comics. Mina è stata sceneggiatrice già dell’orrorifico Hellblazer (di un ciclo non certo memorabile, schiacciata per di più dal confronto con gli altri ottimi autori che l’hanno preceduta e seguita – Ennis, Ellis, Milligan, Azzarello e i seminali Moore e Delano), ma non è facile per me comprendere la sua cifra stilistica. Una malattia di famiglia, in ogni caso, è un fumetto di genere esemplare, congeniato in modo limpido, schematico e fedele. La fedeltà di Mina mette al riparo dal rischio del fallimento, sia sul piano della comprensione da parte del pubblico, che sul piano dell’appartenenza al genere stesso. Mina non rischia, insomma. Ma lo schematismo di Una malattia di famiglia si traduce alla fine in prevedibilità e freddezza. Non so dire se ci sia del talento vero, in queste tavole (e mi riferisco anche al lavoro professionale ma senza guizzi del disegnatore Antonio Fuso), e non riesco nemmeno rintracciare emozioni autentiche. La famiglia disfunzionale rappresentata nella storia si muove per stereotipi e necessità esclusivamente narrative. Il che non vuol dire che Mina non sia abile e non sappia creare momenti di tensione e di pathos. Ma è troppo, troppo alta la richiesta del genere perché il suo tentativo convinca appieno.
                                                     2 tavole da una malattia di famiglia, di mina e fuso


Il nocciolo importante, a mio avviso, del rapporto di un’opera con i generi fumettistici (e letterari, e musicali, e cinematografici, e…) è quanto si sia disposti a forzare il genere stesso, e quanto si sia capaci di mettere la vita vera nella finzione, nella cornice fittizia che il genere impone. Certo è che, nella mia mente, ha lasciato tracce ben più inquietanti la disfunzionalità della famiglia reale descritta da David Small nel suo Stitches (Rizzoli/Lizard) che nel racconto di Denise Mina. E questo, non certo, o non solo, per effetto del maggior grado di realismo o di verità contenuto in Stitches (non dimentichiamo che ogni autobiografia è essa stessa un’opera di finzione, filtrata dal punto di vista del narratore). Quanto piuttosto per l’acutezza dello sguardo e l’efficacia visiva e ideativa che la sorregge.


                                                         una tavola da stitches, di david small


Insomma, quel che manca a Una malattia di famiglia è l’imprevisto che si stacchi dalla cornice narrativa di riferimento, in modo che la figura risalti sopra a uno sfondo troppo prevedibile. Ma il rapporto tra innovazione e genere merita un ulteriore approfondimento. Ne parlo a breve, partendo dal Dylan Dog di Vanna Vinci.

Harry

mercoledì 27 ottobre 2010

Segreti



- Your mother says you're acting crazy. Doing crazy things. True?
- I guess so.
- Nonsense. A boy who has had cancer... A boy whose parents and doctors  did not tell him he  had cancer... A boy who had to find out the truth on his own... Is this crazy?
- ...
- No, it's sad. But not crazy. You've been living in a world  full of nonsense, David. No one had been telling you the truth about anything. But I'm going to tell you the truth. Are you ready?
- ...
- Your mother doesn't love you. I'm sorry, David. It's true. She doesn't love you.


In molte famiglie esistono i grandi segreti.
Tra i più importanti e dolorosi, le cose che non si raccontano ai figli per proteggerli.
C'è un'ombra di ipocrisia dietro a quelle parole ed emozioni celate. E l'ambivalenza della sfiducia. Il messaggio esplicito è, caro figlio, non puoi capire, non hai gli strumenti per farlo. Il messaggio taciuto a se stessi è, caro figlio, non sono in grado di affrontare questo dolore, è più grande di me, non posso parlartene.


Nella mia famiglia, un segreto ha riguardato la malattia. Sono passati più di vent'anni da quando mia madre si ammalò di tumore. Fino all'operazione, i miei genitori mantennero il segreto. Io ero proiettato nel mondo delle nuvole delle mie timidezze e insicurezze. Mia sorella, un anno in più, era consapevole e annusava la paura. Rimase bruciata da quel silenzio.
Quando ci raccontarono della malattia, dell'operazione, delle conseguenze (chemioterapia, depressione, difficoltà emotive… mia madre è viva ancora oggi, sta bene, ma il passaggio è stato stretto in quegli anni) per mia sorella, da molti punti di vista, era troppo tardi.
Infranto il patto di trasparenza, in qualche modo mia sorella perse fiducia in loro e, a conti fatti, nelle persone, nelle sue emozioni, nel mistero gioioso dell'esistenza. Una scia lunga, che ancora oggi lancia segnali.



David Small lo racconta in Stitches. Parte di una famiglia molto più complessa, spaventata e spaventosa della mia, il piccolo David passa personalmente per l'inferno del silenzio, dei segreti e dell'incomunicabilità. Quello che colpisce, del suo splendido libro autobiografico, è la capacità di rendere il senso di costante terrore, apprensione e insicurezza che deriva dall'incomunicabilità con i propri genitori.
Stitches ci racconta anche della piccola America di paese, quella piccolo borghese piena di esibizione pubblica e necessità di rivalsa. E ipocrisia e totale oblio della coscienza.

Il tratto di Small è pulito e chiaro ma espressivo, a tratti espressionista, e rivela un grande gusto per la composizione, che in alcune tavole, senza perdere la semplicità, gioca con l'immagine e le emozioni che intende rivelare. Con Stitches Small non sembra cercare soluzioni, né comprensione. La narrazione è diretta, contenuta ma esposta, vera. Se l'autore non rivela, in fondo, quali percorsi personali e quali risorse abbia messo in gioco per superare i traumi e i dolori della sua giovinezza (accresciuti dalla sua parziale perdita della voce dovuta all'operazione), nell'atto necessario del racconto sembra voler gridare a tutti l'esigenza della verità e della trasparenza. Anche questa, in fin dei conti, è la testimonianza di un sopravvissuto. 


Troppo spesso i genitori, stretti nelle loro paure e nei loro bisogni, dimenticono che i propri figli ascoltano e comprendono molto prima e molto più di quanto le parole e lunghi discorsi possano permettere. I bimbi sono specchi, limpidi, della vita adulta dei genitori. Il segreto, prima che doloroso per i figli, è il più grande tradimento verso i genitori stessi. Quel che spetta ai figli, in fondo, non è altro che sopravvivere a queste difficoltà, e, da adulti, trasformare l'eredità che è stata lasciata.

Harry



stitches è pubblicato in italia da rizzoli/lizard
tutte le tavole sono (c) di david small


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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.