martedì 12 ottobre 2010
Premio coraggio?
Treviso Comic Book Festival, Premio Boscarato 2010, 26 settembre 2010.
Migliore realtà editoriale dell’anno:
Coniglio Editore.
In un mondo migliore sarebbe corretto. Mi chiedo, è necessario realizzare quasi solo prodotti in perdita e dalla dubbia tenuta nel tempo per vincere il premio?
Straordinaria poi la capacità distributiva dei premi tra le case editrici. Quasi nessuna sovrapposizione. Segno che l'impegno della giuria c'è stato (!) o segno di una vitalità (di nicchia) del mercato dei fumetti (stavo scrivendo "del mercato a fumetti")?
Nessuna polemica, ahimé. Una concreta riflessione.
(non so se è possibile leggere da qualche parte le motivazioni delle scelte)
Harry
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lunedì 11 ottobre 2010
La Biblioteca di Babele (parte 2)
Dopo la prima parte, prosegue con la seconda parte di quattro, l'accorato e sentimentale viaggio di Harry Naybors verso il tentativo di avere i fumetti senza pagare un euro, con improbabili esibizioni di vacua intelligenza rivolta all'eminentissimo editore/autore di fumetti.
2. La critica non esiste
La critica di fumetti in Italia vive all’ombra dell’amatorialità, ovvero della fervente passione. Che si traduce in lavoro intelligente, senza standard qualitativi definiti, senza etica professionale codificata, senza definizione di tempi, motivi, luoghi dove esprimersi. È una forma di espressione culturale libera, a tratti militante, perché nervosa, fatta di spinte ed entusiasmi, ripiegamenti, accorate difese, brucianti afflizioni. È un territorio di frontiera, dove manca un senso della storia (della critica, del fumetto), dove il momento presente è l’unico che conta, dove gli attori faticano a storicizzare, dove il confronto è spesso sordo, e dove le dietrologie italiote pretestuose muovono le discussioni che fanno più rumore.
È un territorio indefinito dove spesso contano di più i soldi e gli interessi personali che altro. Che c’entrano i soldi con una pratica amatoriale?! Benvenuto nel mondo alla rovescia: poter fare critica presuppone, nella stragrande maggioranza dei casi, l’acquisto autonomo di un prodotto che interessa. Non solo fare critica non è remunerato, ma costa, e molto. È possibile fare critica di qualcosa che non si possiede e non si è letto? Per quanto il soggettivismo e le provocazioni relativiste spingerebbero a rispondere di sì, mi viene difficile pensarlo realmente. Quindi, se Harry il fantasma vuole praticare nel territorio della critica, deve spendere soldi reali per avere e leggere fumetti reali. Risultato, nel mondo della critica non è indifferente il potere di acquisto del critico.
Qualcuno regala libri a scopo promozionale? Pochi, pochissimi editori. Se sei fortunato e determinato e riconosciuto, alle fiere puoi ottenere brillanti sconti. O regali mirati in cambio di un pezzo a orologeria.
Ricordo due episodi in negativo. Li cito solo perché rappresentativi. Nel primo, Simone Romani, di Rizzoli Lizard, presta a un mio amico critico un libro per preparare l’intervista a un autore da fare il giorno dopo, all’interno di un’importante fiera . Al momento della consegna del libro specifica che quella copia dovrà essere restituita il giorno dopo.
Nel secondo, il patron della Hazard edizioni, sempre in un contesto fieristico, a fronte di un importante acquisto di volumi di Tezuka (e Dio solo sa quanto è importante Tezuka e quanto bisogno ha di essere conosciuto, diffuso, sostenuto culturalmente, ché in pochi ne parlano), applica su richiesta uno sconto fiera pari a circa il 5% del costo di copertina. Meno dell’acquisto degli stessi in qualunque fumetteria! Qualcuno regala libri. È vero. Generalmente con due sentimenti nel cuore: la passione, l’amore profondo per quella pubblicazione; il dolore, di doversi staccare da una delle 250 copie di quel costosissimo fumetto che ha prodotto e per il quale difficilmente realizzerà un pareggio.
Cinismo, futile pedanteria di critica militante di un fantasma come Harry Naybors, che non esiste.
Perché gli editori, gli autori, non regalano i propri volumi?
Perché neppure la critica esiste.
(fine seconda parte. continua...)
Harry
sabato 9 ottobre 2010
La Biblioteca di Babele (parte 1)
Inizia oggi un profondo, sentito, emozionante e chiaro dialogo tra Harry Naybors e l'editore/l'autore di fumetti, che ha il fine ultimo di ottenere copie gratuite dei vostri fumetti, mascherando questa insensata azione di accattonaggio con motivazioni inconsistenti e pretestuose.
1. Harry non esiste
Mi rivolgo a te, editore di professione, signor ufficio stampa, autore di fumetti, addetto a qualche lavoro..
Harry Naybors non è un cazzo di nessuno. Solo un fantasma culturale che rimastica fumetti e ne ottiene suggestioni. Uno che pretende di usare il proprio tempo senza se e senza ma, per rimontare idee e raccontare esperienze. L’esperienza di lettura è quella che conta. È il centro dalla quale prende vita Harrydice… Se non l’hai capito, non è un vezzo. Non è un’inseguimento al successo né l’auto-affermazione del mio ego. Neppure ricordo che nome ha il mio vero Sè.
Io scrivo di fumetti perché mi aiuta a capire, a rispondere a qualche perché, a trovare nuovi motivi di comprensione per l’invisibilità immotivata del fumetto tutto, sul piano culturale, sociale e dell’immaginario.
L’esperienza di lettura ha suoni e colori, che mi emozionano e che alimentano la mia gioia di vivere. Quando rifletto su alcune dinamiche editoriali, sulle inefficienze, sul silenzio che domina buona parte di quello che si muove intorno al fumetto, lo faccio perché mi rammarico di questo circolo vizioso, che gioca sull’idea di crisi permanente per giustificare il galleggiamento. Quando racconto di un fumetto che ho amato, lo faccio perché desidero condividere quella gioia, perché vorrei che molte altre persone godessero di quella stessa esperienza. Quando mi soffermo sui difetti di altri fumetti, ci perdo del tempo perché aiuta a definire un mio canone di riferimento, e a raccontare quali sforzi inutili, quali sprechi di intelligenza, soldi e tempo si fanno ogni volta.
Non sono modesto, non sono immodesto. Perché Harry Naybors non è un cazzo di nessuno. Solo un fantasma culturale.
(fine prima parte. continua...)
Harry
I fumetti perché... (12)
(c) barry windsor smith
... perché i fumetti non esistono. Non senza distruggere territori noti di immaginario.
Harry
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venerdì 1 ottobre 2010
Appunti a gran velocità
Cinquemila chilometri al secondo è storia di amori sbagliati.
L’amore come un temporale, una pioggia fitta o una leggero tamburellare di acqua primaverile.
L’amore umido, che ti piega le ossa. Che ti invecchia nell’illusione della giovinezza eterna. L’amore come impossibilità ad esserci realmente, a definire consapevolmente la propria crescita
emotiva, la propria felicità, nella maturità dei sentimenti.
Manuele Fior non sbaglia. E racconta con la chiarezza di intenti di un autore pienamente al controllo dei propri mezzi espressivi. Improvvisa sulla pagina, utilizzando il ritmo come elemento
discriminante che conduce la narrazione, un uso sapiente che ipnotizza e scuote. Utilizza il colore, non come elemento accessorio, non come vezzo banalmente bande desinee, non come maschera che copre quel che non c’è. Il colore di Fior disvela, emozioni paesaggi sotterfugi percorsi di vita. Macchia il lettore, con il suo movimento delicato, impressionista, elegante ma concreto. Sotto, dietro, c’è la linea, che si fa sempre più indefinita, rapida, essenziale… precisa. I riferimenti pittorici, di arte figurativa, sono ovunque e in tutti i modi metabolizzati, personalizzati. Ci dicono di una grande cultura visiva al servizio di una sensibilità limpida. Sensibilità per il racconto. Necessità di raccontare.
Cinquemila chilometri al secondo è la memoria dell’amore impudente dell’adolescenza, quando tutto era possibile, quando l’altra metà del cielo era poesia e timidezza, onnipotenza e impotenza. È la memoria dei pomeriggi assolati delle estati passate con l’amico a cercare un amore necessario e sfuggente. Facendo a gara con l’altro a nascondere le nostre inadeguatezze, le nostre paure, giocando agli adulti quando si è poco meno che esseri umani. Poco più che ragazzi.
Cinquemila chilometri al secondo è la sensualità che diviene consapevole gioco di inganni, allusioni al servizio di bisogni, prive di conseguenze, cariche di presagi inascoltati. È la trappola di immaginarsi al controllo della propria vita quando questa piega e si rifugia e ci sfugge.
Cinquemila chilometri al secondo è la distanza dai nostri bisogni, che ci incasinano i ricordi e ci legano a passioni che sarebbe meglio scordare, ci costringono a ricercare per anni e anni la stessa donna/madre negli occhi di altre donne/fantasmi. Non ci siamo noi dietro a quelle scelte, ma le nostre impressioni e ricerche inesauste. Le nostre contraddittorie, dolorose identificazioni. La sostituzione iconica di tratti, lineamenti, atteggiamenti, trasferelli bidimensionali su persone in carne e ossa, attraverso i sogni e le fantasie. A negare la realtà. A inseguire una realtà che sfugge.
Cinquemila chilometri al secondo è l’orgoglio personale di fronte alla sfiducia. È l’impossibilità al dialogo, alla comprensione reciproca, che ti sbatte lontano e ti porta a caccia di vita e di emozioni nuove. Nell’assenza del quotidiano. Quella frattura che piccola si allarga, e quando ti osservi in uno specchio, con i tuoi affetti, dolorosamente ammetti di non sapere più chi sei.
Cinquemila chilometri al secondo è la velocità che serve per una telefonata, per un incontro, per un amplesso in un bagno, per la delusione, per la solitudine e la morte.
Fior è uno dei più straordinari nuovi narratori a fumetti che mi sia capitato di leggere. Il suo stile è personale e privo di concessioni, determinato e gentile, in continua evoluzione. Scrittura e pensiero viaggiano insieme, a dar forma a un prodotto-fumetto trasversale che sa parlare a tutti e, permettimi, costringe a recensioni emotive e sopra le righe come questa.
Non puoi non leggerlo.
Harry.
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