mercoledì 5 ottobre 2011
Merchandising e un cosplayer speciale
Mio figlio si vestiva di Spider-man, a una festa, mentre simulava l'arrampicata dell'arrampicamuri.
L'identificazione con l'eroe di finzione, vestirne i panni, farsi trasportare dall'immaginazione...
Maledetto merchandising!!
Harry
Etichette:
merchandising,
vita
martedì 27 settembre 2011
Mentre morivo
Sto leggendo molti ricordi, pensieri, idee sulla dipartita assai inaspettata di Sergio Bonelli.
Una cosa è certa. Come Tex è rimasto dopo la morte del padre Gianluigi, così resterà un capitale culturale, umano e popolare dopo la morte di Sergio.
Ecco, il ricordo che mi sembra più forte, chiaro e, perché no, stimolante rispetto alle tante parole scritte su questo blog in questi mesi, è quello di Moreno Burattini, a cui ti rimando.
C'è un passaggio che mi ha colpito molto, per la sua chiarezza:
In sessant'anni, disse rivolgendosi ai suoi lettori, io vi ho talmente rispettato che mai vi ho inflitto una sola pagina di pubblicità. Bonelli era un editore puro: voleva reggersi con l'unica forza del suo lavoro, delle sue idee, delle sue storie scritte, disegnate e stampate su carta. Per questo è sempre stato fondamentalmente ostile anche al merchandising.Forse queste cose, ancora oggi hanno un senso. Che è molto di più del lettering fatto a mano, ma che è tutto dentro a quest'idea di dignità artigianale. La forza e la debolezza della Sergio Bonelli Editore erano in queste idee, in questa convinzione, in questa determinazione più grande di qualunque altra considerazione.
Harry
Etichette:
moreno burattino,
sergio bonelli,
vita
lunedì 26 settembre 2011
Il consumatore finale
La storia di Chester Brown era già scritta nelle vicende autobiografiche raccontate in Non mi sei mai piaciuto. In quel bellissimo libro seminale, l'autore canadese ci aveva raccontato delle sue delusioni affettive, con uno sguardo impietoso e tagliente. Lucido. Razionale. In quella rappresentazione, in quei ricordi, si nascondeva un grande dolore, controllato e gestito da una forte personalità e volontà.
Questo è possibile comprenderlo oggi, alla luce di quanto Brown racconta nella sua nuova opera, dal titolo inglese Paying for it, ovvero il resoconto lucido, razionale e dettagliato dei suoi rapporti sessuali con prostitute.
Usciamo dai pregiudizi morali, entriamo nelle vicende personali che l'autore racconta.
In estrema sintesi, e per non annoiarti, ti dico soltanto che, dopo l'ennesima delusione d'amore, Brown sceglie di non avere più rapporti affettivi con alcuna donna, ma di praticare sesso a pagamento, per assecondare un bisogno che sente ancora vivo e presente.
Mentre leggi, ricordati della forza della mente, e del potere delle razionalizzazioni.
In un susseguirsi di appuntamenti e racconti minimali, Brown disseziona la sua sfera sessuale (e affettiva?). A margine, o al centro, a seconda dei punti di vista, una sorta di manifesto: normalizzare la prostituzione; farla uscire dall'illegalità e anche da qualunque proposito di regolamentazione, di legalizzazione.
Quello che colpisce, di Brown come persona, è il coraggio, la fermezza, la lucidità. Quello che spaventa è il distacco emotivo. Sembra che accogliere questo nuovo stile di vita, per Brown, sia stato del tutto indolore, anzi, una via di cambiamento oltre il dolore. Eppure, dietro a questa attenzione manichea per i particolari (Brown annotava tutto quello che accadeva di volta in volta, appuntamento dopo appuntamento, conversazione dopo conversazione), si indovina un meccanismo fortissimo di razionalizzazione e di negazione (che l'autore, ovviamente, nega egli stesso, a confronto con gli amici fumettisti Seth e Joe Matt).
Quel che importa non è un giudizio sull'uomo, ma una riflessione sulla natura umana della sessualità, dell'amore e dell'intimità. Paying for it è la messa in scena della scissione tra queste tre sfere, operata dalla mente, per un bisogno di controllo straordinariamente forte. Non è un atto di liberazione, di vita. Ma appare piuttosto come un atto di prevaricazione, di chiusura alla completezza dell'uomo.
Ed è per questo, io credo, che il racconto, nel suo complesso, appare distaccato, ripetitivo, meccanico, privo di vita. Manicheo.
Paying for it, sul piano strettamente fumettistico, è un'opera non riuscita, povera di spunti di autentica riflessione, se non quella del manifesto sulla prostituzione; è un lavoro che non riesce a coinvolgere il lettore, che sembra osservare di là da un vetro.
Ma Paying for it è anche un interessantissimo materiale per comprendere il percorso umano di Chester Brown, e la determinazione di una razionalità che tutto controlla, tutto analizza, tutto determina. E questo, se vogliamo, è il più grande inganno della modernità occidentale.
Harry
Etichette:
art comics,
chester brown,
cultura,
politica,
prostituzione
giovedì 22 settembre 2011
Il gioco al ribasso nel Dylan Dog di Pasquale Ruju
Finali rivisitati… realtà alternative… quando un creativo ricorre a roba del genere, vuol proprio dire che è già morto e sepolto!
Angelo Stano, il personaggio. Da Dylan Dog 300
Con queste parole vorrei chiudere due cicli: le riflessioni su Dylan Dog e, tangenzialmente, quelle sul fumetto horror.
Dylan Dog 300 è l’esemplificazione del gioco al ribasso nel fumetto seriale. Nella storia, gli autori mettono in scena un gioco metanarrativo che nasconde il vuoto di idee, un vuoto che viene non solo rivelato al lettore, ma anche blandamente ridimensionato da una parvenza di consapevolezza (come suggerito dalla citazione a inizio articolo). D’altra parte, Pasquale Ruju è l’autore che meno ha capito Dylan Dog, che peggio ne ha raccontato le gesta, e che meglio rappresenta il qualunquismo artistico nei prodotti seriali. Sotto al peso delle sue banalità, viene schiacciato anche l’estro normalizzato di Angelo Stano, che non graffia, non emoziona, non evoca.
Eppure, al di là di un risultato narrativo ed espressivo completamente deludente, Dyland Dog 300 rappresenta un ottimo specchio attraverso il quale osservare i difetti principali di un certo approccio al fumetto seriale. Ruji, per voce finto-autobiografica di Stano, personaggio reo confesso, si potrebbe dire, esplicita al lettore il fine ragionamento che si cela dietro alla creazione di una nuova storia di Dylan Dog.
Le riflessioni appaiono avvilenti, perché come gioco metanarrativo sono talmente scontate da essere inutili; e prese sul serio rivelano un approccio allo sviluppo creativo come minimo cadaverico (e neanche l’ombra di uno zombie, in effetti,può risollevarne le sorti).
Ma vediamo uno per uno i passi salienti che l’autore Stano/Ruju fa per dare forma a questo numero celebrativo. Intanto, trovare un’idea per l’inizio. Ecco le prime riflessioni:
“No… nessuna dannata idea…”
“Si forse ci sono”
“Basta tornare all’inizio”
Una delle regole d’oro della narrativa seriale è, quando non si hanno idee, di tornare all’origine del personaggio. Uno sguardo acuto individua per inizio la sua idea portante, la sua consistenza come elemento dell’immaginario popolare; uno sguardo spento ne riprende semplicemente alcune idee narrative, come in questo caso. Successivamente, a narrazione avviata, Ruju rivela in un passaggio di non aver mai compreso nulla del personaggio di Groucho:
“Lo so, lo so, è un po’ vecchia, come battuta… ma Groucho non è certo un fine umorista. Può andare.”
E, per chi avesse ancora dei dubbi, Ruju mostra il suo approccio di gioco al ribasso: accontentiamoci. È un lavoro e lo devo portare a termine, come già la riflessione su Groucho aveva illustrato:
“Comunque l’inizio non mi dispiace… la strada è quella giusta!”
Più avanti, in pieno stile culinario televisivo, ci spiega la sua ricetta in merito al personaggio di Dylan Dog:
“Bene. A questo punto ci voleva proprio un po’ di sangue!”
“… perciò ora ci vuole un bel colpo di scena!”
Quando Ruju prepara il falso finale, o doppio finale, con colpo di scena annesso, ci spiega le sue perplessità in merito agli ingredienti, senza riflettere sulle difficoltà di ritmo, efficacia, emozione, identificazione, … che la sua storia ha:
“Potrebbe finire così questa storia”
“… trattandosi di un fumetto horror… forse avrei dovuto metterci più sangue e meno sentimento!”
Arriva quindi come una necessità liberatoria l’uccisione del personaggio creativo. Nessun lettore avrebbe potuto sopportare oltre il pedante Ruju/Stano. Quel colpo di scena, preparato in modo così avvilente, senza pathos, senza ritmo, è l’apice del vuoto espressivo di questa storia, ed è l’esemplificazione dell’insieme dei problemi che caratterizzano la serie di Dyland Dog attualmente: approssimazione, mancanza di sentimento, eccessiva professionalismo, vuoto di idee, gioco al ribasso. Di questo passo, non se ne esce né vivi né zombie.
Harry
tutte le tavole sono realizzate da pasquale ruju e angelo stano
Etichette:
angelo stano,
Bonelli,
dylan dog,
fumetto popolare,
pasquale ruju
giovedì 15 settembre 2011
Mentirei
disegno di giacomo nanni
Mentirei se ti dicessi che mi sto divertendo.
No, non mi sto divertendo. Quello che leggo ultimamente non mi piace molto.
Scelte sbagliate? O una tendenza? O il mio umore?
E poi, gli incontri. Parlo con autori demoralizzati. Non poco.
E tutti che mi dicono la stessa cosa: non so bene perché vado avanti.
Cos'è questa urgenza di esprimersi coi fumetti?
Se ci pensi, a prescindere da qualunque giudizio critico ed estetico, la quantità di fumettisti che si impegnano a portare avanti un loro discorso è grande, e ancor più... incomprensibile.
Immotivata?
Forse però questa loro fatica si respira attraverso le loro opere. Sento spesso una sottile barriera. Un'incomunicabilità, una mancanza di direzione, un'incoerenza inconsapevole di fondo, che riverbera attraverso le loro creazioni.
E mi sembrano mancare, da un lato, la determinazione che deriva da una profonda convinzione dei propri mezzi e della propria voce; dall'altro, la confidenza nel credere che si stia realizzando qualcosa di cui le persone hanno bisogno, che potrebbero cercare, amare, condividere con parenti e amici. C'è l'ombra dell'invisibilità. E del vuoto.
Harry
Mentirei se ti dicessi che mi sto divertendo.
No, non mi sto divertendo. Quello che leggo ultimamente non mi piace molto.
Scelte sbagliate? O una tendenza? O il mio umore?
E poi, gli incontri. Parlo con autori demoralizzati. Non poco.
E tutti che mi dicono la stessa cosa: non so bene perché vado avanti.
Cos'è questa urgenza di esprimersi coi fumetti?
Se ci pensi, a prescindere da qualunque giudizio critico ed estetico, la quantità di fumettisti che si impegnano a portare avanti un loro discorso è grande, e ancor più... incomprensibile.
Immotivata?
Forse però questa loro fatica si respira attraverso le loro opere. Sento spesso una sottile barriera. Un'incomunicabilità, una mancanza di direzione, un'incoerenza inconsapevole di fondo, che riverbera attraverso le loro creazioni.
E mi sembrano mancare, da un lato, la determinazione che deriva da una profonda convinzione dei propri mezzi e della propria voce; dall'altro, la confidenza nel credere che si stia realizzando qualcosa di cui le persone hanno bisogno, che potrebbero cercare, amare, condividere con parenti e amici. C'è l'ombra dell'invisibilità. E del vuoto.
Harry
Iscriviti a:
Post (Atom)
Tutti i testi di questo blog sono (c) di Harry Naybors, salvo dove diversamente indicato.
Puoi diffonderli a tuo piacere ma esplicitando sempre l'autore e/o la fonte.
La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.









