L’ultimo Dylan Dog Color Fest, da poco in edicola, è l’ennesima conferma. Nessun sussulto vero, nelle quattro storie, a rendere inutile un albo che dovrebbe, potrebbe essere speciale, visto anche le più che probabili alte vendite.Dylan Dog è uno zombie, quindi. Si vorrebbe che uno sceneggiatore strutturato, motivato e con le idee chiare ci si dedicasse anima e cuore per un certo periodo. Ma non riesco a immaginare chi potrebbe essere. L’unico che ha interpretato con successo Dylan Dog a parte Sclavi è stato Michele Medda (ché Barbato non mi ha mai convinto) ma semplicemente perché è autore dotato di straordinaria tecnica e buona intelligenza. Ha dimostrato di saper gestire il personaggio, ma lo ha fatto “con semplice” professionalità. Senza amore. Ed è chiaro che le sue attenzione e motivazioni sono, giustamente, altrove. Caravan finora sembra funzionare piuttosto bene, e nessuno sceneggiatore sano di mente rinuncerebbe a un lavoro di propria creazione per affrontare la spinosa questione creativa dell’Indagatore dell’incubo.
Esattamente il contrario di quanto sta avvenendo con Tex. Come ho già scritto, l’eroe bonelliano più longevo e di successo è in un periodo creativo eccellente. Si conclude questo mese la prima storia (in due parti) di Gianfranco Manfredi e non si può che essere soddisfatti. La storia è brillante, con una cura per la sceneggiatura, i ritmi, i dialoghi davvero eccellente, a conferma della grande abilità dello sceneggiatore. Manfredi, coerentemente con quanto dichiarato, sembra divertirsi davvero, portando in giro Tex e il suo pard per una vicenda di corruzione e speculazione ben costruita, dove ogni aspetto è guidato alla perfezione e dove le dinamiche e gli equilibri tra i personaggi fanno muovere la storia verso una conclusione naturale ma non ingenua.Se ci trovassimo negli Stati Uniti, un esordio del genere per un personaggio così importante sarebbe stato anticipato da mesi di hype, di accumuli di aspettative, tra interviste, articoli, anteprime e pubblicità. In fondo, Manfredi è uno degli sceneggiatori italiani oggi più quotati. Ma l’understatement del fumetto popolare italiano è forse l’unico, chiaro indizio della strutturale bontà di un mercato editoriale sempre nascente, mai compiuto. Sono infatti convinto che non sia attraverso proclami o strilli pubblicitari che il mondo del fumetto possa crescere. Tuttavia, un po’ più di richiamo avrebbe forse permesso di riportare entusiasmo, eccitazione e di restituire il senso del movimento anche positivo in atto nel settore, in questa estate che sembra foriera solo di sorprese negative.
E il punto è qui, sembra mancare la possibilità di un efficace equilibrio tra marchetta pubblicitaria (l’hype statunitense) e basso profilo (tipicamente non urlato di Segio Bonelli).
In fondo, mi chiedo, siamo certi che la maggior parte dei lettori di Tex si sia accorta della novità e comprenda l’importanza dell’investimento che Bonelli sta facendo per mantenere vivo il personaggio? Forse sono i tempi, forse semplicemente ci sono gli sceneggiatori giusti al momento giusto, per Tex. Persone motivate a lavorare e divertirsi su un personaggio difficile, a fortissimo rischio noia ma che, con il suo semplice quanto rodato pre-testo narrativo, permette loro di creare credibili e intelligenti opere di svago.

l'inizio di una sequenza molto efficace nell'ultimo Tex di Manfredi e Civitelli








