lunedì 14 settembre 2009

Fumetti per bambini

Carlo Peroni dovrebbe lasciare un segno nell’immaginario del fumetto italiano.

Io non so, non sono un esperto. Osservo da oltreoceano, invischiato da altri immaginari. Ma di Perogatt qualcosa deve restare. Eppure di lui, come di molti altri professionisti di vecchia data, non si parla mai.

Oggi scrive che basta, scrive che gli Editori non comprendono, che la loro professionalità e serietà è risibile, scrive che si dedicherà a restaurare botti, come durante la Seconda Guerra Mondiale. La Seconda…? Ma quanti anni ha Perogatt? Controllo, classe 1929.

Quanti autori di fumetti della sua generazione lavorano attualmente su riviste, periodici, mensili in Italia? Temo di non averne proprio idea. Saranno pochini. Sono pochine le riviste, i periodici, i mensili...

Che Perogatt faccia parte di quella parte di cultura fumettistica da dimenticare? Quella che non ha più spazio o ragion d’essere? Quella che il fumetto è artigianato, è (sotto)cultura di serie b, è un prodotto (de)generazionale.


Di Perogatt ricordo alcuni personaggi, Gianconiglio, Nostradamus, Nerofumo. Soprattutto mi ritorna il suo tratto e i tempi delle sue battute. Carlo Peroni è un professionista da tutti i punti di vista, anche quelli “negativi”, quelli che un purista definirebbe più commerciali, robetta da ragazzini e da mode, come il fumetto di Fiorello quando Fiorello era fenomeno di massa capellone.

Che Perogatt sapesse sollevarsi sopra alla mediocrità? In fondo, a ben guardare, la sua interpretazione grafica di Fiorello è luminosa e riuscita. Non so dire delle storie. Non ne ho lette.

Perogatt non ha scritto graphic novel, non lavora per Bonelli, che ha fatto della tutela dei suoi autori storici una ragione di vita; Perogatt ha continuato imperterrito a realizzare fumetti per bambini. Sentite bene come suona: “fumetti per bambini”. Terribile, vero?

Fumetti per bambini.


Che dignità c’è oggi nel realizzare fumetti per bambini?



Forse, a Perogatt spetta solo il compito di realizzare un feroce noir in bicromia con protagonista il suo Ispettore Perogatt. Forse troverebbe il suo spazio tra Igort e Loustal.

Linguaggi diversi.


Questa non è un’agiografia, ché la cultura italiana è piena di inutili creature sentimentali e fatti risibili (i funerali di stato per Mike B., il più grande presentatore italiano degli ultimi 150 anni, parafraso).

Non so cosa mi viene in mente. Non leggo nulla di Perogatt da decenni, forse da sempre. L’avviso di sfratto, per lui, nella mia mente, è arrivato da tempo. Ci penso, mi sembra quasi scomodo, questo Perogatt, quest’uomo che dichiara di sentirsi escluso quando forse è il tempo ad averlo escluso. Cosa cerca di fare, poi, con questa sua passione di internet a ottant’anni suonati?! Il tempo, proprio lui, in fondo sistemerà le cose.


Fumetti per bambini?!

Ma per carità, nessuno scrive più fumetti per bambini, oggi.


Harry


tutti i disegni sono (c) di Carlo Peroni

sabato 12 settembre 2009

Violenza messianica e karma


Jodorowsky sostiene che è nella possibilità di ogni uomo la facoltà di decidere quotidianamente della propria vita, di lasciar cadere i condizionamenti interni ed esterni, e di affrontare la responsabilità di essere totalmente liberi. Fa paura più l’idea di libertà che il contrario. Ma del contrario ci si può lamentare.

È con questa convinzione, forse, che l’autore ha dato vita a Juan Solo, con il fondamentale contributo di Georges Bess ai disegni (in Italia, l'integrale è per Magic Press).
Juan Solo inizia con una processione, un calvario, una festa. Solo è il nuovo messia, con la coda del diavolo, ingannatore perverso e uomo prigioniero di sé stesso. Nato solo, povero e disperato, ma dotato di grande intelligenza e agilità, il protagonista è l’esemplificazione dell’antieroe, in una struttura narrativa da anti-western che si conclude con un ripiegamento mistico sorprendente ed escatologico.
L’opera si regge sul concetto di libertà karmica: le scelte che si fanno in ogni istante della nostra vita hanno delle conseguenze che si sviluppano nel tempo. Nessuna predestinazione, se non quella del tempo che ritorna all’origine, nel paradosso dell’eterno presente che si sottrae nel continuo fluire. L’imbroglio che è la vita di Juan Solo, con la sua violenza messianica, ribalta ogni punto di vista sulla spiritualità e il destino, e il suo cammino solitario, accerchiato da Giuda traditori dal grilletto facile, è la passione secondo Jodorowsky, la passione della moderna povertà e dei nuovi potenti, delle nuove seduzioni.
I disegni di Bess non lasciano nulla all’immaginazione, sono diretti, chiari, espressivi e molto comunicativi. Si sposano armoniosamente con i testi asciutti e nervosi dello sceneggiatore, che sa rigenerarsi in momenti di pura poesia, e di ironia lacerante.
C’è, in questo Juan Solo, un gusto per la storia, una necessità stringente di raccontare, senza perdere tempo, guidati da uno scopo chiaro e da una motivazione forte. C’è, insomma, una chiara visione da rappresentare, che ritorna al concetto di libertà e di karma di cui sopra.
Per queste ragioni, trovo che Juan Solo sia un’opera rara, tra le migliori di Jodorowsky perché coerente con la sua visione blasfema e religiosissima del mondo e della vita.

Harry

mercoledì 9 settembre 2009

Celebrazioni



“Ironically, I can’t go to my local comic shop to celebrate the 70th anniversary of Martin Goodman’s comic book company because Marvel policies from the 1990s closed down my local comic shop.”

Tom Spurgeon


"Ironicamente, non possono andare nella mia fumetteria per celebrare il settantesimo anniversario della casa editrice di Martin Goodman perché la politica della Marvel degli anni '90 ha portato alla chiusura della mia fumetteria"


Poco tempo fa, la Marvel Comics non era ancora proprietà della Disney. Non ci crederete, ma è così.

Pochi mesi prima della grande acquisizione, la Casa delle Idee ha festeggiato i suoi 70 anni di attività con iniziative speciali realizzate in molte fumetterie statunitensi, ma non quella a cui il buon Tom Spurgeon era abituato ad andare. Sfortunatamente, la bolla speculativa che ha investito i rivenditori negli anni ‘90 ha mietuto moltissime vittime. Si trattò della seconda, tremenda speculazione nel mondo del fumetto, la più eclatante, quella che ha ridotto di molto più di un decimo le vendite di fumetti, (ma erano cifre gonfiate dalla speculazione che non corrispondevano in alcun modo al numero reale di lettori) quella che ha regalato a Diamonds nel giro di pochi hanni l’esclusiva (o quasi) della distribuzione, quella che ha portato la Marvel alla quasi bancarotta, quella che ha costretto la stessa Marvel a ritornare a pubblicare fumetti di qualità (almeno per un periodo) e a razionalizzare le uscite (almeno per un periodo).


Oggi la Marvel Comics, proprietà Disney, continua ad annacquare e saturare il mercato, mettendo costantemente in difficoltà i rivenditori. Per cui, sì, è importante festeggiare e festeggiare seriamente, perché malgrado tutto ci sono negozianti che riescono a lavorare e bene, perché ci sono nuovi autori e nuove possibilità che continuamente si aprono in un mercato che, superata o meno la crisi, ha trovato nuovi sbocchi editoriali e produttivi, grazie soprattutto all’esplosione della vendita dei tradepaperback, all’evoluzione del concetto di graphic novel (e di art comics) e allo sviluppo di un nutritissimo gruppo di ristampe cronologiche delle strisce. Un mercato che non se la passa poi così male, grazie (anche) alla Marvel, malgrado la Marvel.


Ammetto di leggere ancora qualche fumetto della Casa delle Idee, ma mi ritrovo sempre più stanco e disinteressato. In Italia, la pubblicazione in corso di Secret Invasion mi sta lasciando del tutto indifferente. La trama portante è noiosa e pedante, Bendis sembra la caricatura di sé stesso e lo svolgimento del concept (interessante) risulta poco digeribile (almeno quanto la Final Crisis di Morrison), pur per ragioni diversissime). Nel frattempo, tramite la pubblicazione nella collana Super-eroi (Gazzetta dello Sport), mi è capitato di recuperare, ahimé, l’ultimo cross-over mutante Messiah Complex che, malgrado i buoni nomi coinvolti, non raggiunge neppure la sufficienza. Tanto rumore per nulla, mi verrebbe da dire. Il messia in fuga con Cable, tutti gli altri (buoni e cattivi) in fibrillazione, per l’ennesima trama che non si conclude e che chissà quando e se avrà un’evoluzione. I soliti X-Men, cancellata la buona gestione Morrison, che mutano ma non evolvono mai.



Le celebrazioni, si sa, sono sempre occasione di bilanci, e lo fa anche Jeet Heer a proposito del trecentesimo numero di The Comics Journal, la rivista di critica sul fumetto più longeva e importante degli Stati Uniti (consiglio di leggere il suo articolo per intero). Per chi lo ricorda, la rivista fondata e precedentemente diretta da Gary Groth (oggi editore di Fantagraphics) era una vera e propria sfida al fumetto popolare e di genere. In anni passati, quando il mondo del fumetto indipendente come lo conosciamo oggi era solo una chimera dei più ottimisti, Groth e il suo gruppo lanciò una vera e propria crociata contro il fumetto mainstream e, come ricorda Heer nel suo articolo, tutti gli addetti ai lavori non potevano prescindere dal leggere il Comics Journal, che condividessero o meno quelle posizioni. Oggi che quella dicotomia e quella frattura sembrano in buona parte superate, il Journal cerca una nuova identità. A mio avviso, resta ancora una rivista interessante, piena di spunti e di buoni articoli, fin troppo densa per la cadenza (quasi) mensile, ma capace di offrire spesso opportunità di riflessione. Non c’è dubbio tuttavia che il suo impatto culturale caustico è nel tempo andato scemando.


Nei prossimi numeri, mi aspetterei, quanto meno, un approfondimento cinico e disinvolto che faccia il punto, il suo punto, a la Groth, sui 70 anni della Marvel Comics, alla luce della sua attuale politica editoriale e della recente acquisizione da parte della Disney (ricordate, prima di poco tempo fa, Disney non possedeva Marvel Comics, non ci credete?!).

Ho fiducia.



Harry.

Storie in viaggio

Io sono un autore e voglio un pretesto per raccontare delle storie... di viaggio. Perché ce le ho lì, nella mia testa, e penso possano essere buone storie da raccontare.

Mi invento il pretesto, ovvero un misterioso incidente e delle strane nubi luminose nel cielo.
I miei lettori sanno che qualcosa di misterioso c'è e verrà svelato, che è un filo rosso che tiene insieme la serie, ma è anche un ottimo modo per me di raccontare altro, storie di vita diverse.
In questo modo, visto che ho un committente (un editore) e un target (i lettori “bonellidi”) si salva il concetto di miniserie (prima o poi una fine e una spiegazione arriverà), si salva il mio bisogno di raccontare storie (e sono buone storie, ve lo garantisco, cucino con gusto, come non facevo da tempo), si salva il bisogno dell'editore di non avere una miniserie troppo vincolata dalla continuity.

Peccato che, per un po' di lettori condizionati da altre forme di fumetti, il pretesto mi si ritorce contro e diventa un'aspettativa costantemente irrisolta, tanto da far perdere il gusto, a questi lettori condizionati, del succo che le storie hanno.

Siamo sempre lì, nel mondo del fumetto, dove non è pensabile lasciarsi coinvolgere dal solo piacere della narrazione. Il formato, la forma, il genere, i condizionamenti derivanti da altri stili, abitudini, modelli sono troppo forti. Perché? Perché il fumetto non ha ancora una sua dignità di mezzo espressivo maturo e riconosciuto. Ma è un giochino per appassionati.
Eppure io, autore maturo, continuo a muovermi sulla strada. Alla fine si tireranno le somme.

Harry

p.s. per il lettore: Caravan 4 di Medda e Maresta è un piccolo gioiello, con una piccola storia nella storia commuovente e ottimamente narrata. Ogni cosa è al suo posto e coinvolge passo dopo passo. Spicca la capacità di Medda di raccontare la voce delle generazioni che passano e del tempo che tutto scompagina. Con storie così, non solo questa mini-serie diventa imprescindibile, ma si caratterizza come originale e unica nel panorama del fumetto seriale.

uno dei momenti più intensi del quarto numero di caravan
(disegni di werner maresta)

Dagli appunti di Harry



Diario di una ragazzina di Phoebe Glockner... ma i fumetti dove sono?


Una delle più importanti autrici underground statunitensi si impegna nella realizzazione di un diario finto-autobiografico dove i fumetti sono marginali e, quando ci sono, piuttosto didascalici.

Mi ci annoio, a leggere di sesso sesso sesso e di qualche droga. Troppo lontana la mia adolescenza? O troppo asfittico il suo racconto?


(e rifletto... dietro alla maschera dei nomi inventati, c'è molta verità in questa pagine della vita di Phoebe, ma mi annoio lo stesso)


Meglio Vita da Bambina.


Harry





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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.