mercoledì 9 settembre 2009

Dagli appunti di Harry



Diario di una ragazzina di Phoebe Glockner... ma i fumetti dove sono?


Una delle più importanti autrici underground statunitensi si impegna nella realizzazione di un diario finto-autobiografico dove i fumetti sono marginali e, quando ci sono, piuttosto didascalici.

Mi ci annoio, a leggere di sesso sesso sesso e di qualche droga. Troppo lontana la mia adolescenza? O troppo asfittico il suo racconto?


(e rifletto... dietro alla maschera dei nomi inventati, c'è molta verità in questa pagine della vita di Phoebe, ma mi annoio lo stesso)


Meglio Vita da Bambina.


Harry



martedì 8 settembre 2009

L'ultima crisi - lettera a Grant Morrison




Caro Grant,
ti scrivo per dirti che non ci casco più.

Ti ho seguito con entusiasmo quando un Coyote si è messo sulla strada di Animal Man, rompendo la griglia, sovvertendo significato e significante, interno ed esterno, verità e finzione. Avevi deciso di entrare nel quadro, di sporcarti di inchiostro. Ti ho seguito quando hai deciso di farci entrare in un quadro surrealista e di trasformare il gioco dei supertizi in calzamaglia in un’esperienza esistenziale. Ti ho seguito quando, abbandonata la Doom Patrol da molti anni, hai deciso di alzare il tiro, svelare il complotto e la verità dell’arte con Invinsibles. Ti ho seguito quando hai preso i mutanti, li hai mutati, tolti i mutandoni, li hai rivoltati e risollevati, tornando al mistero che li ha generati e alla loro potente malinconica fragilità.

Con The Filth ho immaginato di perdermi. Con i Sette Soldati mi sono perso. Con Final Crisis ho smesso di crederti.

Ci sono autori come Neil Gaiman che hanno preso e stirato le loro idee fino alla vergogna, nei libri e nei fumetti, coprendo con intellettualismo un facile gioco alla stratificazione. Di Sandman ho un bel ricordo che sbiadisce a ogni rilettura, Brevi Vite a parte.
Grant, sei tornato una volta di troppo al gioco della meta-narrazione, al potere infinito della creatività, all’immaginario come espressione di potenza. Con Final Crisis mi hai giocato per l’ultima volta. Tutte quelle maschere messe in fila, messe in scena, legate da un soggetto fragile e semplice, reso mastodontico e complesso, inutilmente complesso, per fingere una sostanza assente, quando l’unica cosa che funziona è, di nuovo, la nostalgia per storie passate, prima tra tutte la famosa (famigerata?) prima Crisis. Il Countdown era stato involuto, lento e letargico, con qualche piccolo guizzo. La Crisi Finale è diversa ma uguale, e il giochino si è rotto. Esattamente come il cubo di Rubik in 17 mosse della tua storia. Bene, ottima idea sprecata dietro alla complessità inutile.


Il crepuscolo degli eroi è Final Crisis, dove il narratore, persa fiducia nei suoi personaggi, sente la necessità di mascherare l’inutile con l’aria pneumatica di filosofia relativista e meta-narrativa, senza una storia da raccontare, se non l’ennesima sconfitta di un tremendo nemico.
La muscolarità dei supereroi è nei gesti, nelle parole, nei colori, nel dinamismo statico delle pose da wrestling, come i tuoi disegnatori hanno ampiamente mostrato, e non si può più fare sottigliezze con questi mezzi, in questi contesti. Per cui basta. L’ultima crisi si è compiuta, e la tua presunta arditezza che rasenta la scorrettezza fetale dell’incesto si spegne nel nulla da cui è venuta, di cui è fatta.

Harry

p.s. ai lettori – se trovate Final Crisis complessa, non preoccupatevi, non soffermatevi, nel caso, non proseguite, altrimenti correte alla fine e non guardatevi indietro. Poi scrivete a Grant una lettera.




lunedì 7 settembre 2009

Cronachette francesi



Apprendo da Bart Beaty su The Comics Reporter (ma ne aveva parlato anche afNews a inizio agosto) che Lewis Trondheim sta realizzando una striscia giornaliera a fumetti per iPhone, dal nome Bludzee. È tradotta in quasi venti lingue ed è possibile acquistarla tramite iTunes a 99 centesimi al mese. Parla di un gatto.

L’iniziativa come ovvio non dovrebbe passare nel silenzio. Sia perché conosciamo l’intelligenza di Trondheim e la sua apertura alle possibili evoluzioni del medium, sia perché la lettura (in senso lato) su sistemi informatici portatili è nel pieno della ricerca.

Intendiamoci, non si può negare che ci sia il tentativo di riempire di contenuti un prodotto, l’IPhone, che non ha ancora una chiara identità e che, filtrato dall’hype pubblicitario, per i costi dei gestori italiani è quasi dissennato utilizzare. Tuttavia, è interessante che così come da tempo si realizzano fumetti pensati specificamente per il formato internet, così si inizia a sperimentare un nuovo formato per una nuova utenza. Quali possibilità e inghippi nasconda, lo scopriremo col tempo. Certo è più interessante, credo, che cercare di leggervi prodotti pensati specificamente per un altro formato (la carta stampata, per esempio).

Che sia Trondheim a occuparsene, ad aprire la strada, dovrebbe essere una garanzia di qualità. Purtroppo non ho avuto modo di leggere alcunché, se non quanto (poco) reperibile in internet. Beaty rileva una certa lentezza nello scaricare le strisce, rispetto al ridotto tempo di lettura. Sul piano tematico, sempre il collaboratore di The Comics Reporter richiama qualche vicinanza con la striscia Mutts di Patrick McDonnels ma non cita quello che appare come il riferimento più prossimo, tanto da impressionare. Si tratta di Cronachette di Giacomo Nanni. Davvero, trovo la cosa quasi inquietante. Possibile che Trondheim non conosca il lavoro di Nanni? Possibile che lo conosca e ne abbia tratto ispirazione? Possibile che semplicemente i due autori abbiano avuto un’idea simile e basta?

All'estero, Cronachette è stato pubblicato proprio solo in Francia per Cornelius e sembra abbia avuto una buona diffusione. In Italia sta avendo senza dubbio un buon riscontro di critica e di pubblico. Sarebbe un peccato che non avesse maggiore diffusione all’estero e che qualcuno come Beaty non lo conosca per poterlo confrontare con Bludzee. Intanto, cerco di fidarmi della buonafede di Trondheim.Ci fidiamo?



Harry.


bludzee o cronachette?

(c) lewis trondheim


cronachette o bludzee?

(c) giacomo nanni


bludzee o cronachette?

(c) lewis trondheim



cronachette o bludzee?

(c) giacomo nanni



Cronache del dopo Bonvi




Non è strano apprendere che è assai incerta l’attribuzione di un importante riconoscimento francese per l’opera di Bonvi. Le notizie in rete si diffondono a prescindere dalla loro verità. E per un autore come Bonvi un errore del genere appare quasi in sintonia con il suo personaggio. Questo probabile sbaglio tuttavia non è in contrapposizione con la necessità, ovvero che Bonvi quel premio e molti altri li avrebbe meritati.
A me, l’autore emiliano scomparso quasi quindici anni fa in un tragico incidente stradale è sempre apparso come un oggetto sconosciuto del mondo del fumetto. Per anni ho compiuto l’errore di confondere il suo “basso profilo” e la sua malinconica ironia per semplicità e superficialità. L’ho talmente identificato con alcune facili trovate satiriche dei suoi personaggi da dimenticare il resto, ovvero il corpus di un’opera ben più ampia e strutturata. In una visione riduzionistica e ingenua, per l’Italia, Bonvi è il fumetto, ma un fumetto poco importante, solo divertente. Solo?

Naturalmente, negli anni, sono tornato a Bonvi più volte, osservando con più attenzione quel suo tratto, di nuovo, apparentemente semplice e poco curato, ma in realtà strutturalmente denso, frutto di un lavoro di ricerca e di attenzione che molti altri autori non conoscono. Ho superato la necessità di confrontarlo con il mare magnum di strisce statunitensi, per conoscerlo come oggetto unico, perfettamente autoctono e identificato, e italiano.


L’ultimo ritorno a Bonvi è avvenuto qualche settimana fa, in occasione della presentazione in volume di una nuova selezione (quasi completa e colorata per l'occasione) del suo capolavoro Cronache del Dopobomba, all’interno della collana I Maestri del Fumetto (Mondadori).
Cronache del Dopobomba è l’esemplificazione dell’approccio dell’autore al fumetto e al “racconto”. In quest’opera che non è altro che un cinicamente ironico esorcismo della morte, Bonvi costruisce numerose variazioni sullo stesso tema, utilizzando spesso le tecniche del ribaltamento di prospettiva finale e la ricorsività. Non sfugga che il ciclo vita-morte è per sua natura ricorsivo, non sfugga che il rapporto tra essere e non essere è necessariamente terrificante e al contempo gioioso, quindi contraddittorio. Non sfugga inoltre che, secondo una certa cultura italiana pratica ma non utilitaristica che l’autore conosce bene e più volte ha saputo raccontare, la vita va vissuta come si può, meglio che si può, cercando di faticare il meno possibile, dimenticando la sua più evidente conseguenza, ovvero la morte, appunto.
Di tutto questo, Bonvi racconta in Cronache del Dopobomba, dimostrando un’intelligenza narrativa e visiva da vero maestro. E non sorprende constatare che, Silver compreso, la sua eredità non è stata mai davvero raccolta da altri autori finora.


Per entrare brevemente in tema, ricordo che le cronache del titolo raccontano di una terra sopravvissuta all’olocausto nucleare. In quel mondo di stenti, di mostri e uomini irriconoscibili, l’identità scompare, la necessità diventa realmente virtù, salvo capovolgersi e richiudersi come un serpente che si morde velenosamente la coda. In un mondo dominato dalla diversità, l’essere umano non ancora mutato, dalla carnagione rosea e pallida, o diventa oggetto di razzismo (se maschio) o diventa ammaliante sirena portatrice di morte (se femmina). Le rappresentazioni messe in scena dall’autore sono talmente crude, dirette e spietate da generare un sorriso colpevole nel lettore. Perché come ogni opera riuscita, la sua funzione non si esaurisce nel chiudersi del racconto, ma si muove nella coscienza, di appiccica alla nostra idea di vita e di identità, smascherando la perversione cinica della nostra società. Cronache del Dopobomba coniuga quindi come minimo una doppia funzione, quella della boutade ironica e divertente, con quella di monito per la nostra piccolezza. Bonvi vuole ricordarci senza alcuna pedanteria che scherzare sulla vita e la morte è lecito, anzi, necessario, e che dimenticare la semplicità dei meccanismi umani (e di natura) porta più volte che non a perdersi e a soffrire terribilmente.
Troppo per un semplice fumetto umoristico di un semplice disegnatore di strisce?
La mia personale riscoperta di Bonvi non si ferma qui.

Harry.

domenica 6 settembre 2009

Quale Africa? Quale fumetto?



Qualche mese fa parlai con Alberto Ponticelli a proposito del suo Blatta. Gli chiesi a cosa stesse lavorando in quel periodo e, tra le altre cose di cui spero avremo presto notizia, mi ha parlato di Unknown Soldier. La notizia mi era sfuggita, più per distrazione che per disinteresse. Tanto che, non appena ne ho avuto l’occasione, vi ho posto rimedio.

l'inferno grafico reso da Alberto Ponticelli in Unknown Soldier #1


Il primo volume di Unknown Soldier (Vertigo, DC Comics) costa meno di 10 dollari e contiene sei storie, ovvero l’intero primo ciclo. Alla sceneggiatura c’è Joshua Dysart, che leggo per la prima volta ma che trovo davvero centrato. I disegni di Ponticelli sono un nuovo passo avanti nel suo percorso stilistico, recuperano qualcosa di vecchio mettendo da parte inutili esasperazioni grafiche (e lasciandole riposare nella polvere degli anni ’90, ormai lontani), e sposano senza perdere in personalità un certo stile sporco ma diretto che ha fatto la fortuna della Vertigo, sviluppando una crudezza non effimera e non inutilmente decorativa che ben si sposa con le tematiche della serie.


Il mix scelto da Dysart trova un felice equilibrio tra horror, storia di guerra e realismo socio-politico, portandoci in Uganda, all’ombra lunga di una delle guerre civili più tremende e lunghe e taciute degli ultimi anni. I protagonisti del primo ciclo di storie sono i bambini, vittime e carnefici, sfruttati e cresciuti con i fucili al posto dei giocattoli, spietati ma incoscienti. L’occhio di Dysart e Ponticelli è vitreo ma mai patetico. C’è una cupezza che sprofonda nel cuore pagina dopo pagina, di pari passo con la nascita e l’evoluzione del Soldato Fantasma, lacerato tra una vocazione pacifista e un destino violento.

La buona riuscita della serie sta nella capacità degli autori di utilizzare i fatti storici piegandoli perfettamente ai fini della narrazione. La verosimiglianza e l’attenzione al contesto socio-politico non sono pretesti né l’obiettivo principale della serie, quanto piuttosto l’impalcatura narrativa che permette di dare senso agli avvenimenti.

Il naturale dinamismo e la capacità di sviluppare un disegno propriamente narrativo, confermano il talento di Ponticelli, che si aggiunge agli altri autori italiani che già hanno lasciato e stanno lasciando il proprio segno nel fumetto statunitense. La solidità della preparazione tecnica italiana, che spesso conduce a una consapevolezza del medium maggiore rispetto a quella di molti autori statunitensi, quando si reinventa per adattarsi al mercato di oltre oceano, sa dare spesso buoni frutti, perché originale e meno derivativa.

Unknown Soldier, in questo primo ciclo di storie, mostra una perfetta sinergia tra sceneggiatore e disegnatore e offre una nuova, efficace interpretazione del fumetto d’avventura, confermando una libertà esplorativa delle potenzialità del fumetto che negli Stati Uniti c’è, è presente, e che in Italia sembra ancora mancare, sia per scelte editoriali che per (in)capacità degli autori.


Basta prendere a puro titolo di confronto il terzo numero della serie Rourke di Memola (e Fontana) per comprendere di cosa parlo. Tanto è caratterizzato, diretto e viscerale Unknown Soldier, tanto è superficiale, prevedibile e meccanico Rourke. In quest’ultimo, dove la vicenda si sposta improvvisamente in Africa, non vi è nulla che coinvolga emotivamente il lettore, né sul piano delle dinamiche relazionali tra i protagonisti (il battibecco iniziale tra Rourke e la figlia, con la sua conclusione, è quanto di più automatico si possa leggere); né sul piano degli avvenimenti (non appena messo piede in territorio africano, e avvisati i lettori in modo piuttosto didascalico del pericolo di quei territori, Rourke e la figlia finiscono in un agguato, dove la violenza è semplicemente utile all’evoluzione della storia o, ancora peggio, alle “regole” del genere avventuroso). Anche i disegni di Fontana, per quanto perfettamente professionali, per quanto perfettamente codificati all’interno di un certo modo italiano di intendere il fumetto, si muovono nel puro anonimato, senza certezze e senza intenzioni concrete.

L’Africa di cui leggiamo è assente, impersonale, lontana dal mondo; terra di finzione narrativa sterile, almeno quanto quella di cui si legge in Unknown Soldier è reale, terribile, sconvolgente, vicina, nonché esemplificativa di mille altri scenari di guerra.

Cosa manca in Rourke? Una volontà di fondo, una precisa attenzione alle vicende, un approfondimento per quello che si vuole raccontare. La serie è progioniera di una superficialità che è un male, un profondo male di certo fumetto popolare e che, forse, agli occhi degli stessi autori è giustificato dal genere (avventura, horror, …), sinonimo di disimpegno e di leggerezza. Il tutto risulta come un’amara, ennesima opportunità persa.


Harry.


in queste tavole di Fontana manca un'intenzione precisa



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La versione a fumetti di Harry è (c) di Daniel Clowes.