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martedì 16 giugno 2009

Caravan serraglio

studio per la copertina del numero 1 di Caravan (c) Mammucari

Forse non ci credete, ma io amo il fumetto popolare. Ne amo la storia, l’evoluzione e le potenzialità. È per questa ragione che ne parlo così spesso male, perché ci tengo, lo coccolo, lo seguo e ne soffro. Ogni forma di comunicazione che ha vocazione “popolare” dovrebbe sentire delle responsabilità, che stanno innanzitutto nel non sentirsi autorizzati a banalizzare, a semplificare eccessivamente per quello strano assioma – che è un pregiudizio – che più una cosa è di facile “utilizzo” più si riesce a venderla.
Se la semplicità è una vocazione del prodotto popolare, dietro a essa si deve respirare il pensiero, l’intelligenza, la partecipazione e la naturalezza. Tutte caratteristiche che mancano alla maggior parte dei prodotti popolari, fumettistici e non. Perché per costituzione e per necessità, il prodotto popolare è contaminato, improprio, derivativo, meticcio … tutti aspetti che ne fanno un “oggetto non identificato”, che richiede una straordinaria capacità di sintesi e di comprendere il clima socio-culturale in cui si vive.
E a chi non piace sentire ancora oggi parlare di etichette quali “popolare” dico solo che il linguaggio dell’uomo funziona perché si definiscono, implicitamente o non, delle convenzioni. E mi sento ancora oggi in diritto di far mia tale convenzione: per cui, spero sia chiaro a tutti cosa intendo quando parlo di fumetto popolare. Non è una definizione di merito, né un giudizio implicito. Ha più a che fare con il pubblico di riferimento e i meccanismi produttivi che generano tali prodotti.

E di fumetto popolare torno a parlare oggi a proposito di Caravan, la nuova maxi-serie della Sergio Bonelli Editore, ideata e sceneggiata da Michele Medda, con l’apporto artistico di autori conosciuti come Roberto De Angelis (ai disegni nel primo numero) e in costante crescita come Emiliano Mammucari (copertinista della serie).
Non so cosa sia Caravan, narrativamente parlando. Non ho avuto voglia di leggere anteprime, interviste, comunicati stampa. Ho comprato il primo numero al buio. Perché di Medda mi fido. Perché a Medda attribuisco senza dubbio le qualità dell’intelligenza, della professionalità non sterile ma “germinale”, dell’autonomia di pensiero e della passione per il medium fumetto.
Per cui, l’unica cosa che vi so dire di Caravan, interpretando i presupposti del primo numero, è che si tratta di un’avventura on the road, con più o meno chiari riferimento catastrofistici, con una conduzione corale e non incentrata su un singolo protagonista. E ciò vi basti.

Caravan esordisce in modo impeccabile. Il movimento della sceneggiatura è naturale, coerente, senza increspature inutili e senza automatismi necessari alla risoluzione della trama. I personaggi hanno voce propria, le vicende hanno spazio e il lettore partecipa della storia con trasporto.

(c) De Angelis

Merito della buona riuscita è da attribuire anche all’ottimo lavoro di De Angelis, che mette a frutto la sua esperienza e la grande intesa con lo sceneggiatore, consolidata in anni e anni di Nathan Never. Le inquadrature, le scelte di ritmo, tagli, “movimenti di camera” hanno una connotazione decisamente fumettistica, per quello che il fumetto, certo fumetto realistico, è diventato negli anni: di nuovo, un prodotto derivativo ma non spersonalizzato, che del cinema imita la forma sostituendola con la propria, così come imita il movimento dalla staticità di una tavola disegnata.
Ecco, direi che il punto di forza di Caravan è il senso del movimento. E per una serie on the road è un risultato importante.

La copertina di Mammucari pone già le premesse di un prodotto nuovo, pur nella continuità del fumetto di avventura realistico di casa Bonelli. Il tratto e la posa dei due personaggi, che ricordano Adam Kubert, nascono da una sintesi che rielabora senza forzature il linguaggio visivo dei comics statunitensi. La scuola Kubert, ricordiamolo, prima ancora che dal fumetto di supereroi, ha le proprie radici nel fumetto di guerra e dell’avventura esotica (le foreste di Tarzan, il passato remoto della preistoria di Tor). Non so dire con quale consapevolezza, Mammucari cita e rielabora, in una semplice tavola, tutto quel mondo che ai lettori italiani è conosciuto e lontano al tempo stesso. Una buona premessa, una buona metafora del contenuto di Caravan.

Aggiungo solo che Mammucari aveva già dato un’ottima prova di sé nel recente quinto numero di Dix, con uno stile ancora diverso per quanto perfettamente riconoscibile, che pescava a piene mani dal genere noir, con una sensibilità poetica efficacissima. Una dimostrazione di flessibilità stilistica che dice del suo grande talento, per quanto di una personalità artistica ancora in via di definizione.

tavola da Dix 5 (c) Mammucari

In conclusione, il primo numero di Caravan rappresenta l’esordio più convincente degli ultimi anni per una (maxi)serie popolare.
Seguiamone le sorti.

Harry.

venerdì 19 febbraio 2010

Dove va la carovana



Caravan arriva al numero nove, due terzi di storia sono passati e mi sono fatto un’idea chiara delle intenzioni di Michele Medda, e dei risultati.
Lo dico da subito, Caravan mostra in modo diretto i limiti del linguaggio Bonelli e mostra l’inefficacia di una trasformazione strutturale come quella imposta da Medda.

Per prima cosa, Caravan ha un pre-testo avventuroso che lo sceneggiatore non ha saputo tenere vivo, in nove mesi. L’impianto/contenitore di storie senza uno sviluppo del pre-testo diventa appunto pretestuoso e questo pesa enormemente sull’equilibrio narrativo. È un problema che va oltre le aspettative del lettore. È un gioco di scatole che appare disarmonico, e dove il contenuto appare forzatamente collocato all’interno di un contenitore poco fluido, poco accogliente, distonico.

Ma il problema principale di cui risente la serie è senza dubbio il linguaggio. Pre-testo a parte, infatti, Medda ha deciso di raccontare la “quotidianità”. Intendo con questo termine pezzi di vita normale, più o meno ancorati a uno specifico contesto storico, che avrebbe potuto vivere ognuno di noi, nella propria esistenza. Gli eroismi sono annullati dall’anonimato delle situazioni, dalla tragica e comune banalità della crescita.
Da questo punto di vista, il cuore di Caravan vorrebbe essere minimalista sia nelle intenzioni dello sceneggiatore che nelle scelte drammatiche. Ed ecco episodi di comune terrorismo, di comuni abusi infantili, di comune tossicodipendenza, di comune violenza, di comuni amori. Di questo fragile e delicato tessuto Medda ha riempito il contenitore.
A differenza di celebri precedenti quali Ken Parker e Dylan Dog, per dirne solo due, nei quali la normalità e la quotidianità emergono da molteplici livelli di lettura, ma rimanendo chiaramente ancorati a una base avventurosa ben codificata, in Caravan, Medda elimina quasi totalmente gli altri livelli di lettura, e ci sbatte in faccia storie comuni.
Il fatto è che la banalità dei giorni o rivela aspetti di "compassione" (partecipazione emotiva) o di poesia, altrimenti risulta sterile e fuori luogo. E qui si rivela tutta l’inefficacia dei codici e del linguaggio proprio dell’impostazione bonelliana. Quando Andrea Pazienza, Gipi o gli statunitensi John Porcellino o Jeffrey Brown, ecc. raccontano il loro sguardo sulla vita lo fanno attraverso un codice idiosincratico e personale, proprio, inedito. Rinnovato e rielaborato attraverso una ricerca che è funzionale al tema, alla sensibilità e ai motivi del racconto.
In Caravan ciò non è possibile. La mediazione con il formato, con lo stile dei disegnatori, con un canone precostituito, non sovvertibile e da non mettere in nessun modo in discussione polverizza l’efficacia narrativa delle storie, che appaiono incompiute e rivelano, ahimè, la vera, antipatica, inaccettabile piattezza dei fatti di vita comune. Raramente c’è poesia, idiosincrasia, o compassione, ma solo un meccanismo ben costruito e professionale. Distante e sterile.

Queste motivazioni fanno di Caravan una vera anomalia e una lente di ingrandimento sui limiti oggettivi della narrazione bonelliana. E questo malgrado le migliori intenzioni degli autori impegnati nella serie, ed episodi più riusciti di altri.
Sono convinto che il fumetto popolare italiano avesse bisogno di un’esperienza editoriale come questa perché mette in luce un problema importante che andrebbe focalizzato, elaborato e affrontato, se si vuole modernizzare stili e impostazioni ormai invecchiate e se si vuole recuperare il contatto con un gruppo sempre maggiore di potenziali lettori disinnamorati, annoiati, delusi.

Harry.


mercoledì 12 maggio 2010

Punto di rottura



Come sai, ho a più riprese parlato di Caravan, la miniserie Bonelli ideata e sceneggiata da Michele Medda che giunge nel mese di maggio alla sua conclusione. Ne ho parlato bene, ne ho parlato criticamente.
Sono convinto si tratti di un esperimento importante ma non riuscito. Un fallimento? Direi di no. Un passaggio interlocutorio, forse, sia per la casa editrice che per il percorso professionale dell’autore.
Prima di tornare a parlarne in relazione alla sua conclusione, che svela tutti i misteri, mi preme però evidenziare un fatto certo. Nei dodici numeri che compongono la miniserie, Caravan ha goduto di alcune storie singole eccellenti. E questo dovrebbe bastare. Non può, ma dovrebbe.
Di fatto, il pretesto catastrofico che ne regge le sorti – in modo traballante – è stato ben sfruttato da Medda in alcune occasioni. Una delle migliori è stata senza dubbio Punto di rottura, il numero 10.
Osservando da vicino, dimenticando l’arrivo, lasciandosi guidare per una volta con fiducia dagli autori (con Medda c’è un Emiliano Mammucari sempre più bravo), Punto di rottura è un ottimo esempio di narrazione “popolare sofisticata”. Uso questi due termini accostati con leggerezza, senza pensarci troppo. Intendo qualcosa che ha a che fare con la chiarezza, la linearità, la semplicità da un lato; la riflessione, la consapevolezza dei mezzi, la profondità delle emozioni evocate, la volontà di non farsi ingarbugliare dai compromessi, la cura dei dettagli dall’altro.
È in questo strano equilibrio che Medda esce vincitore, se non in altri. Un equilibrio che è sinonimo di intelligenza, di responsabilità narrativa e di passione.
Punto di rottura è caratterizzato da continui cambi di scena e di registro. La tragedia si intreccia con la comicità, il (melo)dramma con l’azione (o meglio, la tensione per l’azione drammatica in movimento). Mammucari punteggia questi passaggi molto abilmente, inserendo nelle pieghe del suo stile realistico alcune brevi sequenze cartoonesche, a supporto dei racconti umoristici di un comico della carovana. Il gioco funziona talmente bene che il momento più commuovente e riuscito è proprio il finale, quando l’ennesima storiella si trasforma in “parabola” sui disegni cartoon di Mammucari che qui, più che umoristici, appaiono colorati dei ricordi dell’infanzia. Il segno che è simbolo diviene pienamente sinergico con il messaggio che si vuole comunicare.
Punto di rottura è davvero un punto di non ritorno per la serie, sul piano dell’intreccio, ma è anche una piccola boa, un segnale di come il fumetto Bonelli possa muoversi e, ancora, di quali vette narrative Caravan ha offerto.
Ti auguro di leggerla, questa storia, e di non farti soffocare dal (pre)giudizio per un finale che arriva. Malgrado la mia segnalazione sia fuori tempo massimo.

Harry

mercoledì 9 settembre 2009

Storie in viaggio

Io sono un autore e voglio un pretesto per raccontare delle storie... di viaggio. Perché ce le ho lì, nella mia testa, e penso possano essere buone storie da raccontare.

Mi invento il pretesto, ovvero un misterioso incidente e delle strane nubi luminose nel cielo.
I miei lettori sanno che qualcosa di misterioso c'è e verrà svelato, che è un filo rosso che tiene insieme la serie, ma è anche un ottimo modo per me di raccontare altro, storie di vita diverse.
In questo modo, visto che ho un committente (un editore) e un target (i lettori “bonellidi”) si salva il concetto di miniserie (prima o poi una fine e una spiegazione arriverà), si salva il mio bisogno di raccontare storie (e sono buone storie, ve lo garantisco, cucino con gusto, come non facevo da tempo), si salva il bisogno dell'editore di non avere una miniserie troppo vincolata dalla continuity.

Peccato che, per un po' di lettori condizionati da altre forme di fumetti, il pretesto mi si ritorce contro e diventa un'aspettativa costantemente irrisolta, tanto da far perdere il gusto, a questi lettori condizionati, del succo che le storie hanno.

Siamo sempre lì, nel mondo del fumetto, dove non è pensabile lasciarsi coinvolgere dal solo piacere della narrazione. Il formato, la forma, il genere, i condizionamenti derivanti da altri stili, abitudini, modelli sono troppo forti. Perché? Perché il fumetto non ha ancora una sua dignità di mezzo espressivo maturo e riconosciuto. Ma è un giochino per appassionati.
Eppure io, autore maturo, continuo a muovermi sulla strada. Alla fine si tireranno le somme.

Harry

p.s. per il lettore: Caravan 4 di Medda e Maresta è un piccolo gioiello, con una piccola storia nella storia commuovente e ottimamente narrata. Ogni cosa è al suo posto e coinvolge passo dopo passo. Spicca la capacità di Medda di raccontare la voce delle generazioni che passano e del tempo che tutto scompagina. Con storie così, non solo questa mini-serie diventa imprescindibile, ma si caratterizza come originale e unica nel panorama del fumetto seriale.

uno dei momenti più intensi del quarto numero di caravan
(disegni di werner maresta)

venerdì 9 aprile 2010

Innovare senza rinnovare

 copertina di marco soldi


Mentre accetto l’idea di non avere un’idea chiara in merito alla presunta staticità, vetustà e sterilità del fumetto Bonelli, alla possibilità o meno di innovare senza destrutturare regole, principi e limiti prestabiliti del fumetto popolare italiano per antonomasia, mi capita tra le mani l’ultimo numero di Julia di Giancarlo Berardi, con il ritorno, l’ennesimo, dell’alter ego Myrna.
Al solito, i pennelli sono nelle mani della straordinaria Laura Zuccheri (con la quale mi piacerebbe un giorno chiacchierare).
Si sa, Berardi ha creato il fumetto seriale perfetto. Si sa, Berardi chiede ai suoi disegnatori di nascondersi nell’ombra, alla ricerca di una compattezza stilistica che a volte tocca l’anonimato o lo schematismo.
Ma non con Zuccheri. Perché Laura ha fatto proprio il modello tanto da incarnarlo.
E la sua Julia, nella semplicità del tratto, in questo presunto anonimato anti-autoriale, diviene puro simbolo visivo, dalla forte valenza iconica.

A un certo punto, durante la lettura, l’abitudine alla vivisezione mi aveva già messo in mano matita, foglietti e appunti mentali per individuare parti significative, passaggi della storia dove il punto che voglio evidenziare emergesse con più forza.
Ma lascio perdere. Cattive abitudini.

Qui siamo di fronte alla pura innovazione all’interno dello schema compositivo più tradizionale. Non una sbavatura nella griglia, non un’infrazione delle regole del genere, non un’interpretazione tangenziale della vocazione avventurosa del fumetto Bonelli.
Ma all’interno di questo spazio costretto, a Berardi e Maurizio Mantero riesce l’insperato, ovvero di raccontare una storia matura, senza mediazioni e, questa volta, anche senza asterischi, arrivando al cuore dei lettori attraverso il cuore dei personaggi. Assistiamo a uno stupro in piena regola e, quel che più conta, a una sequenza di azioni e reazioni psicologicamente impeccabili, dove gli autori scompaiono al pieno servizio della finzione narrativa, e con la cura umanissima per la verosimiglianza. È all’interno di questo meccanismo espressivo, e all’incedere sicuro e perfettamente studiato, che la tecnica si fa invisibile affermando la forza della storia, nella sua auto-evidenza.
E per questo risultato, il contributo di Zuccheri è fondamentale, lo ripeto. Perché è nella sua “trasparenza autoriale” che si marca la forza delle sue autentiche qualità narrative.

Berardi e compagnia fanno quello che Medda con Caravan non sa fare, ovvero traghetta all’interno di un format(o) rigido l’apertura pienamente matura, adulta, priva di compromessi di un fumetto nuovo, di un modello narrativo nuovo. Che ha così tante derivazioni e matrici da apparire completamente inedito e, appunto, innovativo.

Quindi è possibile.
Ma l’eccezione non conferma la regola.
Fossi in te, caro lettore di questo blog, proverei a osservare i movimenti e rivoli che spostano con estremo controllo la narrazione all’interno di Julia, fino a raggiungere la naturalezza della violenza barbara che soffoca la nostra quotidianità, fino a rivelare l’estrema dolcezza e fragilità di questa vita.
Non c’è altro. Non c’è nulla di meno di questo.

Harry.

martedì 30 marzo 2010

Rinnovare senza innovare

 copertina di corrado mastantuono



Nell’editoriale del numero di Magico Vento attualmente nelle edicole, l’autore Gianfranco Manfredi scrive con la sua solita apertura e schiettezza.
Mi colpiscono due cose.
Innanzitutto Manfredi chiarisce che il passaggio dalla mensilità alla bimestralità della serie che è avvenuto ormai da qualche anno non è stato, e non poteva essere, una premeditata “scorciatoia” verso la chiusura. Il concetto stesso di chiusura programmata con così tanto anticipo è assurdo. Ma Manfredi arriva al cuore della questione quando ammette che il passaggio alla bimestralità ha fatto perdere circa 5000 lettori alla serie. E che Sergio Bonelli lo aveva avvisato del rischio.
L’esperienza di Bonelli non si può mettere in dubbio. Conosce quel mondo, il suo mondo, come se stesso.
Sergio Bonelli ha il polso del fumetto popolare perché è fatto a sua immagine. Lui e la sua casa editrice, più di chiunque altro, hanno determinato quel che c’è oggi nelle edicole italiane.
Bonelli ne è sotto molti aspetti responsabile. Nel bene e nel male.
Il bene? Il fumetto popolare con il prezzo più basso che ci sia in Europa, nel mondo, a fronte di una qualità e di una professionalità complessiva altissima.
Il male? L’addormentamento. L’annuvolamento culturale del lettore di fumetti. La pigrizia concettuale. La paura.

Ed ecco il secondo passo che mi arriva dall’editoriale di Manfredi, quando accenna del difficile equilibrio che uno sceneggiatore di fumetto popolare deve tenere tra innovazione e familiarità, tra luoghi comuni e originalità di pensiero. I topoi narrativi sono trappole intelligenti, trappole della mente creativa, perché conducono alla ripetizione e alla sterilità, da un lato, ma permettono anche ai lettori di ritrovarsi, di orientarsi e di sentirsi a casa. E ai professionisti di… conservare le forze? Di apparire all’altezza anche quando non lo sono? Di spostare i limiti e le costrizioni all’interno di un processo creativo vigile e serio?
Il fumetto Bonelli è una casa. È un lido sicuro. Anche laddove autori intelligenti come Manfredi o Medda o Ambrosini (e Bacilieri) o … tentino percorsi nuovi. Ha regole troppo forti e stringenti, soprattutto sul piano delle convenzioni “linguistiche”. E l’equilibrio ricercato da chi vuole imporre una voce originale è troppo fragile. Perdente.
Si dice che Caravan di Medda non venda bene. Lo si dice in giro e non stento a crederlo…
Magico Vento chiuderà a fine anno, perché le vendite, perché l’autore…
Jan Dix di Ambrosini nasce e muore miniserie senza sussulti di vendite che ne permettano il proseguimento…

Serie come queste sono destinate all’insuccesso? Ha senso cercare di rinnovare senza innovare?
Quale responsabilità ha Sergio Bonelli? La sua idea di fumetto popolare di successo è l’unica possibile? Ed è questa stessa idea che porterà alla definitiva sterilità e immobilità?

Harry

lunedì 2 agosto 2010

Non succede nulla



In Italia non ci sono meccanismi produttivi che permettano ai giovani autori di creare i propri fumetti e all’editore di dargli visibilità, soprattutto nei prodotti di genere e di ampia tiratura.
Se ambisci a fare fumetti seriali, infatti, devi adeguarti a realizzare storie per personaggi inventati da altri. Dopo anni, se sarai fortunato e… diciamo affidabile, come insegnano le maxi-serie affidate a Ruiu in Bonelli, potrai creare un tuo personaggio e dar forma a una tua mini/maxi-serie (oggi, le serie senza scadenza non sono più previste, il lettore non gradirebbe). Ci sono autori come Diego Cajelli che perdono mensilmente tempo a raccontare inutili storie di anonimi vampiri (o "dampiri" che dir si voglia. Trovo Dampyr uno dei personaggi più insignificanti della Bonelli) senza poter dar forma alla propria idea di fumetto. Perdere tempo, e accontentarsi del serial Milano Criminale, dalla periodicità talmente dilatata e dalla velocità di lettura talmente alta da essere dimenticata dopo ogni uscita.
Se ambisci a fare fumetti “d’autore”, le occasioni ci sono, la visibilità è ridotta. Pochi, pochissimi editori saranno disponibili a investire sui tuoi prodotti. A corto di soldi e di idee, aspettano Lucca Comics, e poi qualche altra fiera meno rilevante. Qualcuno punta su Ipad, prima che Ipad sia nelle mani di un numero di persone tale da rendere credibile che, tra loro, ci sia un gruppo di lettori a cui il tuo lavoro interessa.
Uno scenario cupo?
Chi è causa del suo mal… Mancano investimenti e idee, lo sappiamo. Anche dove soldi e creativi ci sono.

Pensavo a queste cose mentre leggevo Sweet Tooth di Jeff Lemire, pubblicato in USA da Vertigo (DC Comics).
La sua vicenda è interessante. Dopo qualche lavoretto qua e là, Top Shelf Productions pubblica il suo Essex County, mostrando coraggio e intuito, come già in occasioni precedenti (Matt Kindt, Robert Venditti, Craig Thompson, ecc.). Essex County si fa notare, e nel giro di poco tempo Vertigo pubblica The Nobody, una storia di 140 pagine sull'Uomo Invisibile, prima di affidargli una serie regolare da lui ideata, Sweet Tooth appunto.
Sulla falsariga di Walking Dead, Sweet Tooth è un racconto post-apocalittico con protagonista un ragazzo cervo, mutato in modo misterioso. Mi colpisce che lo stile di Lemire in Essex County è talmente intimista, malinconico e sospeso che mai avrei pensato a un lavoro come Sweet Tooth, un fumetto di genere molto chiaro e diretto, dove d’altra parte Lemire mantiene intatte tutte le sue caratteristiche più riconoscibili. Tanto di cappello all’autore e alla Vertigo, che ha visto in lui qualcosa di più di quel che Essex County mostrava, ovvero le qualità di un narratore duttile e vario.




Ancora, quando Walking Dead e Invincible videro la luce per la Image, anni fa, Robert Kirkman era uno sconosciuto. Oggi sono i best-seller della Image e il suo autore è entrato nel gruppo dirigenziale dell’etichetta. Nel frattempo i Luna Bros. compaiono dal nulla con una miniserie luminosa (Ultra), ancora Image, e prima un Bill Willingham già veterano ma misconosciuto crea Fables per la Vertigo. Un tale Vaughan si mette in luce con alcune delle serie più intelligenti degli ultimi vent’anni (Y l’ultimo uomo, Runaways, Ex Machina) per editori ed etichette differenti. E molti altri li tralascio.
Insomma, nel mercato fumettistico statunitense, nell’ambito del fumetto mainstream le cose si muovono alla velocità della luce, e nuovi talenti trovano spazio per mettersi in luce e creare nuovi stili e nuovi trend che altri inizieranno a copiare. Ma nel mercato statunitense c’è la crisi? Eccome. Ne parlano ogni giorno. E molte altre distorsioni produttive e ditributive complicano un mercato dalle potenzialità enormi (e dal bacino di potenziali lettori incomparabile rispetto a quello italiano). Però c’è una vitalità e una freschezza di proposte davvero invidiabile.

In Italia ci accontentiamo di commentare "sorpresi e infastiditi" l’intimismo di Caravan o il suicidio di Jan Dix o la colonna sonora di Cassidy, mentre nulla altro si muove.
Nulla altro si muove.

Harry

giovedì 9 luglio 2009

Letture recenti (1)



Julia 130, Myrna sono io, (Sergio Bonelli Editore) di Berardi, Montero e Zuccheri è un piccolo gioiello di efficacia narrativa. Giocare con le aspettative dei lettori è l’arte più complessa e nobile della fiction. E ha grossi, enormi rischi. Perché al lettore piace sentirsi “ingannato” quando ci legge dietro intelligenza e passione, e quando genera vivo coinvolgimento. Tutto questo, in Myrna sono io, accade, a conferma di un team di lavoro ormai collaudato e per molti versi raro nel fumetto italiano. Da avere.




Gravel, TP1, di Warren Ellis è un fumetto edito in USA dalla Avatar Press. Un fumetto horror incentrato sul protagonista omonimo, un britannico che per mestiere fa il mago combattente. Il soggetto non brilla per originalità, ma la freschezza della sceneggiatura e la cura per le pieghe psicologiche del personaggio rendono Gravel una lettura coinvolgente. Un punto di vista originale sull’horror, che richiama le migliori sequenze narrative di Hellblazer della Vertigo. Soprattutto se paragonato a…




Rourke 2, di Memola (Star Comics) che si conferma superficiale, poco convincente. La vaga somiglianza fisica di Gravel con Rourke, le origini anglosassoni, la passione comune per gli alcolici e il fatto che ho letto le due storie in parallelo, mi hanno creato una leggera vertigine e sovrapposizione. E il paragone è stato immediato. Troppe le somiglianze superficiali, troppe le differenze nel trattamento narrativo. Tanto è disturbante e caratterizzato Gravel, tanto è anonimo e scialbo Rourke. Peccato, perché la matrice generica sarebbe buona. Ma i temi trattati sembrano lontanissimi dalle corde di Memola. Momento meno felice: la filippica dell’assistente sociale belloccia, che non si può leggere per qualunquismo e scarso realismo. Per me, ultimo appello.

Caravan 2, di Medda e Raffaele (Sergio Bonelli Editore) prosegue da dove si era concluso il precedente. Il movimento resta efficace. La tensione cala. Succede troppo poco forse in questo numero per colpire davvero il lettore. Ma la cura nella sceneggiatura e gli ottimi disegni di un Raffaele che sembra trovare buona ispirazione in De Angelis sono la conferma per una miniserie da seguire.






Wimbledon Green di Seth (Draw & Quaterly) è un esplorazione meta-fumettistica sulla psicologia del collezionista di fumetti. È un gioco sofisticato nelle intenzioni, denso sul piano concettuale, ma poco significativo sul piano del risultato narrativo. Nella sua genesi, da improvvisazione espressiva, è un’opera comunque molto interessante per comprendere a che punto sia l’arte di Seth, ottimo cartoonist canadese. Speriamo in una prossima opera più “seria” e meno auto-compiacente.

lunedì 10 agosto 2009

Tex e Dylan Dog allo specchio

Tex di Fabio Civitelli

Credo di poter affermare che Dylan Dog è ormai una spada nel fianco della Bonelli. Nessuno sceneggiatore sembra più in grado di prendergli le misure. Roberto Recchioni sembra molto motivato a riuscirci, ma quel (poco) che si è letto finora non ha colpito. Anche Tito Faraci, che in diverse occasioni ha mostrato la sua intelligenza nell’accostarsi a personaggi blasonati e impegnativi (Topolino, Diabolik e Tex su tutti) non sembra trovare il giusto approccio. Appare poco convinto, poco in sintonia con quel mix di malinconia e surrealismo che ha caratterizzato il personaggio nei momenti di maggior fortuna.

L’ultimo Dylan Dog Color Fest, da poco in edicola, è l’ennesima conferma. Nessun sussulto vero, nelle quattro storie, a rendere inutile un albo che dovrebbe, potrebbe essere speciale, visto anche le più che probabili alte vendite.
Dylan Dog è uno zombie, quindi. Si vorrebbe che uno sceneggiatore strutturato, motivato e con le idee chiare ci si dedicasse anima e cuore per un certo periodo. Ma non riesco a immaginare chi potrebbe essere. L’unico che ha interpretato con successo Dylan Dog a parte Sclavi è stato Michele Medda (ché Barbato non mi ha mai convinto) ma semplicemente perché è autore dotato di straordinaria tecnica e buona intelligenza. Ha dimostrato di saper gestire il personaggio, ma lo ha fatto “con semplice” professionalità. Senza amore. Ed è chiaro che le sue attenzione e motivazioni sono, giustamente, altrove. Caravan finora sembra funzionare piuttosto bene, e nessuno sceneggiatore sano di mente rinuncerebbe a un lavoro di propria creazione per affrontare la spinosa questione creativa dell’Indagatore dell’incubo.

Esattamente il contrario di quanto sta avvenendo con Tex. Come ho già scritto, l’eroe bonelliano più longevo e di successo è in un periodo creativo eccellente. Si conclude questo mese la prima storia (in due parti) di Gianfranco Manfredi e non si può che essere soddisfatti. La storia è brillante, con una cura per la sceneggiatura, i ritmi, i dialoghi davvero eccellente, a conferma della grande abilità dello sceneggiatore. Manfredi, coerentemente con quanto dichiarato, sembra divertirsi davvero, portando in giro Tex e il suo pard per una vicenda di corruzione e speculazione ben costruita, dove ogni aspetto è guidato alla perfezione e dove le dinamiche e gli equilibri tra i personaggi fanno muovere la storia verso una conclusione naturale ma non ingenua.
Se ci trovassimo negli Stati Uniti, un esordio del genere per un personaggio così importante sarebbe stato anticipato da mesi di hype, di accumuli di aspettative, tra interviste, articoli, anteprime e pubblicità. In fondo, Manfredi è uno degli sceneggiatori italiani oggi più quotati. Ma l’understatement del fumetto popolare italiano è forse l’unico, chiaro indizio della strutturale bontà di un mercato editoriale sempre nascente, mai compiuto. Sono infatti convinto che non sia attraverso proclami o strilli pubblicitari che il mondo del fumetto possa crescere. Tuttavia, un po’ più di richiamo avrebbe forse permesso di riportare entusiasmo, eccitazione e di restituire il senso del movimento anche positivo in atto nel settore, in questa estate che sembra foriera solo di sorprese negative.
E il punto è qui, sembra mancare la possibilità di un efficace equilibrio tra marchetta pubblicitaria (l’hype statunitense) e basso profilo (tipicamente non urlato di Segio Bonelli).
In fondo, mi chiedo, siamo certi che la maggior parte dei lettori di Tex si sia accorta della novità e comprenda l’importanza dell’investimento che Bonelli sta facendo per mantenere vivo il personaggio? Forse sono i tempi, forse semplicemente ci sono gli sceneggiatori giusti al momento giusto, per Tex. Persone motivate a lavorare e divertirsi su un personaggio difficile, a fortissimo rischio noia ma che, con il suo semplice quanto rodato pre-testo narrativo, permette loro di creare credibili e intelligenti opere di svago.

È l’assenza di un simile incrocio di opportunità, più che una mancanza di investimenti e obiettivi editoriali, a far languire Dylan Dog in una mediocrità che, al momento, non vede soluzioni a medio termine.
Harry.


l'inizio di una sequenza molto efficace nell'ultimo Tex di Manfredi e Civitelli

lunedì 21 dicembre 2009

Dal 2009


Ci avviciniamo alla fine dell’anno.
Mi viene l’idea di proporre una sequenza di letture per ripercorrere un anno di fumetti, ma ci ripenso. Basta sfogliare il mio blog per farlo almeno parzialmente.
Ho letto parecchio quest’anno, ma sono molti, moltissimi i fumetti che attendono sugli scaffali di casa. Per cui non posso dire di avere una visione esaustiva. Forse esausta.
Forse, seguendo il consiglio di Cioran (o era Kraus, dovrei chiedere alla Bambina Filosofica?!), potrei provare a recensire un fumetto prima di averlo letto, in modo da non farmi condizionare. Potrebbe essere Pluto di Urasawa che non ho ancora avvicinato.

Nelle pagine di Pluto, Urasawa riprende magicamente le intuizioni del maestro Tezuka, che ha celebrato l’umanità androide in Astro Boy. Urosawa sa creare tensione e incollare il lettore alla pagina con un ritmo avvolgente, attraverso tavole curate al dettaglio, taglienti ed espressive. In Pluto l’uomo si rispecchia nelle proprie creature robotiche, riscoprendosi più malvagio e infernale di esse…

Bah, insomma, a parte le sciocchezze, non l’ho ancora letto, ma Pluto è necessario.
È che muoversi tra Morti di Sonno, La Signorina Else, Unknown Soldier, Echo, La Storia di Carrie in Caravan #4, Hanzo, Interno Metafisico con Biscotti, The Boys, … lascia l’impressione che il fumetto, con tutte le sue incertezze imprenditoriali ed editoriali, sia più sano che mai.
Forse la cosa più bella che ho letto però è inedita in Italia. Si chiama Asterios Polyp e ne ho parlato. E David Mazzucchelli dovrebbe essere l’esempio da seguire, sopravvissuto al fumetto mainstream e rinato autore completo e autonomo. Ma non mi fermo a lui. Perché da David mi aspettavo questo. In questo modo.
Per cui, mi limiterò a indicare il fumetto che più mi ha sorpreso, io che seguo a fatica la BD, in lingua italiana o inglese, io che mai avevo avuto il piacere di leggere Denis. Ecco, siamo arrivati. Qualche mese a l’Amelie di Jean Claude Denis è il fumetto più impressionante che ho letto quest’anno. Probabilmente per le ragioni sbagliate, ché adesso non ho voglia di spiegarmi e raccontare. Ma nelle pagine di questo libro mi sono perso, nell’inquietudine dei sentimenti. Era il periodo in cui leggevo con insofferenza Final Crisis di Morrison, e ho scoperto con gioia un altro autore, di cultura totalmente diversa, che ha affrontato il mistero della narrazione e del meta-testo senza cadere nel tranello dell’intellettualismo. Che ha saputo usare la finzione delle scatole cinesi come provocazione emotiva, contenitiva, accumulativa, riverberante.
Fidatevi, e non fidatevi di queste parole. Leggete Qualche giorno a l’Amelie e, forse, ne sarete piacevolmente sorpresi e toccati. Per il resto c’è tempo.

Harry

sabato 3 luglio 2010

Mamma!

Da qualche mese ho intenzione di parlare del progetto satirico di Mamma.
Ora non ho tempo di approfondire. Posso solo mettere in evidenza la tag-line, che è una delle migliori che mi è capitata di leggere in anni: Se ci leggi è giornalismo. Se ci quereli è satira.
La piccola società italiana non merita di meglio.
L'occasione per invitarvi a navigare tra le sue pagine (e ad acquistare la rivista) mi viene dall'anteprima della classifica dei blog di attinenza fumettistica di luglio di Wikio, gentilmente inviatami dallo staff su segnalazione di Stefanelli, dove Mamma figura al primo posto.

Buona lettura.

1Mamma! Satira e giornalismo
2Fumettologicamente
3Cartoonist Globale
4afnews.info
5vukicblog
6flaviano's
7INSERTO SATIRICO
8comicsblog
9Mulholland Dave
10Scuola di fumetto
11Fumetti di Carta
12harry dice...
13Guardare e leggere
14Balloons - Il blog delle comic strip
15Stunf.it
16Verticalismi
17AlboBlog - V3.0
18Rizzoli Lizard
19MangaForever.net
20CARAVAN
Classifica curata da Wikio



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